Liturgia

CON LA VESTE DELLA FEDE – XXVIII Domenica del T.O.

Gesù paragona il suo Regno ad un pranzo di nozze che Suo Padre gli ha preparato per celebrare la sua Pasqua con la nostra umanità e con la sua chiesa. Un pranzo che non doveva rallegrare tanto gli invitati quanto colui che invita. Più che la gioia degli invitati è piuttosto l'immenso desiderio del Padre di vedere la sala completamente piena di invitati.

Ci sono gli invitati del primo momento, forse i parenti che si aspettavano l’invito e che ne avevano un certo diritto e ci sono gli invitati della seconda ora, quelli non previsti e che non  si aspettavano l’invito non avendone diritto. Gli invitati della prima ora non hanno percepito il desiderio del Padre e se la sono squagliata forse non per cattiva volontà ma per distrazione: il loro interesse era altrove, nelle terre, nei loro affari. Il Padre non si scoraggia. La festa è pronta e deve essere fatta.  Servono altri invitati, non più selezionati ma di seconda scelta. I servi son mandati ai crocicchi delle strade per invitare “tutti quelli che potete trovare” ed essi  riunirono “buoni e cattivi finchè la sala era piena”.

Il testo di Luca è ancora più esplicito: Gli invitati della seconda ora sono”poveri , storpi e ciechi”. E siccome la sala non era ancora piena il Padre manda i suoi servi  a “far entrare gente con forza finchè la sala non fosse riempita”. E’ così forte il desiderio del Padre di condividere la festa di nozze che lo fa invitando con forza, facendo violenza. E’ impossibile sfuggire al desiderio di Dio. Davanti a Lui non regge nessuna scusa. Soprattutto quella della mancanza di meriti, di non avere alcun titolo, di non aver niente da rendere a Dio. Il suo desiderio è totalmente gratuito, non aspetta niente in contraccambio.

In Gesù Cristo, questo immenso desiderio di Dio, il desiderio “che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” ha preso forma umana in mezzo a noi “Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra e cosa desidero se non che si accenda”. E quando farà allusione alla sua passione, ne parlerà come di un battesimo nel quale deve essere battezzato e che desidera ardentemente ricevere. E giunto alla vigilia di Pasqua , alla fine della cena, che sarà l’ultima prima di quella che eternamente celebrerà nel suo Regno, manifesta ancora una volta quello che è stato il desiderio di tutta la sua vita terrena “Ho ardentemente desiderato mangiare questa Pasqua con voi perché non ne mangerò più finchè non si compirà nel Regno di Dio”.

E’ così che il desiderio di Dio ci insegue e poco conta se siamo poveri, storpi ciechi e se non abbiamo niente da restituire. Come rifiutare a Dio la gioia di sedersi alla sua mensa?

A soltanto due condizioni.  La prima è di non lasciarsi distrarre da altri interessi per i nostri desideri spesso superficiali e senza paragone con tutto ciò che Dio vorrebbe darci.

La seconda condizione, ed è la finale della parabola, è d’indossare la veste di nozze. C’è infatti un abito da cui liberarsi, quello del vecchio uomo, di cui il battesimo ci ha già spogliati; e da indossarne un altro, quello dell’uomo nuovo., cioè Gesù in persona, di cui lo stesso battesimo ci ha rivestito. “Voi che siete stati battezzati vi siete rivestiti di Cristo” dirà San Paolo.

Rivestendoci di Cristo abbiamo risposto all’immenso desiderio di Dio verso tutti gli uomini, quello di amare tutti come Lui, senza condizioni, realmente, gratuitamente, senza aspettarsi niente in contraccambio. “Quando darai un pranzo, dirà Gesù, non invitare amici, ne fratelli, ne parenti, ne ricchi vicini, in maniera che anch’essi a loro volta ti invitino ma invita poveri, storpi, ciechi, esattamente ciò che Dio ha fatto con noi, sarai felice perché non hanno di che restituirti! Questo sarà restituito al momento della resurrezione dei giusti.

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LA PASSIONE DI DIO – XXVII Domenica del T.O.

La più grande felicità per un vignaiolo è parlare della propria vigna e far visitare la propria cantina. Ascoltarlo "raccontare" la propria vigna con gli anni buoni e gli anni cattivi, vederlo sollevare i tralci, palpare le foglie, sollevare i grappoli è un vero piacere. Ama la propria vigna che gli rende bene fino al giorno in cui col diminuire delle forze non può più occuparsi direttamente e deve "affidarla ad altri".

