Liturgia

AVERE L’AMBIZIONE DELLA PERFEZIONE VII Domenica T.O.

"Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste". La Parola del Signore ci lasca più che perplessi: increduli e paralizzati. Forse Gesù non ricorda in che condizione ha lasciato il mondo quando se n'è andato? Gesù mette il dito sulla piaga, lo sa e lo fa espressamente. Conosce bene il mondo in cui è e conosce il cuore dell'uomo come lo hanno conosciuto i profeti "complicato e malato"(Geremia). Il peggio per noi cristiani e che dopo due mila anni di cristianesimo sembra non essere cambiato niente. Il male è sempre all'opera e con metodi rinnovati.

L'esempio dei cristiani, a titolo personale e comunitario lungo la storia autorizza un giudizio severo: non abbiamo saputo resistere alle seduzioni del potere, alle forze sporche e alla violenza. Se fossimo stati perfetti non è detto che il mondo sarebbe stato migliore, certamente non possiamo provare il contrario. Attenzione alle autoflagellazioni di cattivo gusto. Si tratta di un superficiale esame di coscienza ma non è a caso che San Giovanni Paolo II avendo percepito l'urgenza di fare il punto di duemila anni di storia e di porre qualche gesto profetico, ha pensato a quello di chiedere perdono. Il problema esiste. Come rinnovare l mondo? Da tutte le parti si trovano tensioni e guerre e dobbiamo rilevare che le religioni non sono state sempre partigiane di pace. Addirittura l'uomo ha strumentalizzato anche Dio a suo profitto.

"Siate misericordiosi come il Padre vostro celeste è misericordioso". Dio conosce il peccato dell'uomo ma nonostante tutto insiste sulla decisione dei suoi discepoli che il loro si a Cristo deve essere un si. Per quelli di Cristo però c'è una differenza. San Paolo invita i cristiani a non avere tra di loro altra rivalità che quella dell'amore fraterno, perché è di amore che si tratta. Da questa la versione dello stesso concetto espresso da Gesù che ci propone San Luca. Per Luca "Siate perfetti" è tradotto: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli". La cosa è originale perché tutti gli spiriti religiosi hanno della santità un'immagine particolare. Chi la pensa come una grande austerità di vita, chi come un grande rigore, chi come una reale gravità, altri come una fedeltà piena e intera a ciò che uno crede e soprattutto una fedeltà assoluta alle pratiche dell'osservanza della religione. Come si vede la parte riservata all'amore è ben poca e invece è proprio l'amore che fa la differenza. La santità non consiste in ciò che è esteriore ma in ciò che è interiore. La legge osservata senza amore non vale niente. L'amore è il termine della parola del Signore e della sua legge.

E' sconcertante mettere l'accento sull'esigenza divina dell'amore : eppure è su questo che si gioca la vita umana, la sua riuscita, il suo compimento. San Paolo lo dice chiaramente: "anche se tu dessi il tuo corpo alle fiamme se non hai la carità non serve a nulla". E Gesù è ancor più radicale perché è sull'amore che giochiamo la nostra vita. Il solo appuntamento del nostro cuore è con l'amore di Dio e ciò che ci attende è l'esperienza cocente che non sappiamo amare come Gesù ama. Ciò che conta è prendere sul serio il comandamento dell'amore.

Saremo giudicati sull'amore. Mille sono le occasioni giornaliere per esercitare l'amore verso Dio e verso i fratelli. Aver l'ambizione della santità e mettercela tutta per realizzarla è l'oggetto stesso della nostra vita. Gesù ci dice che questo progetto corrisponde esattamente al nome di amore e misericordia. La radicalità del comandamento del Signore si confronta con le nostre resistenze e le nostre pesantezze e ,magari, con le nostre false esigenze religiose.

"Alla sera della vita sarai giudicato giudicato sull'amore". Su questo e su nient'altro.

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CHE IL VOSTRO SI SIA SI – VI Domenica del T.O.

Quando è SI' che sia SI', quando è NO che sia NO: siamo dinanzi al dramma della nostra vita: la possibilità di scegliere e di scegliere veramente. Siamo capaci di scegliere ma abbiamo l'esperienza di tergiversare, siamo portati a non scegliere o a scegliere a metà o a scegliere tutto e il suo contrario. Eppure dobbiamo scegliere bene. Da sempre ci è posta dinanzi l'alternativa "Ecco io metto davanti a te la vita e il bene, la morte e il male..... Scegli dunque la vita"(Dt. 30,19) E a bibbia ci racconta le conseguenze delle buone e delle cattive scelte.

