Liturgia

SIAMO TENTATI – I Domenica di Quaresima

Col realismo del Vangelo la chiesa ci introduce nella quaresima portandoci a fare una scoperta: siamo nella tentazione. Una scoperta perché non è facile riconoscere che certe scelte le facciamo perché orientati da qualcuno che la sa più lunga di noi, il demonio. L'esperienza della vita pubblica di Gesù comincia con le sue tentazioni per insegnarci che il terreno in cui ci muoviamo è minato, c'è la presenza di uno che fa di tutto per non farsi notare.

Gesù aveva ricevuto il battesimo nel Giordano e anche il demonio aveva sentito "Questo è il Figlio mio prediletto". Il demonio non poteva tollerare Dio presente nel mondo nella persona di Gesù . Che Dio faccia Dio in cielo con i suoi angeli, al mondo ci penso io. La presenza di Cristo era come un cavallo di Troia attraverso il quale Dio veniva per sottrarre al demonio il suo dominio. Allora ecco che il demonio tenta Gesù sul tema che lo preoccupa di più : la sua povertà, infatti è facendosi povero che Dio viene nel mondo "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce" cosa che il demonio non può fare. "Se tu fossi davvero il Figlio di Dio diresti a queste pietre di diventare pane" Il demonio non tollera Dio che ha fame, e Gesù risponde che nonostante che abbia fame Dio è mio Padre. Le altre tre tentazioni sono sulla stessa linea, anzi tutte le tentazioni sono così. "Dio vi vuole imbrogliare, non vuole che diventiate come lui per questo vi ha proibito di mangiare del frutto" disse il demonio ai progenitori. Non ebbero fiducia in Dio e fu il peccato."Se Dio fosse con noi, non vivremmo in questa precarietà "dicevano a Mosè gli ebrei nel deserto e fu la ribellione, la mancanza di fiducia in Dio. "Se Dio fosse con te, le cose ti andrebbero meglio"è la tentazione continua. "Se Dio fosse davvero Padre, o peggio ancora se veramente esistesse, non permetterebbe che questa mamma morisse lasciando orfani i figli, che quel marito abbandonasse la moglie fedele, che un bambino soffrisse per una terribile malattia" Sono le tentazioni di ogni giorno. Le tentazioni sono sempre tentazioni contro la fede e Dio le permette non per metterci alla prova come si prova un ponte caricandolo di pesanti camion carichi di sabbia per vedere se regge, ma perché possiamo confermare sempre la nostra fede in Lui. Credere in Lui anche quando le cose non vanno bene avere fiducia in Lui nonostante tutto Giobbe è modello di come si vince la tentazione del demonio , fu tentato privandolo di tutto per vedere se si ribellava a Dio e continuò ad aver fiducia anche finito in un letamaio. Gesù è il vero Giobbe che ci insegna la totale fiducia in Dio anche morente sulla croce. Non si crede in Dio per i suoi doni ma per la sua Parola. Il primo esercizio quaresimale è quello di individuare bene quali sono le nostre tentazioni. Non è un esercizio semplice ma interessante per fare la verità su noi stessi,c'è infatti il pericolo di considerare le tentazioni come tendenze naturali addirittura positive, tanta è l'astuzia del tentatore che ci circuisce "cercando di divorarci". Quali le mie personali e intime tentazioni? Se le proiettassimo su uno schermo ci sarebbe da scappare dalla vergogna pensando che cosa saremmo capaci di fare se il pudore e l'aiuto di Dio non ci aiutassero a vincerle. Quali le tentazioni della mia famiglia? Quali le tentazioni a cui è sottoposta la società di oggi per la quale credo che una delle tentazioni principali sia quella di rinnovare le strutture anziché rinnovare l'uomo. Da non dimenticare che ogni tentazione , in ultima analisi, è una tentazione contro la fede, Per questo la chiesa ci prepara alla Pasqua attraverso quaranta giorni cominciando proprio con l'aiutarci a far chiarezza su questo argomento perché la notte di Pasqua ,celebrando l'anniversario del nostro Battesimo, rinnoveremo proprio la fede dicendo ancora una volta "io credo"nonostante tutto perché "questa è la vittoria che vince il mondo : la nostra fede"

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PRENDI IL LARGO – V Domenica del tempo ordinario

Una folla si era riunita intorno a Gesù. Osserviamo bene il suo comportamento perché ha molto da dirci. Chiede aiuto a Simone. In questa richiesta di aiuto prendiamo coscienza di uno stile: nessuna autosufficienza, ma desiderio di condivisione, di partecipazione alla sua missione, una umiltà che sa riconoscere di aver bisogno degli altri,la necessità di farsi aiutare. Gesù ha bisogno di Simone. Ha bisogno di noi. Ha bisogno di me. Come reagisco?

