Liturgia

Lo spirito e la legge

Mani pulite o mani pure. Lavarsi le mani prima del pranzo è di una necessità incontestabile soprattutto ai tempi di Gesù quando non si usavano le forchette ma tutto si prendeva con le mani. Soltanto che questo “precetto umano” era presentato dai farisei come “dottrina”, cioè lo avevano sacralizzato. Dio, quindi era compromesso con una forma di civilizzazione. Era un abuso intollerabile, imporre agli uomini, come venuto da Dio ciò che non veniva che dagli uomini. Gesù “desacralizza” questi costumi che sembrano legati alla religione. Perfino il modo di celebrare i sacramenti è umano e può cambiare; il rischio è quando siamo attaccati talmente a questi precetti umani da dimenticare l’essenziale che è la Parola di Dio. Per capirci: non è importante celebrare la Messa col rito di Pio V o di Papa Giovanni o di Paolo VI, in latino o in italiano, importante è sapere, credere e partecipare al Sacrificio della Croce.

Perché ancora delle leggi? A poco sarebbe servito diventare cristiani se non avessimo cambiato lo spirito. Si tratta di passare da un timore rispettoso allo spirito di figli che amano e che sono amati. Dio è nostro Padre e vuole da noi spontaneità e la libertà di una risposta ispirata dalla coscienza di essere amati per primi. Per questo ci chiama a vivere come seminatori di speranza di pace e di gioia. Naturalmente gli apostoli e, dopo di essi la Chiesa, hanno dovuto promulgare delle leggi e dare delle regole che sono per noi delle guide, una luce per la nostra coscienza, delle ringhiere, dei parapetti, degli indicatori stradali che segnalano la via da seguire. E saremmo imprudenti a non tenerne conto.

C’è una sola legge. L’amore. Non possiamo fermarci a contemplare il pannello indicatore e tanto meno sentirci liberi e riposare al sicuro perché abbiamo osservato tutte le leggi, è necessario andare avanti. L’indicazione segnalata è una sola: la carità perfetta, l’amore compiuto, l’amore realizzato. Anche Mosè aveva chiesto di amare il prossimo come se stesso, ma Gesù è andato più avanti: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Quel “come io” cambia tutto e diviene la grande legge, la sola legge a cui i suoi discepoli devono obbedire.

Lo Spirito da vita. Se siamo entrati in questo spirito di ricerca della realizzazione piena di un amore che illumina tutti i settori della nostra vita, anche l’obbedienza ai precetti di Cristo e alle regole della Sua Chiesa non saranno un fardello pesante. “La lettera uccide, ma lo spirito fa vivere” dice San Paolo. E lo Spirito di Gesù Cristo abita nei nostri cuori: illumina le coscienze ed è la sorgente dell’amore. L’obbedienza e la gioia della libertà si uniscono.

Molti portano al collo una catena con una medaglia della Madonna o una piccola Croce. Possano questi segni ricordarci chiaramente ogni giorno a quale amore la legge di Cristo ci chiama, al seguito di Colui che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita”.

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Scegliere – (23-08-2015, XXI Dom.T.O.)

Scelta di vita. Qualche mese fa mi ha scritto un giovane che conoscevo da tempo comunicandomi che intendeva far sul serio con una ragazza che aveva incontrato da qualche tempo. Mi diceva che si trattava di “una scelta di vita”e la lettera esprimeva vero amore ma anche apprensione per la scelta da fare. Le letture di questa domenica possono aiutare chi è nella stessa situazione.

Scegliere. “Chi volete servire?”. Gli ebrei stavano per entrare nella terra promessa e Giosuè sapeva che la fede del popolo non era a tutta prova per cui riunisce tutte le tribù a gran completo e propone una professione di fede solenne,  una scelta di fede fondante. Gesù pone i suoi discepoli “che dentro di se mormoravano” dinanzi alla stessa situazione. “Volete andarvene anche voi?” Dinanzi a questa scelta in cui sono posti i discepoli si gioca il loro avvenire re quello della chiesa.