Ovviamente per scegliere, soprattutto in materia importante, si sente il bisogno di riferimenti. La legge che Dio diede a Mosè non aveva altro scopo che questo. Dio, dinanzi all'uomo sua creatura fa un atto di grande amore e attende una risposta all'altezza di questo dono. La legge che Dio diede all'uomo non aveva altro scopo che quello di aiutarlo a rispondere adeguatamente alla confidenza e all'amore di Dio. Per questo la legge non può imporsi, spetta all'uomo confrontarsi come dice il Signore "Se tu vuoi puoi osservare i comandamenti, dipende dalla tua scelta restare fedele"(Sir 15,15)

La saggezza della Scrittura. La legge non s'impone ma soprattutto serve con profitto a chi si sottomette in coscienza. L'obbedienza servile non serve a niente. L'atteggiamento giusto dinanzi alla legge è questo: la legge cose mi suggerisce di fare? Sarebbe illusorio cercare la risposta ad ogni problema come per magia. Al contrario la legge richiama ad un ascolto costante "Beato l'uomo che si compiace della legge del Signore e la medita giorno e notte". Quando si parla della legge non si considerano soltanto i dieci comandamenti ma l'insieme dei primi cinque libri della Bibbia: il Pentateuco. La chiave per capire la legge del Signore non è la paura, la servitù, l'alienazione, al contrario è il "timore del Signore"che è tutt'altro che la paura di Dio ma piuttosto il rispetto di una gerarchia di valori che devono essere osservati nelle nostre scelte a seguito di un ordine che esiste tra le cose di cui Dio è Colui da cui tutto procede. E' Lui che chiama tutto all'esistenza e da senso a tutto.. E' l'amore che crea tutta la vita e fa l'uomo a sua immagine. Lo studio della scrittura è più alto di un sapere teorico "Tutto nella testa", ma piuttosto la sapienza di un cuore attento che vuole andare oltre il compimento e la libertà.

Lo spirito della legge. Il lungo discorso che abbiamo sentito oggi nel Vangelo di Matteo dice la stessa cosa. La perfezione non è quella di osservare alla lettera tutte le prescrizioni di Mosè. Dobbiamo certo continuare a interrogarci sulla legge di Mosè ma alla luce dell'insegnamento di Gesù: un comandamento è osservato soltanto quando si va in fondo a ciò che ci è chiesto. La legge non è osservata soltanto quando risponde alle sue esigenze di giustizia ma quando va fino all'ultima esigenza di amore. Soprattutto porta frutto quando non si compiace di ammirare se stesso, ma quando fa il bene semplicemente perché è bene e bisogna farlo. Gratuitamente! Come Gesù stesso ha praticato la legge.

Ma questo è troppo. Riusciremo? Quante volte proponiamo e poi ci troviamo in contradizione con le migliori soluzioni? Con rischio di scoraggiarci. Il vangelo di oggi ci aiuta: bisogna camminare con determinazione sul cammino del bene della giustizia e dell'amore; ma anche con perseveranza e pazienza: si, sul cammino pieno di buche e di difficoltà. Ma questo non ci deve spaventare e il Signore ci dice di non lasciarci indebolire dal compromesso dell'indeterminazione: "Che il vostro SI' sia SI' e il vostro NO sia NO". Poco importa il numero delle volte in cui dobbiamo ridire il nostro SI' se si converte in NO; la misericordia avrà sempre ragione della nostra debolezza e delle nostre lentezze se non rifiutiamo di fare appello al Signore.

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LA LUCE DEL MONDO – V Domenica del T.O.

Il tema di questa domenica è l'annuncio della Parola: la predicazione. E' il problema di tutti: convincere delle nostre idee, e per i genitori far entrare buone idee nella testa dei propri figli, come far loro frequentare la chiesa quando se ne allontanano. L'evangelizzazione comprende tre elementi: la parola , la vita che la testimonia e l'annuncio vero e proprio della parola. Un rischio grave è quello di confondere l'evangelizzazione con la propaganda o con la pubblicità.

Il metodo marketing per ottenere il massimo dei risultati martellando il cranio della gente di affermazioni per imporsi è un'astuzia anestetizzante la libertà degli uditori, eppure rappresenta una tentazione. Gesù invece, oggi, ci inviata a credere in lui e vegliare sulla qualità dell'impegno interiore e a lasciarlo trasparire naturalmente. Gesù non chiede di esporsi con ostentazione: vuole che il suo discepolo non taccia quando è interrogato anche se la sua parola suscita opposizione. Gesù si definisce "luce del mondo e chiede il coraggio di prendere coscienza di essere illuminati dalla verità e di mettersi a disposizione di coloro che la cercano.