Dopo l'insegnamento Gesù fa a Simone una richiesta originale "vai al largo e getta le reti". Da notare che avevano lavorato tutta la notte senza prender niente. Simone obbedisce. E' la Parola che abita la decisione di Simone. La Parola aveva chiesto la barca, ora chiede la disponibilità, una Parola che urta con la visione più realista, Simone conosceva il mare Gesù non era del mestiere. Eppure è una Parola efficace che apre a nuovi orizzonti. Vai al largo! Getta le reti! Vi farò pescatori di uomini! Ecco Qualcuno che propone. Che apre nuove prospettive, che trasforma il quotidiano donandogli un nuovo senso, un nuovo dinamismo. Non c'è che da cambiare strada. E' il Cristo vivo che oggi ci parla, ci invita. Prendete il largo. Allargate le vostre strade. Allargate le idee. Aprite il Vostro cuore al suo amore. Simone getta la reti. Chi glielo fa fare? Sicuramente la fiducia, ma la fiducia associata all'intuizione che una richiesta che viene da Gesù non può essere che un'abbondanza di vita. E in effetti vediamo il risultato di questa confidenza: la quantità di pesci che riempie le barche. Ecco il principio per il discernimento della nostra vita: ciò che Gesù vuole non può essere che per il nostro bene. In Lui non c'è alcun male. Lui non è che amore e amare è fare del bene all'altro. Dopo la pesca miracolosa Pietro si butta in ginocchio davanti a Gesù e gli chiede di allontanarsi perché è un peccatore. Nella prima lettura abbiamo sentito Isaia che ha la stessa reazione dinanzi all'esperienza della Presenza di Dio. "Sono perduto, perché son un uomo dalle labbra impure". Facciamo bene attenzione. Isaia incontra Dio nello splendore della liturgia del tempio, Simone lo incontra mentre sta lavorando. Anche gli altri apostoli vengono chiamati da Gesù mentre sono al lavoro. Quindi: attenzione a Dio che passa, neppure il nostro peccato lo allontana, anzi, sembra proprio il contrario. Anche noi, come Simone siamo peccatori, fragili, nel senso di una resistenza profonda ad entrare in confidenza, a convertire le nostre false immagini di Dio. L'originale di tutto iul Vangelo è di essere chiamati nel cuore stesso di questo peccato, di questa resistenza, di questa fragilità. Lui ha bisogno soltanto di discepoli che siano coscienti di questo e facciano un cammino di ringraziamento e di gratitudine verso Colui che gli ha cercati dove si trovano e li chiama come sono.

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DALLA POLEMICA ALL’ AMORE – IV Domenica del Tempo Ordinario

Nel vangelo di oggi sembra che Gesù provi piacere a provocare i suoi uditori. La scena si svolge nella sinagoga di Nazareth. Luca ha raccontato in una sola volta le tre volte che Gesù è entrato nella Sinagoga del suo paese. Dagli altri evangelisti infatti risulta che La prima volta lesse il testo di Isaia e lo commentò suscitando l’ammirazione dei presenti.

La seconda volta, raccontata da Matteo e Marco, insegna ancora ma i suoi uditori sono stupiti dal fatto che conoscono la sua famiglia e lo prendono per un illuminato ma non manifestano ostilità ma piuttosto incomprensione e stupore. La terza volta Gesù diventa polemico evocando stranieri come la vedova di Sarepta e Naam il Siro e provocando così la reazione ostile dei suoi concittadini.