Ricordo l'ultima visita fatta con lui. L'ho rivista da poco, lasciata in abbandono, invasa da erbacce e con piccoli grappoli. Per capire la parabola della vigna nel libro di Isaia e nel Vangelo bisogna percepire l'attaccamento "sentimentale" di colui che la coltiva. E' l'effetto di interventi ripetuti e permanenti, di protezione vigilante contro le malattie. La vigna non lascia mai il viticultore inattivo. "La vigna del Signore onnipotente è la casa d'Israele"ci dice Isaia. E' la coscienza che il Popolo eletto aveva di essere amato dal Signore. Quando Gesù nel Vangelo di Giovanni ci dice "Io sono la vera vite" ci dice che è la Nuova Vigna amata dal Padre Vignaiolo e risponde a quest'amore del Padre e lo diffonde tra i suoi discepoli attaccati a Lui come i tralci alla vite. "Come il Padre ha amato me così ho amato voi. Rimanete nel mio amore". Il proprio dell'amore è di donare e di donarsi e tanto Isaia che Gesù parlano dei numerosi investimenti fatti sulla vigna senza dimenticare niente "Potevo fare per la mia vigna più di quanto ho fatto?". Dio si riconosce in questa generosità. Noi ci riconosciamo in questa vigna ricolma di doni e di attenzioni. "Tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia". L'atto di fede più autentico non è affermare che Dio esiste ma che Dio mi ama. Impariamo da Dio Vignaiolo cosa vuol dire amare veramente. Tutti abbiamo una vigna o delle vigne da coltivare, una famiglia, una missione nella chiesa, delle persone che ci sono state affidate, delle responsabilità da assumere. Possiamo dire che facciamo il massimo per la nostra vigna?

Leggendo Isaia si rimane sorpresi della violenza con cui il padrone tratta la sua proprietà. Ne fa un deserto. Riconoscevano in questo la presa di Gerusalemme e l'esilio, considerati come una punizione per l'infedeltà. Ma si sa che che questa situazione è stata provvisoria perché Dio non ha mai abbandonato il suo popolo. Delle immagini ci traducono la "passione di Dio". Dio non è impassibile! Ce lo ha mostrato in Gesù Cristo. Il padrone della Vigna evangelica non reagisce meno violentemente dinanzi al tradimento degli operai. Questa reazione ha due tratti significativi: - Il ripetere dell'invio dei servi e soprattutto l'invio del Figlio esprime luminosamente la pazienza di Dio attraverso tutta la storia biblica. Con la successione dei profeti fino a mandare Gesù, crocifisso "fuori della vigna" sul Golgota, fuori delle mura di Gerusalemme-. - Il trasferimento della vigna ad altri. Il testo di Matteo la dice lunga sul dibattito esistente al momento della redazione del vangelo di Matteo tra le comunità giudaiche che si ritenevano "proprietà di Dio" e i cristiani che si ritenevano i nuovi depositari della fiducia di Dio. Alla luce della storia i cristiani hanno sempre prodotto i frutti attesi? Hanno sempre portato al Padrone i frutti della vigna? La questione è da porsi all'inizio del terzo millennio. Guardandosi indietro ai duemila anni di cristianesimo insieme alle favolose "raccolte di santità" e di evangelizzazione del mondo dobbiamo anche costatare dei frutti amari di divisioni e di spettacoli di violenze. Qual è l'attuale situazione? L'affievolimento della fede e dei valori cristiani della vitalità missionaria ci interpella. Dio "che non abbandona mai" non potrà affidare "La sua vigna ad altri"? Non siamo forse l'oggetto della pazienza di Dio?

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SOLO IL PECCATORE CONOSCE VERAMENTE DIO – XXVI Dom. del T.O.

Le prostitute sono migliori di voi, disse ,in parole povere, Gesù ai farisei. I farisei li trattava sempre così. Un amico , dopo aver sentito il vangelo di oggi mi disse " ma non ti pare che Gesù ce l'avesse un po' troppo con i farisei? D'altra parte era brava gente, gente religiosa che frequentava il tempio e serviva onestamente la causa di Dio". Insieme agli scribi conoscevano la legge e i profeti, un po' come i nostri teologi di oggi.