L’uomo da bene, dice il salmo, è “luce dei retti di cuore”. Offre agli uomini la possibilità di incontrare una manifestazione visibile di Dio invisibile, Questo ci fa capire quello che dice Gesù ai suoi discepoli “Voi siete la luce del mondo”. La luce di cui noi cristiani siamo portatori non viene da noi ma dall’alto che è La luce “che illumina ogni uomo che viene nel mondo”. La nostra carità può essere vista da tutti perché non è nostra ma viene da Lui. Così ,invisibile in questo mondo, la gloria di Dio si rende percepibile nella carità verso i più piccoli. Che sia resa visibile la gloria di Dio Padre e annunciata la buona novella del Regno è il più grande gesto di attenzione e di rispetto verso i poveri. Questa è la vera luce della carità cristiana.

Il sale della terra. Le personalità cristiane che meglio sono percepite nel nostro universo culturale son quelle che incarnano la carità, basti citare per tutti Madre Teresa di Calcutta. Tutti i nostri contemporanei sono disposti ad accogliere un messaggio di fede che si radica nell'azione. Però il più grande amore di cui le opere di carità cristiana sono testimoni non è riconosciuto da tutti: è Gesù che l'ha reso manifesto sulla croce donando se stesso per liberare l'uomo dal peccato. San Paolo ci dice che il modo per annunciare il mistero e la gloria di Dio è quello della debolezza umana nella quale si manifesta la potenza dello Spirito.

Il sale fa emergere il sapore delle cose. E' il simbolo della sapienza attraverso la quale si riconosce il valore e la vera portata della realtà stessa, la più ordinaria. Essere sale della terra è far sorgere al mondo, nel quotidiano dell'uomo ciò che ha senso, ciò che è guidato dall'amore. Dobbiamo essere il sale, la sapienza di Dio, dei segni della potenza dello Spirito all'opera tra la debolezza dell'uomo. Senza paura che la nostra testimonianza non sia percepita. Basta essere in mezzo al mondo il fermento del vangelo.

Luce del mondo e sale della terra abbiamo una testimonianza d'amore da portare nel cuore del mondo. Questa missione ci obbliga ad una attenzione particolare di rispetto e di benevolenza nei riguardi di tutti, soprattutto i più piccoli e i più poveri. Avvicinarsi all'uomo che soffre consapevoli del mistero che ci fa vivere e di cui siamo portatori: il Messia morto e risorto per portare la luce a tutti gli uomini

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BEATI COLORO CHE AMANO – IV Domenica del T.O.

I gesti parlano. Gesù sale su una collina e, come Mosè sul monte riceve la legge del Sinai, Gesù propone la carta magna, la legge costituzionale del Regno che annuncia. Ogni precetto comincia con la parola "Beati". Immaginate che il nostro codice di diritto civile facesse precedere ogni articolo con la promessa della felicità. Gesù presenta il suo messaggio come "la buona novella", un cammino di felicità. Un immenso desiderio di felicità pervade ogni essere umano. La "proposta evangelica" dovrà essere molto interessante. Ma di quale felicità si tratta? Come raggiungerla, come accoglierla?

La felicità di Cristo. Il vangelo ci presenta il cuore di Cristo pieno di riconoscenza e di lode. "Ti ringrazio Padre perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli". La sua comunione col Padre era sorgente di una intensa gioia che manifestava ai suoi discepoli: "Che la mia gioia sia in voi e che la vostra gioia sia piena". Le beatitudini sono l'immagine di Gesù. Il messaggio evangelico non è esteriore alla persona di Cristo ma ce lo trasmette come messaggio del Padre. Il regno è lo stesso Cristo. Le beatitudini non dicono altra cosa che il vissuto di Gesù. Il Figlio del Padre ha voluto situarsi nell'umiltà del cuore e si è fatto dolce e umile, ha pianto per la sofferenza e di compassione, è stato misericordioso con i peccatori ed ha testimoniato coraggiosamente la verità. Ha fatto la pace nel suo sangue sulla croce ed ha subito la persecuzione per la giustizia del Regno fino al dono totale. E ci invita a condividere le beatitudini con Lui. Ne conosce la difficoltà e il prezzo e ci accompagna sul cammino di una difficile felicità senza limiti.