I suoi concittadini gli contestavano il fatto che faceva i miracoli a Cafarnao e non al suo paese: erano gelosi e Gesù vuol rivelare la sua identità e il significato della salvezza che ha portato a tutti e non soltanto ai suoi. E questo lo fa giocando sulle categorie del dentro e del fuori. Al suo paese oppone Cafarnao, Ad Israele oppone Sarepta, paese di Sidone e alla Siria, paese di Naam. I suoi concittadini lo spingono fuori della città. Questa espulsione è ripresa dalla lettera agli Ebrei "patì fuori della porta della città" (13,12). L'espulsione di Cristo dalla città degli uomini ci esprime il passaggio dal provvisorio al permanente. Gesù passerà anche attraverso la morte e così il "Figlio di Giuseppe" sarà percepito come Figlio di Dio.

Il tema del provvisorio e del permanente si ritrova nella seconda lettura dove San Paolo lo mette in atto parlando del passaggio dallo stato d'infanzia allo stato adulto , la fede si fa visione. La fede e la speranza sono provvisorie come le forme di vita in cui si realizzano. La conoscenza verso la quale andiamo è una conoscenza divina perché "io lo conoscerò come sono conosciuto". Conoscere come Dio conosce è partecipare alla natura divina: la mutazione della conoscenza ci fa pensare al tema della nascita (co-nascere). Per cui conoscere Dio è rinascere.

Attraversando tutto il provvisorio la fede cresce e diventa visione per cui non si può parlare di adulti nella fede perché la maturità della fede è la visione quando rimane soltanto la carità. Gesù ci esorta ad uscire da noi stessi, ad aspirare all'universale, a vivere nella carità che è un anticipo di quello che vivremo quando, concluso il provvisorio, saremo nel definitivo.

Papa Francesco ci esorta su questa linea a uscire, a non essere gelosi della nostra ricchezza trasformando la chiesa in un museo come volevano i compaesani di Gesù. A non essere gelosi dei nostri valori ma a donarli perché "siamo missione", ad uscire dalla città verso le periferie esistenziali perché la salvezza non è privata ma universale.

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LE PARTI MENO DECENTI – III dom. del tempo ordinario

San Paolo nella seconda lettura ci parla delle parti meno decenti, certamente, per un certo pudore, Paolo voleva dire le parti genitali. Solitamente si passa sopra a questo versetto anche per irritazione di coloro che non capiscono come possano essere nel corpo umano parti meno decenti. Certamente è un fatto di cultura anche se il silenzio su questa frase ci nasconde qualcosa di importante. In effetti di che cosa si tratta?

L’immagine del corpo rappresenta la chiesa , le nostre comunità. Le parti meno decenti come le parti più delicate (pensiamo all’occhio) indicano degli uomini: giudei e pagani, schiavi e uomini liberi e anche membri della comunità con la diversità delle loro funzioni. Paolo ci spiega che più un uomo è debole, più la sua funzione è modesta più bisogna trattarlo con rispetto e amore. Cosa c’è di più indecente di un miserabile, di uno svanito in una comunità di gente intelligente e distinta? Il povero, colui che non è saputo accedere alla “cultura” che non ha saputo sbrogliarsi nella vita? Ebbene, questi sono gli uomini a cui dobbiamo riservare la nostra attenzione. Gli altri non ne hanno bisogno. Nella comunità credente tutto è condivisione, onore e disonore; non possiamo escludere dal corpo membra che non ci piacciono: “la testa non può dire ai piedi non ho bisogno di voi”. Abbiamo bisogno anche dei poveri e dei peccatori.