Erano inconsciamente soddisfatti di ciò che erano e rifiutavano la prospettiva del nuovo, di ciò che sta per venire. Perché deve venire ancora qualcosa che già non conosciamo? Conoscevano gli antichi profeti ma non "hanno creduto" al più grande di tutti : Giovanni il Battista. Sono descritti nel primo figlio della parabola: dicono di Si ma poi fanno quello che hanno sempre fatto e non vanno a lavorare dove li manda il padre. Son brava gente, dicono di si, mantengono l'ordine, non disubbidiscono formalmente, andranno più tardi "poi vedremo". E' gente che si sente al sicuro anche davanti a Dio. Gesù parla a noi, al piccolo fariseo che giace in noi anche dopo la nostra conversione e che noi ignoriamo. Ci sentiamo rappresentati dal primo figlio della parabola che risponde subito al padre, il contrario sarebbe impensabile. L'educazione ricevuta, la cultura familiare, gli amici non permetterebbero una disobbedienza del genere. E' sicuramente una grazia ma anche un rischio.

L'altro figlio della parabola non aveva avuto tutte le grazie che avevano avuto gli altri per cui aveva sicuramente rifiutato e disobbedito . E questo è uno dei paradossi del Vangelo: l'avere rifiutato, l'avere disobbedito, l'avere francamente demeritato diviene un'occasione. Pentirsi, aver qualcosa di cui pentirsi è la ragione per obbedire, per scoprire che la legge vera è quella dell'amore che nessuno può scoprire se non colui che ha bisogno di essere perdonato. Per questo il fariseo del tempio che rende grazie a Dio di non essere come il pubblicano non è ascoltato mentre lo è il pubblicano grazie al Dio di misericordia che riconosce il suo peccato.

Beati coloro che non hanno niente da nascondere agli altri. L'apostolo Pietro ricordava il suo rinnegamento, tutta la città conosceva la Maddalena. Silvano del Monte Athos aveva un morto sulla coscienza prima di farsi monaco. Santa Teresa di Gesù Bambino di cui oggi si celebra la festa, pur non avendo mai commesso alcun peccato mortale, come confessa nella storia della sua vita, prima di morire fa l'esperienza della tentazione e attraversa la vertigine della sua debolezza e finì per capire la sincerità degli atei e si vide assisa alla "tavola dei peccatori".

Uno dei due figli disobbedienti della prima ora ha una storia davvero esemplare. Si trova condannato per i suoi delitti accanto ad un suo compagno di sventura a cui confessa il suo delitto per cui ha meritato la morte e prega Gesù di accoglierlo nel suo Regno. E proprio in quel momento che riceve l'assicurazione sul campo di essere con lui in Paradiso. Non più tardi, alla fine dei tempi, ma adesso "Oggi sarai con me in Paradiso". Da Oggi la sua disobbedienza è inghiottita dalla sua misericordia e il ladrone è il primo disobbediente ad essere restaurato in Grazia. Il Buon Ladrone è la prova eclatante di ciò che Gesù dice ai farisei : "I pubblicani e le prostitute li precederanno nel Regno di Dio". Parola scandalose per chi si crede figlio obbediente ma infinitamente dolci e consolanti per chi confessa la sua disobbedienza e una sola parola di pentimento può restituire la Grazia.

" Dio lo conoscono solo i Santi e i peccatori e i primi soltanto se sono dei pentiti". " Il peccato è il combustibile dell'amore".

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LA DIFFICILE LEZIONE DELLA GRATUITÀ – XXV Dom T.O.

La parabola che Gesù ci presenta oggi può presentarci diverse situazioni. Al momento in cui il Vangelo prende forma i pagani entrano nella comunità dei discepoli. Entrano così in un campo da lungo coltivato dalla comunità d’Israele. Non stupisce l’indignazione dei giudei di origine. E’la stessa indignazione del figlio anziano della parabola del Figliol prodigo. Si tratta di un peccatore convertito nei confronti di chi ha dietro di sè anni di onorato servizio nel campo del Signore. E’ sempre duro accettare che “le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio”.

Prendiamo la parabola per un altro verso: quello dell’invidia e della gelosia. La gelosia consiste nel rattristarsi di un bene che non possediamo. Questa tristezza può arrivare fino a generare l’omicidio. Lo sguardo diviene cattivo perchè Dio è buono. Il contrario dell’invidia è la lode che consiste nel rallegrarsi del bene che si vede nell’altro e sommamente in Dio. La lode è il vero sacrificio “Sacrificium laudis” perché ci fa volgere lo sguardo da noi stessi, da ciò che abbiamo o non abbiamo, per orientarlo verso il vero bene, Il “solo bene” Dio.