Nel vangelo di Matteo le beatitudini sono al futuro. Gesù prende il rischio di vanificare l'oggi? Ci conviene firmare una cambiale in bianco sulla sola garanzia della sua Parola? Non è stato rimproverato spesso al cristianesimo di essere la religione della rassegnazione aspettando la realizzazione nell'aldilà! "Il Regno è già in mezzo a voi" E le beatitudini sono più delle felicitazioni che Gesù rivolge ai suoi discepoli: "Beati voi di aver fatto la scelta della semplicità, della dolcezza, della tenerezza e della pace. Voi siete sulla strada del regno!" Dio rimette le lancette dell'orologio del Regno e anticipa la realizzazione attraverso i suoi che vivono lo stile del Regno, che sono delle Parabole del Regno. Dio è alla sorgente della felicità infinita, della bellezza dell'amore. Le beatitudini si possono riassumere così: "Beati coloro che amano veramente"

Una felicità che ci impegna. "In cammino". E' così che Chouraqui che traduce "beato" secondo la sensibilità ebraica. Le beatitudini evangeliche non sono l'apologia di una tranquillità passiva e beata. Al contrario chiamano ad un impegno concreto proposto come via verso la bontà. La povertà del cuore si traduce come un rifiuto a lasciarsi investire dal possesso materiale, dal potere e dall'orgoglio. E' la scelta di vivere libero. La dolcezza evangelica non è da confondere con la semplicioneria naif, è il rigetto della violenza e del disprezzo. E' accoglienza dell'altro senza debolezza ma anche senza pregiudizi ne gelosia..... Le lacrime non sono quelle della romanticheria ma quelle di una compassione cordiale che fa capire ed entra in simpatia con coloro che soffrono. La purezza del cuore è sinonimo di trasparenza, fugge la doppiezza e il travestimento della verità. Fare la pace suppone una volontà di realizzare la riconciliazione ad immagine del Figlio. La persecuzione a causa di Gesù è "subita" ed è la conseguenza di una ricerca della giustizia del Regno e l'indice di un impegno da parte del discepolo di "aggiustare " la sua vita al vangelo malgrado le incomprensioni. Mostrarsi cristiano prevede coraggio e lotta. Beati coloro che vivono contro corrente le beatitudini perché sono il vero volto del mondo che verrà.

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SEGUIRE GESÙ – III Dom. del T.O.

Abbiamo contemplato il Verbo fatto carne, adesso comincia la tappa seguente, la ragione della sua venuta tra noi: l'inaugurazione del Regno. Dall'inizio della sua predicazione Cristo associa uomini e invita quelli che diverranno apostoli a camminare al suo seguito per diventare "pescatori di uomini". Membra del corpo di Cristo e associati alla missione della Chiesa anche noi riceviamo questa domenica la chiamata di Gesù a seguirlo come gli apostoli perché il Vangelo che salva il mondo giunga alle estremità della terra. E' sulla sequela di Cristo che il Vangelo di oggi vuole intrattenerci ei anche noi ci soffermiamo.

Rispondere alla chiamata. Gesù incontra coloro che devono divenire suoi discepoli e dice loro "Venite dietro di me". Seguire Gesù è soprattutto un appello. La cosa sembra banale ma all'epoca di Gesù erano i discepoli che cercavano un maestro. Con Gesù non è così. E' il maestro che chiama e lo fa con autorità. Il regno bussa alla porta di ogni uomo che vuol sentire questa chiamata e conformare la propria vita con un itinerario di conversione. Questa è la scelta con cui ciascuno di noi deve confrontarsi e che suscita la nostra libertà. Voglio io rispondere a quest'appello e tirarne tutte le conseguenze? Tanti sono i simpatizzanti di Cristo ma non accettano di seguirlo come si presenta perché tirarne le conseguenze per la loro vita fa paura . Seguire Cristo non è seguire un'idea che va di moda e a cui ci si attacca. Seguendo il Salvatore e mettendosi alla sua scuola siamo iniziati alla vita stessa di Dio e ai misteri della sua persona. Facilmente ci si può sbarazzare di un'idea ma è più difficile con una persona. La nostra libertà è diversamente impegnata quando si decide per Gesù. Seguire Cristo richiede la morte a se stessi. E' andare "dietro di Lui". Lui è il primo , è Lui che apre la strada e noi lo seguiamo secondo il sentiero tracciato andando al ritmo di Gesù. Come Pietro siamo tentati di prendere altre strade che riteniamo più veloci ed efficaci, invece dobbiamo accettare come Pietro "di andare dove noi non desideriamo andare". Questo mortifica il nostro amor proprio ed è una scuola di fede e di fiducia. Davanti a questa chiamata così precisa gli apostoli rispondono con radicalità. Lasciano tutto, non tergiversano e non esitano. La strada che oggi Gesù inaugura è bella e rude. E' quella del dono di se che culmina nel mistero d'iniquità della Croce e discepolo di Gesù è colui che accetta di portare la croce. "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Gesù ci dice di condividere il suo destino "se soffriamo con Lui , regneremo anche con Lui" Questo cammino potrebbe anche intimorirci. La strada è fatta di esigenze e di rinnegamento di se. Il giovane ricco ebbe paura, ma la sequela di Cristo è anche pieno compimento dell'uomo: da pescatori di pesci a pescatori di uomini. Gesù qualifica positivamente tutto per portare alla perfezione tutte le qualità. Con Gesù c'è un vero "salto qualitativo"per ciascun uomo. L'uomo è condotto al termine di ciò che il Signore attende da lui e spera per lui. Alla sequela di Cristo raggiunge la statura dell'uomo perfetto. Così il mistero dell'uomo si illumina veramente se accetta di seguire Gesù, il Verbo fatto carne che apre a tutti noi una nuova strada. Possiamo noi "seguire l'Agnello ovunque vada" perché il servo sia dove regna il suo Maestro che ha seguito, servito e amato.