Il discorso inaugurale , il suo discorso-programma, tutto improntato ad Isaia, Gesù va a farlo nella sinagoga del suo paese e ci dice che cosa è venuto a fare. Tutto di seguito parla dei personaggi "meno decenti" della comunità: poveri, prigionieri, infermi, oppressi. In conclusione, quello che dice San Paolo non è un consiglio di passaggio come :un compito tra gli altri "non dimenticatevi dei poveri" . Gesù ha ricevuto l'unzione dello Spirito per riabilitare gli uomini caduti. E' venuto per questo ed è questo ciò che dobbiamo fare. E questi uomini "meno decenti" che vorremmo nascondere, sono di fatto la figura di quel che siamo tutti noi: tutti gli uomini sono salvati da Cristo. Nessuno può dire che non ha bisogno. Tutti nella stesa condizione; il nostro male è ciò per cui, in prima istanza, formiamo un solo corpo. Il corpo nella sua diversità. Dio crea sormontando il caos e mettendo ciascuna cosa al suo proprio posto, relativo al posto degli altri esseri. Differenza e relazione perché Lui stesso è diversità e relazione (Padre, Figlio e Spirito Santo). E' insieme che noi formiamo l'immagine di Dio. Da questo l'immagine del corpo. Nessuno da solo è il corpo. Ciascuno ha bisogno dell'altro per far corpo. Questo bisogno e apertura rompe la sufficienza in noi stessi. La diversità è il trampolino e il terreno dell'amore. Il peccato è partire dalla diversità per fare il contrario dell'amore: la divisione, l'esclusione, l'ignoranza di colui che è diverso. Gesù è venuto ad integrare nella comunione gli esclusi, sormontando il nostro peccato. Ma non lo fa in maniera esteriore, con una forma di condiscendenza lasciando ciascuno al suo posto dove è , ma prendendo il posto dei peccatori, lascia il suo posto e si fa "peccato" ed escluso. E' con noi e vuol fare con noi il percorso in senso inverso ricostruendo l'unità. Allora " Ci sarà soltanto il Signore, e soltanto il suo nome" (Zacc. 14,9) Eccoci arrivati allora al nostro posto, nell'unità dell'unico Dio.

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Epifania di N.S. – Solennità – 6 Gennaio 2016

SIAMO NOMADI

Uno dei pionieri dell’astronautica ha scritto: “La terra è la culla dell’umanità, ma non può eternamente restare in culla” E aggiungeva : “L’umanità non resterà eternamente sulla terra: All’inizio , prudentemente l’uomo attraverserà i limiti dell’atmosfera, poi, più tardi partirà alla conquista del sistema solare”. Queste parole son piene di audacia e di fiducia nell’avvenire dell’umanità. Cosa avverrà realmente? Certamente queste parole esprimono una verità profonda. Partire è il proprio dell’uomo. Deve sempre alzarsi,andare più lontano e cercare una nuova luce.

Partire è proprio di Abramo, nostro Padre nella fede, attratto dalla promessa di una terra migliore. Parte e diventa Padre di una moltitudine, di un popolo, quello di Dio da cui è nato Gesù. Partì e la sua avventura trova il suo compimento nella nascita del Figlio di Dio. Oggi, altri, partiti da terre lontane arrivano dopo un lungo viaggio. Niente li ha fermati. Poco sappiamo di questi Magi di cui parla Matteo ma sappiamo l’essenziale, non vengono da Israele, vengono dall’Oriente; sono l’avanguardia dei popoli pagani che vengono ad adorare il Re dei Giudei, il re dell’universo.

La festa dell’Epifania non può esser capita dai seduti, adagiati nelle loro comodità materiali e spirituali, chiusi in un orizzonte limitato. Gesù, frutto di Israele attira tutte le nazioni. Partire è proprio dell’uomo. Ci vuole una certa incoscienza ma la virtù spesso è vicina all’incoscienza, E’ la fede , la fiducia nel trovare la luce che fa partire l’uomo che è un cercatore di luce.

Si racconta che Abramo un giorno si incamminò nel deserto col figlio Isacco in compagnia di un asinello. Dopo una giornata di cammino pieni di sete e di stanchezza Isacco chiese al Padre, “Quanto manca all’arrivo” “Siamo nomadi, figlio mio” rispose Abramo. Coloro che hanno lasciato tutto per seguire Cristo lo sanno bene. Il giorno del matrimonio sanno i giovani sposi cosa li attende? Si amano ed è l’unica cosa giusta da fare. I magi hanno percepito l’emozione di Gerusalemme, la gelosia di Erode, le lentezze degli altri……….Tutto ciò che preanuncia quanto avrebbe incontrato il Signore prima della sua morte. I magi restano fedeli alla loro ricerca, niente si opporrà alla loro volontà; vogliono prostrarsi davanti al Signore.

Questa festa è per color che non hanno paura delle difficoltà, che non si fermano dinanzi alle prime contrarietà. Molti son decisi di seguire il Signore finche tutto si svolge nella tranquillità. Colui che parte con la fede per bagaglio troverà. “I magi videro il Bambino con Maria, sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. Trovare Dio è il compimento di ogni ricerca. Adorarlo è il proprio dell’uomo. Adorarlo è meravigliarsi, donarsi completamente senza niente prendere indietro. Adorare è il compimento del nostro amore per Dio.