Orientare lo sguardo. Nella parabola di oggi abbiamo lo stesso movimento. All'inizio gli operai della prima ora fanno il paragone tra il loro lavoro e il lavoro degli ultimi chiamati. Ecco cosa hanno davanti ai loro occhi: gli altri e se stessi. Il padrone è tacciato d’ingiustizia. Risponde di portare lo sguardo su un’altra relazione: Te e Io.  Si ritrova così il figliol prodigo “Tu sei sempre con me e quello che è mio è tuo”. In altri termini ciò che conta è ciò che c’è tra Dio e noi. Per prima cosa dobbiamo riconoscere la giustizia di Dio nei nostri riguardi; cammino necessario per riconoscere l’amore perché portare il peso del giorno con Dio è un privilegio.

I primi e gli ultimi. A seconda di come la leggiamo l’ultima frase del Vangelo può essere letta come una allusione dell’ordine del pagamento che precede. Certamente pone qualche problema: perché questo capovolgimento dell’ordine naturale? Fantasia di Dio? Arbitrario? Deve pur esserci una ragione. A mio avviso è rinviato a tutto l’ordine del Vangelo dove vediamo “Il Primo” , il Cristo, prendere l’ultimo posto. L’ultimo citato dalla parabola è a giusto titolo  un povero. Il Cristo, essendosi fatto servitore, essendosi fatto ad immagine del povero, il povero si trova ad essere l’immagine di Cristo. Egli è dunque il Primo , come Primo è Cristo e noi sappiamo che Cristo diventa il Primo  prendendo il posto dell’ultimo. (Fil 12,5) Quanto al primo, anch'esso deve farsi ad immagine di Cristo accettando di farsi l’ultimo (essere pagato per ultimo nella parabola). Se non accetta di prendere l’ultimo posto cedendo all'invidia e alla gelosia non accetta di raggiungere Cristo. Ancora una volta il Vangelo ci spoglia di tutte le nostre pretese.

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SETTANTA VOLTE SETTE – XXIV Dom. del T.O.

Tutta la pedagogia divina prepara l’uomo al perdono. E’ un cammino lungo . Dio deve sottrarre l’uomo alle sue passioni e farlo entrare in un piano di carità. Già nel caso di Caino, l’omicida, Dio promette che chi lio ucciderà sarà vendicato sette volte. Nel Deuteronomio, mettendo fine ad una giustizia sfrenata Dio limita all’ “occhio per occhio e dente per dente”. Oggi Gesù nel Vangelo ci dice di perdonare sempre e nella preghiera ci insegna “Perdona a noi le nostre colpe come noi le perdoniamo ai nostri  debitori”. Il perdono diviene un nuovo comandamento ed è scritto nel cuore stesso della preghiera dei suoi discepoli-

Ai contemporanei appare come una mancanza di forza. Nella interpretazione comune si pensa che il cristiano perdoni perché non può fare altrimenti. Il perdono ,così, è l’arma dei deboli perché in ultima analisi è sempre subire una violenza ad cui non è possibile reagire.. Così si instaura il sistema in cui il debole subisce e il forte sopraffà. Si instaura così uno stato di schiavitù sociale utile per coloro che detengono il potere e assicurarsi il proprio dominio. Questa è la filosofia del XX secolo che si riassume così: la religione del perdono è quella del debole e di colui che si compiace nella oppressione.

 Perdonare non è facile. Perdonare non significa che ciò che è stato commesso non è più grave o non ha importanza. Perdonare significa rifiutarsi di giudicare una persona soltanto per un atto della sua vita. Il peccatore vale più dei suoi atti perché è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Rifiutiamo di comportarci con i nostri offensori secondo la gravità dei loro atti ma accettiamo di rinnovare quella relazione che esisteva prima del’offesa che tra l’altro non è irreversibile.

Questa misericordia applicata non ignora l’esigenza della giustizia  a cui lo stesso Dio tiene. E’ così che conviene distinguere il perdono dalla riparazione che si articolano tutti e due nello stesso movimento di riconciliazione.

Col peccato è l’uomo che offende Dio e i fratelli  e il peccatore per ritrovare la sua dignità ha bisogno di riassumere i suoi atti e ripararli. IL Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda questo dovere di riparazione sia verso la verità che verso i beni materiali. E’ troppo facile pensare al perdono di Dio a buon mercato. Dio  perdona a chi domanda la sua misericordia con un vero pentimento ma Dio nella sua giustizia richiede anche una riparazione del male fatto. Se questa riparazione non avviene in questa vita potrà avvenire nell’altra col Purgatorio.