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TU SEI MIO SERVO – II Domenica del T.O.

Ciò che colpisce nelle tre letture di questa domenica sono le designazioni: "Tu, tu sei", "Io Paolo", "Ecco l'Agnello di Dio", "E' Lui, il Figlio di Dio". E ciascun personaggio è presentato, ogni volta è annunciata la sua missione, la sua funzione è precisata. Nella terza lettura è Israele, dunque una collettività che viene designata come "servitore", ma di seguito il testo sembra riguardare un solo individuo come nel caso di Paolo e di Gesù.

Ecco il problema: perché la salvezza arriva attraverso un individuo (con evidentemente Gesù al centro, in un posto unico)? Perché è designato un essere particolare datato ad una certa epoca e situato in certo spazio? La salvezza non potrebbe arrivare attraverso una colletività. Il nostro senso "democratico" è scioccato. Siamo invitati al culto della personalità? San Paolo insiste "E' attraverso uno solo che siamo giustificati.(Rom 5,12-21) Uno solo per tutti. Nel nostro Vangelo Giovanni lo designa "E' Lui".

Il problema è interessante eppure deve essere importante perché la Scrittura vi insiste tanto. Per cui deve avere qualcosa di capitale. Da parte mia vedo le cose così: tra gli individui che siamo noi ci sono molte divisioni e ciascuno salva la propria vita a scapito degli altri. Regna il peccato umano. Attraverso diversi collettivi ci sono vari tentativi per organizzarsi, coniugare le individualità. Così la vita diventa possibile stabilendo i limiti imposti dalle leggi e dai costumi in difesa dalle libertà "selvagge". Dice San Paolo "La legge è in vista del peccato". Le leggi sono un limite alla vita e alla creatività. Perché la libertà divenga totale bisogna passare dal collettivo alla comunione. Là si realizza l'unità per cui ciascuno può essere libero. Ma l'unità suppone che tutti siano rivolti verso uno, con un solo riferimento. Non possono esserci più "Cristi" perché c'è un solo Dio. Non si fa unità guradandoci i faccia, più ci si guarda e meno ci si piace, ma guardando tutti nella stessa direzione.

La fine delle potenze e delle dominazioni. Non si possono avere molti Cristi, molti capi. Facilmente la divisione rinasce come avvenne a Corinto dove alcuni si rifacevano a Paolo, altri ad Apollo. Ma c'è di più: il fatto che ci sia un solo Cristo, presenza di Dio, ci libera da tutti i poteri del sacro. La sacralizzazione del potere è una delle tentazioni più ricorrenti. Solo il Cristo è designato dal Padre, solo Lui battezza nello Spirito. La sorgente della libertà è avere per guida solo Colui che è l'espressione dell'amore, la sorgente di tutte le cose; ecco il fondamento della nostra libertà. E anche della nostra unità. Non c'è niente sopra di noi se non Colui che è al di sopra di noi. Così il credente mantiene le distanze da ogni potere che gli si impone, da ogni leader e da uomini della provvidenza. L'unità tra di noi non può avvenire che dalla nostra comunione con l'Essere Unico.

Ma perché un uomo? Ritorna la questione. L'unità e la libertà si potranno ottenere aderendo ad un'unica idea, ad un' unica ideologia? Potrebbe essere l'idea di un amore universale, qualcosa come "libertà, uguaglianza e fraternità"o una società senza classi ecc. Ma un'idea non ama e non risponde. Il cimento degli uomini non può essere che l'amore e l'amore non esiste che tra le persone. Di più, un'idea non è che il prodotto di una intelligenza umana non supera l'uomo che la genera. L'unità suppone il superamento di ciascuno e di tutti, è una realtà che ingloba e che deve venire dal di fuori. Dalla nostra sorgente che è anche il nostro fine, cioè a dire qualcosa che è prima di noi che non raggiungiamo completamente e che non possiamo donarci ne donare agli altri: Colui che noi chiamiamo Dio e che raggiungiamo in Gesù Cristo.