“Tornarono a casa per un’altra strada” dice il Vangelo dei magi. Cambiare strada è proprio di chi ha incontrato Dio. Prendere la strada giusta da percorrere che è Cristo e il suo vangelo. Trovare Cristo vuol dire trovare la via giusta “Io sono la via” e per quella via continuare il cammino perché, ricordiamolo, “Siamo nomadi”

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Santa Maria Madre di Dio – Solennità – 1 Gennaio 2016

Alle sorgenti della pace

La celebrazione di questo giorno è caratterizzata da tre avvenimenti: nel calendario civile è il primo giorno dell’anno, in quello liturgico è la festa di Maria Madre di Dio e dopo Paolo VI la giornata della Pace.

Maria , come tutti gli uomini ci fa gli auguri per il nuovo anno dicendoci “Che il Signore faccia brillare il suo volto su di voi”. Su di Lei si è piegato il Signore, ereditiera di tutte le benedizioni del suo popolo, Madre di Cristo, si china su di noi e le trasmette a tutte le generazioni. Non possiamo avere sicurezza maggiore per cominciare l’anno. Per Natale è annunciata la pace a tutti gli uomini e noi la preghiamo Nostra Signora della Pace.

L’umanità si trova oggi in un momento cruciale della sua storia: la preso coscienza della propria vulnerabilità. Forte della sua scienza e della sua tecnica ha inventato armi straordinarie capaci di distruggere. Impegnata con i suoi mezzi di comunicazione in un processo di mondializzazione si trova contemporaneamente avvinta in un processo di violenza universale. Malgrado gli interventi militari non si è capaci di smantellare gli attentati terroristici e neppure gli sforzi diplomatici ci fanno sperare una tranquillità mondiale. Come se l’umanità fosse sempre a correre dietro ad una pace che non arriva mai. Anche nei paesi in cui si è incarnato il Principe della pace non si e’ mai conosciuto nella sua storia momenti così difficili.

La festa della Madre di Dio è un invito ad andare a chiedere la pace alla sua sorgente, la dove può portare frutti che restano: la pace deve abitare nel cuore degli uomini. La fede ci da la certezza che Dio agisce sul cuore degli uomini, di tutti gli uomini che tengono il cuore aperto per lasciar crescere l’amore e così diventare operatori di pace. Maria è per noi testimone e modello.

Se noi preghiamo per la pace non è che essa cade dal cielo come un dono ma perché Dio metta nel cuore dell’uomo i suoi pensieri che sono pensieri di pace. Abbiamo bisogno di ricevere da Dio la volontà di pace e la novità del cuore.. Con la sua forza vivificante Dio può creare delle aperture di pace dove sembra che ci siano soltanto ostacoli di un cuore piegato su se stesso. Dio può consolidare ed elargire solidarietà tra i membri della famiglia umana malgrado i tanti episodi di divisioni e di lotte.

Pregare è riconoscere che l’uomo deve imparare a ricevere da Dio E’ la grandezza dell’uomo poter entrare in dialogo con Dio. San Paolo ci ricorda la dignità della nostra vocazione : il Figlio di Dio si è fatto uno di noi nel seno di Maria perché noi diventassimo figli di Dio. Nel nostro cuore abita lo spirito filiale che ci fa gridare “Abba. Padre!”. E Maria, divenuta Madre di Dio accompagna e sostiene la nostra preghiera per l’umanità. Non è forse Lei la Madre universale che è preoccupata per tutti i suoi figli?

Radicando la pace nei cuori si può comprendere e mettere in opera la giustizia che non è semplicemente un ordine esteriore della società ma una relazione di rispetto, di considerazione dei diritti dell’altro, una relazione di rispetto e di equità tra i popoli. Si capisce così che la giustizia non può essere efficace senza il perdono, senza la misericordia, perché la relazione implica anche la presa di coscienza delle debolezze e Dio sostiene la speranza nella conversione di ogni uomo. Preghiamo perché l’anno che si apre sia per l’umanità un anno di pace, con la certezza che la nostra preghiera è ascoltata.