Se cerchiamo nel quarto evangelo troviamo spesso parole come queste: “se tu vuoi… colui che vuole…”. In breve, Dio suscita la libertà. La libertà dell’uomo è dinanzi ad una scelta: accogliere o rigettare la Parola. L’accoglienza è questione di fiducia (fede), o di sfiducia. La sfiducia nella parola dell’altro è rifiuto dell’incontro con lui, cioè dell’amore. Ciò che si gioca nell’accoglienza o nel rigetto è in definitiva la vita o la morte: ”le mie parole sono spirito e vita”.

Impegnarsi. Al di la del provvisorio. Molti giovani e meno giovani di oggi esitano a fare scelte che si iscrivono nella durata. Non soltanto nella prospettiva del matrimonio ma anche per la professione e per l’impegno nella fede. Le rapide evoluzioni, le incertezze del domani, il dubbio generalizzato e le defezioni bloccano. Chi si impegna può passare per un incosciente. “E’ il Signore che vogliamo servire” acclamarono gli ebrei a Sichem e, i dodici apostoli per bocca di Pietro hanno optato per Cristo ed hanno continuato a “camminare con Lui” riconoscendolo il Messia, “il Santo di Dio”.

Reggere. La scelta di credere. “Era l’unica della famiglia a credere”, mi diceva un uomo dopo la morte della madre. Credere è “un dono del Padre”, ma anche una decisione personale che nasce dall’incontro misterioso del Cristo e da una esperienza della sua presenza e del suo amore. “Da chi andrò?” Questo atto di fede non è  certamente un’assicurazione contro i rischi, ma questo attaccamento al Signore illumina la nostra strada. Non abbiamo mai finito di scegliere Cristo dinanzi a tutti gli idoli che ci costruiamo e che ci rendono schiavi. Tutto può diventare un piccolo “dio” a cui sacrifichiamo tutto.

“Signore, insegnaci a scegliere te ogni giorno”

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XXa DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Pane per la vita del mondo.

Vangelo   Gv 6, 51-58 La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
"Io sono il pane vivo" è chiaramente un anticipo delle parole dell'ultima cena: "Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue". Da queste parole scaturisce la gioia cristiana di avere sempre Cristo in persona in mezzo a noi e la necessità  del cuore di stare con Lui adorando l'Eucarestia. San Giovanni però più che dare importanza all'istituzione dell'Eucarestia dà importanza alla lavanda dei piedi, che conclude con le stesse parole con cui gli altri evangelisti ci riferiscono che Gesù ha concluso l'istituzione dell'Eucarestia: "quello che ho fatto io fatelo anche voi". Un uomo spirituale mi ha lasciato questa battuta molto felice a proposito dell'adorazione del SS. Sacramento: "Un'ora di adorazione è un'ora di lavanda dei piedi".
"Pane da mangiare". A questo realismo obiettano i giudei. Ma Gesù ribadisce il concetto senza fare sconti perché vuol parlare di se stesso e di tutto se stesso. Carne e sangue, corrisponde al nostro "in carne e ossa". È quasi un commento a quanto Giovanni aveva scritto all'inizio del suo  vangelo: "Il Verbo si è fatto carne". Chiara posizione contro tutti i falsi spiritualismi. La salvezza portata da Gesù non consiste in un evadere dal mondo, ma ad illuminarlo con lo splendore della sua luce divina che si manifesta nel dono totale di sè.
Gesù insiste sulla radicalita' del dono che fa di tutta la sua persona e sulla necessità di entrare  in questo movimento di espropriazione di se stessi per ottenere la vita. Detto in termini provocanti: l'Eucarestia non ci è data come un dono per la nostra gioia individuale, ma come un dinamismo di servizio radicale nel quale bisogna entrare. È la vita del mondo che è in gioco.
"Dimora in me e io in lui", offrendoci la Sua carne da mangiare Cristo ci invita a stabilire la nostra dimora in Lui e Lui in noi. Riascoltiamo l'invito pieno di delicatezza, dopo i severi rimproveri, che Cristo propone attraverso la lettera  a Laodicea: "Ecco ,io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, entrerò da lui, cenerò con lui e lui con me"(Ap 3,20).
"Per la vita del mondo". "Come il Padre, il vivente, ha mandato me e io vivo per il Padre, così chi mangia me, vivrà per me" Queste parole esprimono tutto il dinamismo della celebrazione  autentica dell'Eucarestia. Con lo stesso slancio con cui il Padre ha inviato il Figlio, non per condannate il mondo ma per salvarlo, i fedeli sono invitati a partecipare a quest'opera di salvezza.
I cristiani sono invitati a mangiare l'Eucarestia per diventare a loro volta Eucarestia, diventare pane per la salvezza del mondo. La vita del fedele è tutto un processo di panificazione. Chicco di frumento che muore per diventare spiga, essere trebbiato, macinato e cotto e, finalmente a disposizione per essere trasformato in Cristo e per essere mangiato. Era questo l'ideale dei primi martiri che hanno nutrito con il loro martirio la vita dei primi credenti.
Buona domenica!