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RICONOSCIUTO DAL PADRE – Battesimo di Gesù

La festa di oggi ci presenta due difficoltà. La prima: pochi giorni fa abbiamo celebrato Gesù Bambino visitato dai Magi e lo ritroviamo adulto sulle rive del Giordano per essere battezzato da Giovanni, trascurando così il periodo più lungo dalla sua vita, trenta anni, trascorsi nella casa di Nazareth come falegname. Sarebbe stato utile dedicare più attenzione a questo periodo di vita nascosta a Nazareth, che dopo Charles de Foucauld, ha ritrovato il suo pieno significato. L'altra difficoltà della festa viene dalla differenza essenziale tra il battesimo praticato da Giovanni, segno di conversione, e quello della comunità cristiana dalle risonanze più ricche non fosse altro per il riferimento "al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo".

Interessante notare come Gesù non abbia più battezzato nessuno durante la sua vita pubblica ma che abbia ordinato di battezzare dopo la sua resurrezione, chiaramente perché "noi siamo stati battezzati –dice San Paolo- nella morte di Cristo" e l'uscita dall'acqua ci associa alla sua resurrezione. Il battesimo non trova il suo senso pieno che in riferimento a Cristo morto e risorto.

"Per ora lascia fare a me". E' importante capire la differenza tra il battesimo di Gesù e il nostro battesimo. L'evangelista ci racconta l'opposizione di Giovanni a battezzare Gesù e la volontà di Gesù "Lascia fare a me" rivendicando in qualche maniera a se stesso il soggetto dell'azione. E' chiaramente Giovanni che battezza ma è Gesù che si lasci battezzare. Come più ardi , in apparenza sono i nemici di Gesù che credono di prendere la sua vita mentre invece è Lui che la offre. E' questo un tratto caratteristico di Gesù: si crede di imporre delle pratiche mentre è Lui che le accetta nella sua volontà sovrana. Oserei dire che Gesù è il ministro del proprio battesimo più ancora che Giovanni, come nel matrimonio ministri sono gli sposi e il prete ne è il testimone; come è scritto in un bollettino parrocchiale "si sono donati il sacramento del matrimonio". Ecco perché il Vangelo dice "Giovanni lo lascia fare". "Questo è il mio Figlio prediletto". La paternità è l'inverso della maternità che riposa su una evidenza fisica. La paternità suppone una dichiarazione che riconosce il figlio come proprio. Chiaramente Gesù è Figlio del Padre dalla nascita ma solo adesso viene proclamato. Come ogni uomo è figlio di Dio fin dalla nascita, dalla sua concezione , anzi fin dall'eternità: il battesimo è il momento in cui si manifesta questa condizione e in cui è riconosciuta. Nello stesso bollettino parrocchiale citato c'era la seguente espressione "Sono divenuti figli di Dio per il battesimo". Oggi si preferisce parlare di annuncio , di proclamazione di una realtà già in atto. Così si capisce chiaramente il rapporto di Gesù con Dio: generato da tutta l'eternità, "nato dal Padre prima di tutti i secoli", è immutabilmente il Figlio prediletto del Padre. La voce udita nel Battesimo non significa un'adozione, ma un riconoscimento. Per restare nell'analogia , equivale all'iscrizione fatta in margine all'atto di nascita, che indica , talvolta anche molti anni dopo, il riconoscimento paterno: quel giorno il figlio lascia tradizionalmente il cognome della madre e prende quello del padre. Gesù. Il giorno del suo battesimo, prende agli occhi dei suoi discepoli il nome del suo vero Padre. Non è più il figlio di Giuseppe, come continuerà a chiamarsi, ma è il Figlio di Dio. Rimane da essere riconosciuto così da tutti gli uomini.

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EPIFANIA DEL SIGNORE

Per Natale abbiamo fatto il parallelo tra l'imperatore Cesare Augusto e il Bambino Gesù, adesso continua negli stessi termini il rapporto con Erode chiamato "il grande". Questo re dispone di tutto l'apparato dello stato e lo pone al suo servizio, convoca preti, scribi per conoscere dove sarebbe nato il re dei giudei e non esita a mandare soldati a fare una strage. Alla fine sarà lui che è abbattuto e non il rivale che voleva uccidere.

Agli antipodi d'Erode, esclusivamente preoccupato di conservare il suo potere, ammiriamo l'umiltà dei magi venuti da oriente che hanno intrapreso un lungo viaggio per adorare un semplice bambino che sta per nascere. Non hanno niente da ricevere da quest'incontro ma molto da donare: oro, incenso e mirra, sono i doni preziosi di cui si spogliano senza ricevere niente in contraccambio. Questo è l'atteggiamento dell'adorazione, fatta di una lode gratuita e disinteressata. Mentre nella classica offerta religiosa il fedele aspetta reciprocamente favori dalla divinità, l'adorazione non aspetta niente in contraccambio. I magi son venuti carichi di doni e ripartono a mani vuote.