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SANTA FAMIGLIA – 27 Dicembre 2015

[huge_it_videogallery id="1"][huge_it_videogallery id="1"]LA FAMIGLIA DI GESÙ

Appena celebrata la nascita di Gesù la chiesa pone la nostra attenzione sulla sua Famiglia, è infatti l’unica cosa che possiede. Alla sua nascita colpisce la povertà assoluta del luogo e la privazione dell’accoglienza da parte degli uomini “venne nella sua casa e non lo riconobbero”. Appare anche chiaro il messaggio, il primo messaggio che Gesù ci offre: si è privato di tutto meno che della famiglia perchè si può fare a meno di tutto meno che della famiglia.

Per questo la famiglia è un diritto di tutti. La mancanza di una famiglia non è povertà ma miseria e la miseria non è un valore evangelico come la povertà ma una cosa da combattere come ci insegna la dottrina sociale della chiesa. Se la famiglia è un diritto di tutti e sempre, da bambini adulti e anziani, è anche un dovere far si che tutti abbiano una famiglia.

Ogni famiglia ha i suoi problemi, e nessuno pensi che quella di Gesù non ne abbia avuti. La scrittura non ci parla di problemi ma di situazioni in cui è venuta a trovarsi. Giuseppe, prima del matrimonio è alle prese con problemi davvero difficili. Per passare dalla paura alla fede ha bisogno di essere evangelizzato dall’Angelo. Luca ci parla di incomprensione dei genitori nei riguardi del figlio. Gesù manifesta chiaramente la sua indipendenza. Maria lo riprende e anzichè gettarsi tra le sue braccia chiedendogli perdono , si difende, contesta la loro ricerca e si prende l’ultima parola. Loro non comprendono ma non impongono la loro autorità. Il Vangelo ci dice “tornarono a Nazareth ed era loro sottomesso”. Ovviamente si sottomette perché vuole loro bene.

Altra cosa che colpisce nella famiglia di Gesù è il vicendevole rispetto. Rispetto di Giuseppe nei confronti di Maria, rispetto per il mistero dell’altro che è sempre della stessa famiglia,il mistero di Dio. Il rispetto è la prima espressione dell’amore e può essere il suo coronamento. Può essere anche la condizione dell’amore: quando non si sa più che l’altro è mistero diviene un oggetto ben conosciuto da cui non si aspetta niente. Questo rispetto non è soltanto un atteggiamento morale ma un atteggiamento di fede davanti al lavoro di Dio nell’altro. Il nostro prossimo è anche il luogo in cui Dio affronta e vince il male dell’uomo. Abbiamo un ruolo da giocare in questa lotta. Il nostro ruolo non è ne quello di combattere ne di prendere la direzione ma del rispetto.

Le generazioni. Ciascuno di noi viene al mondo per giocare il suo ruolo e poi sparire dalla scena. Questo ruolo è di trasmissione, abbiamo ricevuto la vita e dobbiamo donarla. Noi siamo relazione. E’ vero per la vita, per la scienza e per la cultura ed è anche vero per la fede. Sono queste generazioni in legame tra di loro che formano già il terreno dell’umanità unita. La vita ci viene da Dio attraverso queste persone che sono i nostri genitori e va a Dio attraverso questi uomini che sono i nostri figli. Da qui il rispetto e l’amore per coloro che ci precedono e per coloro che ci seguono.

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NATALE 2015

NATALE È L'IDENTITÀ CRISTIANA

Natale non è la festa principale del Cristianesimo ma sicuramente la festa dell’identità cristiana. E’ facile oggi , vivendo in un ambiente multicultuale, chiedersi perché dal momento che ebrei, musulmani e cristiani adorano lo stesso Dio, sono figli di Abramo e pregano nella stessa direzione , non si mettono d’accordo e fanno un’unica religione, probabilmente diminuirebbero anche le tensioni tra i popoli. TutteI adorano lo stesso Dio ma c’è una differenza sostanziale: i cristiani credono che Dio è diventato uomo e si è chiamato Gesù.

Se Gesù è Dio diventato uomo Gesù è tutto, è Dio. Credere in questo cambia tutto nei confronti di Dio. Nella preghiera non siamo più noi a cercare Dio ma è Dio che cerca noi, sta alla porta e bussa. Più che adorarlo, come fanno i fratelli delle altre religioni, i cristiani sanno che Dio desidera essere considerato amico e vuole che realizziamo una comunione con Lui. In una parola Dio è diventato nostro fratello , ci ha fatti tutti figli di suo Padre e fratelli tra di noi.