 Perdonando, come oggi Gesù ci insegna a fare, ci invita a perdonare a noi stessi. Perdonarci è la cosa più difficile. Il nostro cuore è pieno di rancore e di collera e il cuore si indurisce e fa morire in noi l’amore che ci unisce a Dio. In realtà “Colui che non ama il fratello che vede , non può amare Dio che non vede”. Perdonare è contemplare l’esempio di Gesù che si dona e perdona. E’ mettersi alla sua scuola per assomigliargli. Sulla Croce Gesù supplica il Padre per i suoi crocefissori e chiede per loro il perdono. E nella sua benevolenza Gesù va oltre facendosi loro avvocato “Non sanno quello che fanno”. Gesù perdona con tutto il cuore ed è per questo che ci invita al suo seguito a perdonare.

 Facendo così il nostro cuore si dilata ed è più grande e disponibile a ricevere l’amore di Dio. Formiamoci in cielo un tesoro di misericordia.

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OSSERVARE LA LEGGE – XXIII Dom. del T.O.

"Se tuo fratello ha commesso un peccato...parlane con lui". Gesù propone quindi ai suoi discepoli di osservare i fratelli, di giudicarli e di condannarsi gli uni gli altri? Come conciliare tutto questo con l'imperativo evangelico "Non giudicate e non sarete giudicati". Oppure "Perché guardi la pagliuzza nell'occhio del fratello quando non vedi la trave nel tuo?"

In realtà questa pagina del vangelo ci presenta Gesù che commenta liberamente alcune usanze ispirate alla legge di Mosè. I farisei applicano la legge alla lettera mentre Gesù propone un'altra interpretazione.

Se c'è un rimprovero da fare ad un fratello, propone di farlo cuore a cuore con discrezione e delicatezza. In una lite la legge prevede la presenza di testimoni o il ricorso alla comunità, e Gesù non propone di cambiare quest'uso. Ugualmente quando si tratta di pronunciare una sanzione non intende rimuovere la formula tradizionale "Che il colpevole sia per voi come un pagano e un pubblicano". I farisei rifiutavano i pagani e i pubblicani ma Gesù mangiava con loro e li accoglieva come il centurione e la samaritana. La risposta di Gesù a Pietro che gli domanda "Quante volte devo perdonare?"da la chiave di tutto il discorso "Non sette volte ma settanta volte sette". Cioè : "sempre".

La legge a servizio dell'uomo. Gesù non ha mai rinnegato la legge di Mosè. Ma ha mostrato che era a servizio dell'uomo e non l'uomo a servizio della legge. E' venuto non per abolirla ma per portarla a compimento., cioè a dargli la pienezza di senso. Non poteva realizzarsi che nella libertà della coscienza e nella preminenza dell'amore fraterno. Come dirà San Paolo: "La pienezza della legge è l'amore". In verità tutte le leggi venute da Dio hanno lo scopo di mostrare come rispettare e accettarsi gli uni gli altri per vivere insieme ed essere felici. Così dovrebbe essere per tutte le leggi umane. Della legge data da Dio a Mosè Gesù ha voluto rivelare il senso vero. "non uccidere", "Non imbrogliare", "Non fare adulterio" sono la esplicitazione di un'unica legge: "Amerai il prossimo tuo come te stesso".

La legge della chiesa. Alcuni criticano ciò che chiamano la morale giudeo cristiana e le leggi della chiesa che ne derivano. Ma la morale giudeo cristiana è fatta dall'eredità della saggezza ancestrale del popolo d'Israele, saggezza attraversata e vivificata dal soffio semplificatore e liberatore di Gesù Cristo, il soffio di vita che chiamiamo Spirito Santo. Dandoci il Vangelo Gesù non ci ha dato delle leggi supplementari, nè un trattato di morale. Ci ha lanciato un appello a vivere secondo coscienza, nello spirito delle beatitudini e nella dignità dei figli di Dio. E' per aiutare a vivere secondo quest'appello che la chiesa ha elaborato le sue leggi che sono dei semafori, dei segnali comunitari che aiutano gli uomini imperfetti che siamo noi a non andare fuori strada. Se fossimo dei santi non avremmo bisogno di leggi,

Una sola legge assoluta : amare come Cristo, chiede più di qualunque legge umana. Lo Spirito Santo, unica legge dei cristiani, ci insegna a vivere in verità, secondo una tale legge e un tale amore.