Hanno fatto una grande scoperta, si aspettavano di trovare il futuro Re dei giudei nel palazzo del Re e si son resi conto che la stella non li guidava in luoghi prestigiosi ma verso una modesta casa dove hanno lasciato i loro doni. Così i magi ricevono una lezione evangelica prima ancora che Gesù sia capace di parlare e di annunciare. Maria aveva cantato Colui che rimanda "i ricchi a mani vuote"

L'indicazione del cambiamento di strada nel ritorno esprime il cambiamento , una specie di "conversione " dei magi. Non tornano a casa "come prima". Considerando l'umiltà che li ha fatti venire e il modo con cui hanno accolto la sorpresa che li attendeva, c'erano le condizioni per la conversione del loro cuore più che del nostro.

E' la prudenza che li spinge a non ripassare da Erode. Chissà con che furore avrebbe reagito sentendo che si erano prostrati davanti ad un altro che non era lui. Avevano creduto davvero che anche lui voleva associarsi a loro nell'adorazione? In ogni caso il sogno li aveva prevenuti e avevano preso un'altra strada.

Cosa pensare di questa straordinaria esperienza? Cosa avranno pensato quelli del seguito nel vedere i loro re svuotare gli sgrigni dei loro tesori per lasciarli ad un bambino in braccio a sua madre? L'evangelista non ci dice niente di tutto questo. Questo non ha importanza. Importante è ciò che è avvenuto.

Il seguito della storia è il modo con cui noi accogliamo questo vangelo.

Nel cammino della vita da chi ci lasciamo condurre, dall'immediato interesse, navighiamo a vista, o chiediamo a Dio di illuminarci la strada con la luce del Suo Spirito?

Davanti a chi noi ci prostriamo durante la nostra esistenza?

Offriamo i nostri doni a chi ne ha già molti, è pieno, o a coloro che sono privi di tutto?

Rifacciamo sempre la stessa strada in cui non c'è niente da scoprire o accettiamo di tempo in tempo di affrontare altre strade?

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FESTA DI MARIA MADRE DI DIO

Dopo otto giorni dal Natale la Chiesa ci invita a porre la nostra attenzione sulla famiglia di Gesù. IL Vangelo di oggi ci dice che “I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino posto in una mangiatoia”. Ovviamente dopo Gesù l’attenzione è tutta rivolta a Maria che nell’occasione di una nascita la mamma è sempre il personaggio principale; e anche per noi lo è. E’ Maria infatti che ci garantisce che Dio è veramente diventato uomo: lo ha partorito Lei. Mai come oggi è importante sottolineare questa verità.

Vivendo in una società multicultuale in cui si vive a contatto con fratelli di varie religioni, soprattutto con le religioni monoteiste: I cristiani con gli ebrei e i musulmani. Siamo tutti figli di Abramo, adoriamo lo stesso Dio anche se lo si chiama con nomi diversi: Allah, Yahuè e Padre di Gesù Cristo, non è a tutti chiara l’identità propria della loro fede cristiana per cui è facile sentire auspicare che le tre religioni si mettano d’accordo e diventino una sola. Assolutamente no! I cristiani sono coloro che credono che Dio è diventato uomo e che una donna lo ha veramente partorito: la vergine Maria. Il Natale è la festa dell’identità cristiana. I cristiani possono entrare nella femiglia di Gesù, che è la famiglia di Dio e quindi anche la loro famiglia.

Il ruolo e la dignità di Maria è grande: da Lei il Figlio di Dio ha assunto la carne, lo ha partorito, lo ha allattato, lo ha educato e gli ha fatto sperimentare la dimensione umana dell'amore del Padre. Come in tutte le famiglie ha svolto il ruolo materno: la custodia immediata del figlio con la risposta a tutte le sue necessità di nutrimento e di calore mentre il padre ,Giuseppe, assicurava all'una e all'Altro la sicurezza contro tutti i pericoli esterni. Oggi farà ridere riferendo queste ripartizione di ruoli in uso nella Palestina del primo secolo mentre il fatto che il Figlio di Dio abbia avuto bisogno di tenerezza e di sicurezza tradizionalmente portate dalla figura materna e paterna è la ragione per cui la Chiesa insiste sulla necessità di preservare la differenza all'interno della coppia parentale di due ruoli differenti. Ogni bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Dio si è impegnato ad offrirne l'uno e l'altro a Gesù.

E' Gesù , nostro fratello , che ha reso Maria nostra Madre ed è una delle verità più consolanti della nostra fede. E' stato detto che il cristianesimo non è soltanto la religione del Padre ma anche della Madre e sicuramente in Lei si è rivelata la dimensione materna dell'amore di Dio.