Ovviamente se Dio è diventato uomo la persona più importante per i cristiani è la donna che lo ha partorito: Maria, la madre di Dio. Per questo a Natale il posto principale lo occupa Lei, come in ogni parto la persona festeggiata è la mamma. Parlando ai bambini del catechismo chiesi cosa avranno detto i pastori a Maria che gli presentava Gesù. “Uh! Come ti assomiglia” esclamò uno di loro. Proprio così. Dio ha preso il DNA di Maria. E’ diventato vero uomo, si è incarnato, ha preso la carne che come Dio non aveva.

Da quel momento non è più possibile separare la dimensione orizzontale dell’umanità da quella verticale della divinità. La terra, le cose, le sue problematiche non potranno più essere considerate isolatamente, indipendentemente da Dio. Dio è partner di ogni uomo. Questa è la sostanza della nostra fede. Ecco perché uno dei geni più grandi dell’umanità ha inventato il Presepio per esprimere e ricordare il grande momento in cui “Dio si è fatto come noi”.

E’ una gran pena sentir difendere il Presepio come un valore della nostra cultura, anche se è vero perché la fede è diventata cultura. Il presepio è l’espressione della nostra fede e deve essere rispettato perché ogni fede con le sue espressioni devono essere rispettate altrimenti si fa come i francesi che intendono “lo stato laico” non come stato che rispetta tutte le religioni accogliendole come valore con spirito di tolleranza e di rispetto, ma che non ammette nessuna forma religiosa, in questo caso lo stato non è laico ma è ateo o perlomeno oscurantista.

“Come spiegare il Natale” Si chiedeva una famiglia di amici che aveva adottato un bambino dalla Bielorussia che non aveva mai sentito parlare del Natale. Facciamo il presepio, fu l’intuizione. Andarono a comperare le statuine e fecero il presepio spiegando che quel Bambino era il creatore del cielo e della terra, che quella donna era sua mamma e che quell’uomo era il papà. Mi raccontarono stupiti come il bambino avesse accettato la loro catechesi. San Francesco era un genio e lo Spirito Santo fa la parte sua. Lasciamoci catechizzare anche noi dal presepio.

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IV Domenica d’Avvento – 20 Dicembre 2015

EDUCHIAMOCI AL NATALE 

La domenica precedente al Natale il vangelo ci racconta della visita di Maria a Elisabetta sua cugina. Nonostante le circostanze particolari in cui si trovava Maria era ovvio che andasse a trovare la cugina che aveva concepito in tarda età, non fosse altro perché glielo aveva detto l’angelo. Ma c’è di più da riflettere. Ciascuna delle due donne ha da portare qualcosa all’altra. Alla parola di Maria Elisabetta “è ripiena di Spirito Santo” e il fanciullo “sobbalza” nel suo seno. Alle parole di Elisabetta , Maria “trasale “ di gioia e prende coscienza di ciò che gli sta avvenendo. L’incontro è par le due donne portatore di gioia. Dal più grande al più piccolo. Nel vangelo di Luca la narrazione dell’infanzia di Gesù è caratterizzata dal movimento. Gli angeli vanno a trovare gli uomini. Maria si mette in movimento e continuerà anche dopo la nascita di Gesù. Questi movimenti vanno sempre dal più grande al più piccolo. Betlemme è il più piccolo di tutti i paesi di Giuda e Dio va ad investire in ciò che è più piccolo; sceglie sempre ciò che è il contrario di lui. L’immenso sposa l’infimo. “L’abisso chiama l’abisso”. L’abisso della grandezza, della potenza e dell’amore vengono ad investire l’abisso della piccolezza, della debolezza e del peccato. Quando Dio viene sceglie la forma più debole e più piccola degli uomini, quella di un bambino. Al di sotto del quale non c’è più niente. C’è il Crocifisso, colui che non ha più l’aspetto di un uomo. Ma se Dio arriva la, ciò che è l’ultimo diviene il primo, perché in effetti Dio è il primo. Anche il tempo è riscattato. Nella prima lettura ci viene presentata Betlemme come il più piccolo dei paesi di Giuda. Ora Betlemme è dappertutto perché dappertutto nasce il Messia, questo è per lo spazio. Anche il tempo è investito. Michea dice che Betlemme ha origini “dai giorni più remoti” ma da quel momento tutti i verbi sono al futuro. Circa la Visitazione Giovanni nel ventre di Sua Madre è il passato, è l’antica alleanza riassunta in lui. Gesù con la sua presenza lo fa esultare,lo fa rinascere perché tutto il passato deve rinascere, divenire attuale in Colui che “compie le scritture”. Il vecchia albero non è morto, lo rende vivo e porta frutto. Visitando Elisabetta Maria rende vivo il vecchio testamento. Una visita per noi. Questo sembra grandioso e teorico. In realtà è pratico e quotidiano. Quando prendiamo coscienza della nostra mediocrità, del nostro peccato, di essere agli antipodi di Dio, siamo nel luogo della sua visita. Quando ci sentiamo piccoli il più grande è con noi. E il tempo! Quando constatiamo di essere arrivati alla vecchiaia e il nostro corpo e il nostro spirito cominciano a perder colpi, possiamo trasalire nella notte del seno materno: siamo alle soglie di una nuova nascita. Tutto il nostro tempo, il nostro passato ci conduce a questa nuova nascita, come il passato biblico trova la sua nascita nel Cristo. Il ritorno di Cristo non è soltanto una nuova venuta, è il ritorno all’inizio per ricondurre e riportare il nostro tempo verso la gloria.