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Quale segno per crederti (XVIII° Domenica del T.O.)

Il testo su la manna è quello che esprime meglio la questione di Israele durante il suo esodo ma esprime anche la questione di tutta la vita umana davanti a Dio. La questione può essere posta così : forse mi sono sbagliato a fidarmi di Dio? Come Israele anche noi attendiamo delle prove della sua presenza e del suo interesse per noi. Il silenzio di Dio davanti alla fame,  agli arresti arbitrari, alle torture. Ma Dio che fa? Anche noi mettiamo alla prova Dio mentre è Dio che mette alla prova noi.

Dio non tenta nessuno”. Ad Israele ha promesso la terra ma a loro, mettendo un passo dietro l’altro, l’impegno di arrivarci. Così l’uomo è creatore di se stesso e del suo destino ad immagine di Dio. Israele aveva come prova soltanto la Parola che Dio aveva detto a Mosè. Se aspettiamo dei miracoli per confermare la sua Parola mettiamo alla prova Dio. Il miracolo è frutto della fede.

Perché Dio non si manifesta mettendoci alla prova? Perché tutto nella nostra vita è un problema di relazioni. Ora una relazione vera non può nascere che dalla confidenza che è il terreno dell’amore perché la confidenza vera si chiama amore. Nel vangelo si sente: “Quale segno ci offri perché possiamo crederti?”In altri termini: la tua parola non conta, noi vogliamo vedere. La parola che non conta è già una parola crocifissa.

Dio cede e dona agli Israeliti un segno: la manna. Ma la stessa manna è una prova. Che cosa è? Israele resta perplesso. Non si conserva, il pane di oggi non serve che per oggi. Quando il Cristo ci dona il Suo Pane che, al contrario “sussiste fino alla vita eterna, un pane che non perisce” la prova è portata al suo massimo.

Davanti al pane che è Cristo, davanti a Cristo che è pane noi non finiamo di chiederci “Che è questo?”. Dio promette e assicura la vita “Non avrà più fame, non avrà più sete” ma questa vita prende per il momento il volto della morte e davanti a questa morte deve finire ogni nostra pretesa di vedere, di sentire (la manna sfugge, evapora) e rimanere nella fedeltà. Il nostro solo appoggio è la Parola “Tu solo Signore al sicuro mi fai riposare”.

            Buona Domenica

      

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“Incredibile picnic” (XVII Dom. del T.O.)

Il vangelo di oggi ci fa il resoconto di un pranzo improvvisato da Gesù sulle rive del Lago di Tiberiade. Potremmo chiamare questo banchetto miracoloso “incredibile” perché ha sfamato una folla di cinque mila persone condividendo “due pani d’orzo e due pesci”. Questo dono prodigioso non è del tutto incredibile se pensiamo che tutto è stato fatto per essere un segno in vista della fede in Gesù.

Il miracolo si è realizzato perché un ragazzo ha messo a disposizione le sue provviste (nel caso) con la generosità che caratterizza quelli che hanno poco. A partire da quel gesto ciascuno ha potuto mangiare a sazietà.

Aprire il cuore è la prima delle conversioni, questa trasformazione del cuore dell’uomo cambierà la faccia del mondo sfigurato dall’egoismo. La maggior parte delle sofferenze umane viene dalla durezza del cuore e dal fatto che ciacuno ha scelto per se una parte del pianeta. Se condividessimo la grande tavola del mondo, non soltanto per il pranzo di una giornata, ci sarebbe assicurato il pane per tutti.