Poter contare sempre, per tutta la vita sulla Madre è camminare con una marcia in più e ci rende possibile realizzare quanto Gesù ha detto"Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli". Non c'è da confondere l'affidamento alla Madonna con una specie di immaginario infantilismo spirituale. La prova evidente ce la offre una delle più grandi personalità del secolo scorso, sicuramente un coraggioso profeta che aveva giocato tutto sul suo affidamento a Maria : Karol Wojtyla. Ho potuto verificare di persona come il Suo affidamento a Maria non fosse un modo di dire o una devozioncella ma una vera cambiale firmata sulla fiducia in Colei che avrebbe direttamente trattato tutti i problemi col Figlio che siede alla destra del Padre. Si fidava di Lei "Totus tuus"

La devozione alla Madonna è davvero universale, anche tra i musulmani , ma bisogna ricordare che per capire l'importanza della Madonna bisogna andare al cuore del Cristianesimo in quanto religione che crede che Dio si è fatto uomo e che Maria è la donna che lo ha partorito. Per questo la persona più importante per i cristiani, dopo Gesù, è Maria e non si più essere cristiani senza essere mariani.

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NATALE DI GESÙ CRISTO

Il re della terra e il Re del Cielo. Il vangelo di Natale si apre descrivendoci la situazione storica in cui avviene l'incarnazione del Verbo di Dio: il censimento ordinato dall'imperatore Cesare Augusto. Questo censimento ci offre l'occasione di una lezione spirituale. L'imperatore pretende in effetti di censire "tutta la terra". Infatti il suo regno si estendeva in gran parte del mondo allora conosciuto. Gli sfuggivano alcune tribu del Medio –Oriente e le orde dei barbari al di la del Danubio. Praticamente recensiva tutta la terra. La bibbia mette in guardia da questi censimenti perché Dio solo è suscettibile di conoscere il numero delle sue creature.

Augusto non teme Dio di Abramo e vuol recensire le forze disponibili per difendere il suo regno e intraprendere nuove conquiste. Sa bene che ogni giorno nascono centinaia di bambini nel suo impero e si rallegra ma non sa che quella notte nasce in ragione del suo censimento un piccolo giudeo in viaggio vicino a Bethlemme.

"Due amori hanno fatto due città". La celebre affermazione di Sant'Agostino ha avuto una piena realizzazione la notte di natale attraverso il confronto tra Augusto e Gesù: il primo al sommo della sua potenza , le sue truppe hanno accumulato le vittorie, il secondo non è che un povero bambino adagiato sulla paglia nato nella precarietà di un luogo riservato agli animali. Se avesse dovuto rispondere alla domanda di Stalin "Quante divisioni ha?" Avrebbe dovuto rispondere "nessuna sulla terra": Però legioni di angeli accompagnano la sua nascita con canti di lode.

La città di Augusto riposa sulla violenza e non ha altra scelta che censire i mezzi per esercitare la violenza. La città di Gesù riposa sulla semplicità, l'umiltà a l'èmore. E tutto questo non si conta, non si censisce ma si vive discretamente e si propaga. Un giorno Gesù si troverà davanti al rappresentante di Cesare e gli dirà con calma: "Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato dall'alto". E un giorno l'impero di Cesare Augusto cadrà come un castello di carta e sparirà dalla faccia della terra. Per una strana ironia della sorte saranno i discepoli di Gesù che permetteranno alla sua lingua di non cadere nell'oblio e la utilizzano ancora nella celebrazione del Natale "Gloria!".

E' facile vedere l'attualità della storia di questo Bambino nelle persone rigettate dalle strutture di accoglienza o immigrati rimandati senza ragione nel loro paese di origine. La notte di Natale è propizia per un messaggio ai cuori induriti e si adatta perfettamente alla tematica del rigetto. Alcuni esegeti sdrammatizzano la storia attraverso una lettura meno tragica. "La sala comune non era il posto adatto per loro". Dare alla luce un bambino in mezzo a gente che durante la notte canta e danza fino al mattino non era il posto adatto. Il silenzio di un luogo ritirato non è il luogo migliore per un parto e per le prime ore della vita di un bambino?

Allora, più che piangere sulla sorte del bambino Gesù non conviene invece di lodare Dio per l'amore di Maria e di Giuseppe di cui ha voluto circondarlo? Gli angeli non sbagliano. Non piangono per la condizione in cui è nato il Salvatore del mondo ma cantano la gloria di Dio e la pace agli uomini in terra. Dov'è questa pace? Certamente non nel cuore di Augusto, tutto preso dalle sue prossime conquiste ma nel cuore dell'umile gente del popolo di Israele che contempla un umile e fragile Bambino. E' questo bambino che realizza la profezia di Isaia: sarà chiamato "Principe della pace".

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