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III Domenica di Avvento – 13 dicembre 2015

Cosa dobbiamo fare?

E’ una domanda frequente nel Nuovo testamento. Lo chiedono i figli d’Israele la mattina della Pentecoste, la chiedono dopo la moltiplicazione dei pani e nel vangelo di oggi le folle presenti lo chiedono al Battista. La risposta è progressiva e la liturgia di questa domenica ce ne declina i passaggi: siamo soggetti alla legge del Signore, siamo destinati a ricevere la grazia di Dio e vivere di Lui, per entrare in questo mistero dobbiamo gioire di Lui.

Anche se abbiamo mille ragioni per essere tristi possiamo rallegrarci nel Signore . Perché? Perché Dio è Dio. E Dio che sempre è stato fedele continuerà ad esserlo per cui chi ha fede può sperare in Lui. La speranza è la sorgente della gioia e la speranza è una virtù teologale, cioè la dona Dio , non si fonda su delle ragioni umane , che solitamente farebbero pensare al peggio. Dio è Dio e non abbandona mai i suoi figli. Come si chiede il dono della speranza si chiede anche quello della gioia. E’ quanto ci fa fare la chiesa nell’imminenza del Natale: il Signore viene, rallegratevi! Obbedire alla legge di Dio. La risposta di Giovanni è concreta: parla di condivisione, d’onestà e di giustizia, di rispetto delle persone. In breve, parla del compimento della legge in termini di vita morale. Sono molti gli aspetti della legge di Dio. Il Battista entra nei dettagli, sono pedagogici perché risponde a delle persone . Anche la chiesa vuol darci un aiuto e per questo entra nelle situazioni concrete ma non sono che esempi e del tutto insufficienti perché l’unica legge che ci introduce in una vita morale intelligente è l’amore. San Paolo lo dice chiaramente “Il compimento perfetto della legge è l’amore”. Giovanni della Croce lo conferma “Alla fine della vita saremo giudicati sull’amore”. Si vive bene se si vive di fedeltà non di permissività. Dalla legge alla grazia. Cosa dobbiamo fare? Gesù risponde “L’opera di Dio è che crediate in Colui che ha mandato”. Anche Giovanni porta i suoi uditori a questa conclusione quando si chiedono se non fosse lui il messia. Allora fa la grande proclamazione “ Io vi battezzo con l’acqua, ma viene colui che è più grande di me, lui vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco”. Viene il Signore. Entriamo in questa fede, in questa libertà, in questa nuova vita che adesso si apre. Questa vita nuova è portatrice di gioia, frutto dello Spirito. Il Natale, l’anno Santo della Misericordia sono segni dell’arrivo della grande luce. Questa è la ragione della nostra gioia.

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