Non possiamo non pensare oggi ai milioni di persone che stanno morendo di fame e di sete. Perché Dio non interviene? Dio è già abbondantemente intervenuto ed ha assicurato il cibo per tutti. A nome di Dio stesso Papa Francesco ci ricorda con insistenza il dovere della” solidarietà” che è diventata quasi una brutta parola. La ragione della fame del mondo è “nell’appropriazione dei beni da parte di alcuni che traggono la loro ricchezza dalla miseria di molti”. “E’ lottare contro le cause strutturali della povertà. La disuguaglianza,la mancanza di lavoro , la terra e la casa,la negazione dei diritti; è far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro”. “Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega , o peggio ancora si nascondono affari loschi e ambizioni personali”.

Il Papa invita a lottare per “un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre , qualsiasi madre, vuole per i propri figli: terra, casa e lavoro. E’ strano , ma se parlo di questo per alcuni il papa è comunista. Non si comprende che l’amore dei poveri è al centro del vangelo.”

Nella generosità del ragazzo che mette a disposizione i pochi pani c’è l’immagine di ogni cristiano che deve condividere e lottare ,come dice il Papa, perché il cibo che Dio ha messo disposizione sia dato a tutti. Solo se ci sarà questo impegno potremo dire “dacci oggi il nostro pane quotidiano” che metteremo a disposizione dei fratelli anziché preferire che finisca nei rifiuti.

Anche oggi,domenica, Gesù ci invita alla sua mensa del suo corpo e del suo sangue. Oggi milioni di cristiani vivono l’Eucarestia, questo “incredibile” pasto del Signore, il “mistero della fede”. Come non condivideremo il pane materiale noi che abbiamo condiviso il Corpo di Cristo?”

Buona Domenica!

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La Famiglia di tutti (Solennità della SS. TRINITA’)

Un giorno mio nipote domandò: “Mamma, Gesù si chiama Gesù o Dio?”. La madre prontamente replicò: “Quando viene zio lo chiedi a lui”. La mia risposta fu semplice: “Tu come ti chiami?”. “Enrico Sarti” fece mio nipote; ed io spiegai: “Così come Enrico è il tuo nome e Sarti il tuo cognome, Gesù è il Suo nome e Dio il Suo cognome”.

Gesù appartiene alla famiglia di Dio. Egli ha due famiglie, proprio come noi. La prima che si trova in Cielo e si chiama Trinità, formata da tre persone: il Padre ed il Figlio, e lo Spirito Santo. L’altra che abita la terra, la terra di Nazareth, formata da Giuseppe e Maria, e da Lui. Quando siamo stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo siamo entrati a far parte anche noi della famiglia di Gesù con tutti i diritti. Siamo divenuti figli ed eredi di Dio. Ma andiamo per ordine: tutte le domeniche è la festa della SS. Trinità, ma solo una volta l’anno la Chiesa vuole che pensiamo particolarmente alla famiglia da cui veniamo, perché è l’immagine su cui siamo stati creati ed il modello a cui deve guardare il mondo. La dottrina sociale dell’uomo è la Trinità. La Trinità rimane un mistero: un mistero che però ci illumina. Dio è uno, ma trino. Sembra assurdo, invece è nella logica dell’Amore. Dio è l’amore nella sua perfezione, nella sua totalità e pienezza. L’amore che si dona e si riceve interamente. Se Dio è questo, di certo non può essere un solitario, uno isolato, chiuso in se stesso. Che Dio triste sarebbe!. In Dio l’amore circola, dialoga e comunica, condivide e riunisce, irradia e concentra; in una parola: vive! In Dio c’è unità e diversità, e lo sappiamo bene che la bellezza dell’unità sta nelle diversità che si uniscono. L’unità non è un monoblocco, ma la comunione di realtà distinte. Questa è l’immagine di una famiglia, di un gruppo di amici, di una comunità. In Dio c’è la perfetta unità e perfette diversità. Ma andiamo avanti. Per poter vivere ed amare nella Verità bisogna che ciascuno sia veramente se stesso, abbia cioè una reale personalità, ben caratterizzata, maturata. Ma più si ama e più si è uniti, ecco allora il paradosso: più si è uniti e più ci si arricchisce personalmente. Al sommo di questa ascensione di amore c’è Dio nelle sua perfezione: uno e trino. Sono come tre fiamme che bruciano in una sola. Facciamo parte della famiglia di Dio come figli ed eredi. Essere figlio è uscire da una mentalità di schiavitù, di sottomissione infantile che produce paura verso uno spirito nuovo, quello dell’assoluta confidenza e della più piena libertà. L’immagine è enorme: essere figli di Dio è l’origine della nostra dignità. Sono figlio di Dio, e questo significa tutto per me!. Essere eredi è ancora più sconvolgente. Eredi di Dio, cosa vuol dire?. San Paolo dice “Tutto è vostro!”. Eredi, dunque attori di questo mondo, creatori col creatore, collaboratori di Dio. Se siamo eredi siamo anche responsabili. C'è da impegnarsi, perché questo è il nostro bene più grande e dobbiamo farlo fruttare a servizio dell’Amore. Dove abita la Trinità. Un mistico Islamico ci dice quello che ripete san Paolo: “Colui che il cielo e la terra non possono contenere, si degna di abitare nel cuore di coloro che lo amano”. Il tuo cuore è la casa della Famiglia di Dio. Dio ti attende lì, e ti aspetta per incontrarti ed essere la tua Felicità. Buona Domenica qui per videocommento