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DIO È FUOCO DIVORANTE – XXII Domenica del T.O.

"Tu mi hai sedotto... mi hai fatto forza". Geremia esprime così la sua esperienza con Dio. Anche Pietro conosce la seduzione di Cristo: " Tu sei il Cristo il Figlio di Dio vivente". Pietro si aspettava un Messia trionfante ma Gesù comincia a smontare le sue illusioni parlando della sua morte. Pietro reagisce ma Gesu non molla: "Lungi da me satana....non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!".

La logica della vita cristiana è la Croce. Gesù rivela ai suoi discepoli che la sequela di Cristo implica la logica della Croce. "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" La fede è una seduzione ma una seduzione esigente non può pretendere di aggirare la croce. Il Signore ci invita a rinunciare a noi stessi, ad immaginare un trionfo del Cristo che passerà dalle nostre mani. Non scendere a patti in maniera morbida con la sofferenza ma ad entrare nel mistero di apertura e di amore, nell'avventura del dono totale di se. Ciò che crocifigge gli apostoli è soprattutto che la Parola di Dio è una Parola esigente. Certamente è una buona novella che offre felicità ma è anche controcorrente dei nostri pensieri e della felicità che offre il mondo. San Paolo, cosciente che l'apostolo autentico deve guardarsi da ogni parola compiacente e di non avere altra preoccupazione che di piacere a Dio, esorta fare della vita una liturgia rifiutando di modellare la vita sul mondo presente. "Non prendete per modello il mondo presente, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare per saper riconoscere quale è la volontà di Dio"

Dinanzi a queste esigenze siamo tentati come Geremia, Mosè, Elia a fuggire dalle nostre responsabilità e a rinunciare di parlare di Dio. Si conosce la tentazione di Geremia " Io mi dicevo: non penserò più a Lui , non parlerò più in suo nome". Nell'ora della passione avverrà il rinnegamento di Pietro. Ma Geremia non può non aggiungere: "Io avevo dentro di me come un fuoco divorante nel più profondo del mio essere. Mi impegnavo a dominarlo senza riuscirci"

Dio: un fuoco divorante impossibile a dominare. Non abbiamo paura di momenti di stanchezza o di rilassamernto. L'importante è essere uomini e donne che si lasciano bruciare dal fuco ardente, essere fedeli al Signore nel più profondo dell'essere. Dio è sempre per tutti un fuoco divorante,l'importante è lasciarsi divorare dalla Parola di Dio, lasciarsi trasformare dai pensieri di Dio che non sono nostri o piuttosto lasciare scrivere lo Spirito Santo nel nostro cuore ciò che Lui vuole scrivere. Anche Ignazio d'Antiochia salendo a Roma per ricevere il martirio diceva: "C'è in me un'acqua che mormora: Vieni verso il Padre".

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DIO COSTRUISCE SULL’UOMO – XXI Domenica del T.O.

"La mia vita è cominciata veramente il giorno in cui ti ho incontrato". Quanti possono dire cosi' pensando ad un incontro determinante della loro vita. Uno sguardo, un invito, una conversazione, un servizio reso o ricevuto hanno segnato il destino di una vita. Pietro ha sicuramente vissuto il momento più determinante della sua vita e della vita della chiesa il giorno in cui Gesù gli disse: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa".

Quel giorno Gesù lo scelse: Gli donò un nuovo nome, l'iscrisse in un nuovo destino: essere roccia, una solidità per i suoi fratelli. Questo episodio del Vangelo, atto fondatore per Pietro e per la chiesa è significativo della scelta che Dio fa di un uomo per una missione umana e cristiana.

Perché ha scelto Pietro? Le scelte di Dio sono gratuite, insindacabili e misteriose ai nostri occhi. Noi percepiamo l'esteriore delle cose: Dio vede il cuore. Preferisce sempre i piccoli, gli inattesi e i dimenticati, Dio sceglie sempre persone fragili e imperfette fino a stupire e far concludere ad un grande uomo spirituale che "La Chiesa è una grande esperienza di povertà" perché nessuna carne si glorifichi dinanzi a Lui. "Perché mi hai scelto Signore?" Preti, religiosi, catechisti responsabili di comunità, tutti ci poniamo questa domanda. La risposta è da cercare nell'amore "insondabile" che Dio ha per noi.

Una scelta in confidenza. Il Signore non detta a Pietro i dettagli di ciò che deve fare ma lo designa "Roccia". E dovrà affrontare le crisi che capiteranno. Gli mette in mano le Chiavi del Regno e mettere in mano il mazzo delle chiavi è manifestare la massima fiducia e confidenza. Pietro riceve la responsabilità della casa di Dio e Gesù corre il rischio conformemente ai disegni di Dio di dar fiducia all'uomo. Abbiamo sufficientemente misurato la fiducia che Dio ci dimostra? Come usiamo le chiavi che son fatte per aprire. Facciamo del nuovo per la "Buona Novella"?

Una scelta che trasforma. Pietro sul lago di Tiberiade avrebbe potuto immaginarsi la folla della mattina di Pentecoste. Che avrebbe impiantato la Chiesa a Roma e che sarebbe morto crocifisso sul colle Vaticano ad opera di Nerone? La scelta di Gesù ne fa un altro uomo per un destino fuori del comune. Contrariamente a quanto altri possono pensare la risposta alla chiamata di Gesù impegna e apre un avvenire con un'apertura della vita al di la delle attese. Paolo si meravigliava: "della profondità della ricchezza della sapienza e della scienza di Dio".

Una scelta in cui Dio si impegna. "Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente". Riconoscerlo per Pietro significava impegnarsi con Lui. Ma l'impegno non è mai a senso unico. Il Signore si impegna presso Pietro e verso la sua Chiesa. Non ha detto "Tu costruirai la mia Chiesa " ma "Io costruirò la mia Chiesa". Il Signore è all'opera con l'apostolo che l'accompagna. La Chiesa è il cantiere permanente di Dio.

Facciamo anche noi la nostra professione di fede col nostro "Credo". Diciamo la nostra fede pasquale: Gesù è per noi "Il Figlio del Dio vivente". Questa fede ci impegna . L'Eucarestia ci invia a costruire la Chiesa.

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TUTTI ALLA TAVOLA DI DIO – XX Domenica del T.O.

Mi hanno raccontato che in una chiesa di Roma fu visto entrare un giovane dello Sri-Lanka che pregava con grande raccoglimento. Finita la preghiera un parrocchiano gli si avvicinò e cominciò una conversazione amichevole durante la quale seppe che non era cristiano: "professo un'altra religione". "Perché allora sei venuto in chiesa?". "Perché nella vostra nazione non ci sono luoghi di preghiera della mia religione. Ma il tuo Dio e il mio Dio è lo stesso, soltanto noi li preghiamo in maniera differente. Son venuto in questa chiesa per pregare il nostro Dio!":Non ho detto questo per dire che tutte le religioni sono uguali: si può in effetti chiamare Dio in maniera più o meno corretta.

Certamente il mondo è pieno di cercatori di Dio che si rivolgono a Lui ciascuno nella propria lingua o cultura, ciascuno con i suoi problemi e la sua speranza. La Cananea che abborda Gesù per chiedere la guarigione della figlia è originaria della regione di Tiro e di Sidone, l'attuale Libano. I Cananei erano considerati dai Giudei degli emarginati e dei pagani e c'era l'abitudine di trattarli come cani. Malgrado questo la Cananea da prova di ardimento ed è pronta a far di tutto per salvare sua figlia

Il suo grido è una preghiera di fede che stupisce sulla bocca di una donna straniera alla fede d'Israele e ignorante della vera identità di Gesù. Lo invoca come Messia "Figlio di David" e come "Salvatore",titoli divini. Con una umiltà straordinaria fa valere timidamente il suo diritto ad approfittare "delle briciole che cadono dalla tavola". Crede che Dio è universale nel suo amore. Stupito da questa fede semplice e autentica, Gesù esaudisce la sua domanda. Domandava le briciole: Gesù la fa sedere a tavola.

Evidentemente questo testo di Matteo si rivolgeva ai giudei convertiti. Che non erano ben accolti, sospettati. Questa situazione si ripete ancor oggi verso questi "pagani " che bussano alla porta della chiesa. Sono stranieri, membri di altre religioni, miscredenti , marginali della fede, superstiziosi. Battezzati che non hanno avuto alcun contatto con la fede in Cristo, indifferenti...., Tutti coloro che si avvicinano per vedere, ascoltare, dialogare, pregare, trovare conforto. Come li accogliamo noi nelle comunità cristiane? Sono presenti nelle nostre assemblee per i Battesimi, matrimoni, funerali , più attenti di quanto non si pensi. Pregano segretamente e son animati da un spirito di fraternità nei confronti degli altri. Fanno parte della grande famiglia di Dio: Lo Spirito non conosce frontiere e agisce nella vita di questi uomini di buona volontà. Senza rinnegare Cristo, unico Mediatore dell'uomo, la nostra Chiesa Conciliare deve essere all'ascolto di questi "semi del Verbo" presenti in ogni uomo.

In questa accoglienza della Cananea da parte di Gesù non si vede una contestazione di quello che si chiama "razzismo ordinario"e che si esprime in tanti modi di parlare e di agire? Si può anche essere trattai da stranieri nel proprio paese come dice il Salmo 69,9 "Sono uno straniero per i miei fratelli". Individui e gruppi sono marginalizzati, gli è rifiutato l'accesso al lavoro, alla sicurezza, alla dignità. Più che mai i cristiani devono restare vigilanti discepoli di colui che è fratello universale e devono portare la specifica testimonianza che "Gesù Cristo è il Signore di tutti gli uomini".

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SOLO SUL MONTE A PREGARE XIX Domenica del T.O.

La preghiera di Gesù. I Vangeli ricordano ogni volta che sta per avvenire qualcosa di importante la preghiera di Gesù. Nel Vangelo di questa domenica la preghiera è legata alla morte del Battista e, attraverso questa "vittoria sul male," alla prospettiva stessa della morte di Gesù. In certo senso ricorda il Getsemani. Il ricordo del deserto ci richiama le tentazioni.

Ricordiamo: il popolo che manca di pane vuole delle prove tangibili della presenza di Dio con lui. Con la moltiplicazione dei pani, Gesù significa che darà la propria vita. Questa preghiera di Gesù in piena notte rappresenta il cuore della lotta della luce con le tenebre.

Gesù cammina sulle acque. Gesù che cammina sulle acque mette sotto i suoi piedi la potenza del nulla e della morte, è il Gesù della resurrezione, è anche il popolo liberato che attraversa il mar Rosso, è anche la potenza della Parola di Dio che separa la terra dall'acqua (Genesi) come pure il ricordo del vento e del soffio. Bisogna far risuonare tutti questi testi e anche altri, come i salmi 139 e il 18 e il testo del diluvio, per sentire tutta la densità del racconto evangelico di oggi. Dinanzi alla morte del Battista Gesù afferma la potenza della Resurrezione che è quella stessa della Creazione. Ma Gesù non ha soltanto da camminare sulle acque ma anche da pregare per Pietro: "Pietro....io ho pregato perché la tua fede non venga meno...". Ma all'ora della passione, la fede di Pietro vacillerà. Il testo ripresenta perfettamente l'avventura di Pietro all'ora decisiva, quando conoscerà la vertigine del dubbio (perché ha dubitato) come Israele nel deserto. Finalmente Pietro riemergerà ma non per un proprio sforzo di fede, ma per "la mano di Dio". Cosa scrive l'evangelista? Sovrapponendo , per delle evidenti allusioni, il dramma di Israele, il dramma di Pietro, il dramma di Gesù (centrale) l'evangelista propone il camminare sulle acque in cui riassume tutta l'avventura umana. Rende attuale per la comunità cristiana per cui scrive: ecco i cristiani in preda alla persecuzione, una chiesa fragile in preda ad un avvenire aleatorio, una chiesa che, affrontata dalle forze della morte, rivivendo nella sua carne la Pasqua di Cristo, conosce la tentazione del dubbio. L'Evangelista gli dice che, come Pietro, camminerà sulle acque, anche se, provvisoriamente, ha l'impressione di annegare. Ciò che valeva per la chiesa primitiva ha valore anche per la cristianità del nostro tempo. Ci parla oggi nei problemi della chiesa attuale e in quelli personali.

Il vento impetuoso. Il tumulto del vento e il mare agitato sono la "prova". Ma anche ciò che l'accompagna nel cuore dell'uomo: la paura. Paura di Pietro, paura del popolo nel deserto, paura dei cristiani di tutti i tempi. Il vangelo descrive, una volta in più, il grande passaggio, il passaggio obbligato dalla paura alla fede. Dio si trova nella calma, ma questa calma è Lui stesso, come la fede, un dono di Dio, un dono pasquale: "Io vi lascio la pace, vi dono la mia pace".

 

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