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LA PIENEZZA

Ecco tutto quello che Gesù ha fatto:  si è incarnato nel seno di Maria, è nato povero a Betlemme, è vissuto trent’anni a Nazareth, ha predicato e faticato per tre anni; ha sofferto la Passione, è morto in Croce, è risuscitato dai morti ed è asceso al cielo unicamente per donarci lo Spirito Santo.

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Ma cos’è, chi è lo Spirito Santo?.

     Lo Spirito Santo è Dio, anzi, per meglio dire, appartiene alla famiglia di Dio che è la famiglia divina di Gesù. Questa famiglia è fatta di tre persone: un Padre, un Figlio, e lo Spirito Santo giustappunto. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono, come si penserebbe, un Io, un Tu ed un Egli , ma un Io, un Tu ed un Noi.

      Quest’ultimo è il Noi che lega il Padre al Figlio: l’Amore. L’immagine è semplice: ricordi come è nato il rapporto con tua moglie o tuo marito? La conoscenza diventò amicizia, e l’amicizia crebbe fino a non considerarvi più come due persone separate, ma come una cosa sola; ad un certo momento non dicevi più “io e lei” oppure “io e lui”, ma “noi”. Non dicevi più “il mio ed il suo” bensì “il nostro”. Addirittura gli altri per indicare uno dei due dicevano “voi”.

      Era nato l’amore. Eravate diventati “Noi” pur rimanendo un “Io” ed un “Tu”.

      Il Padre ed il Figlio sono sempre stati “Noi”. Ecco chi è lo Spirito Santo: l’amore che lega il Padre al Figlio, da sempre e per sempre. Per questo l’amore è eterno, infinito: perché il primo Noi nella storia della Salvezza fu quello di Dio.

      Cinquanta giorni dopo la sua Resurrezione, Gesù insieme con il Padre, aprì le porte della Casa Celeste e ci invitò ad entrare, a divenire cioè parte della loro Famiglia; a sentirci figli di Dio.

      Il Padre ed il Figlio hanno lasciato che il loro “Noi”, ovvero la loro Vita, il loro Amore, discendesse sul mondo. Avvenne una nuova creazione, fu data l’anima all’umanità. La potenza stessa di Dio è entrata nel mondo. E dove si è posata?. Di certo non è rimasta sospesa in aria, ne si è chiusa in una istituzione, ma ha trovato dimora presso il cuore di quanti credono. Per fare cosa? Per trasformare il mondo col Vangelo. E questo attraverso un processo ben preciso: convertire il cuore di ogni uomo, e dal cuore plasmare la persona tutta, orientando ogni sua scelta; e per mezzo delle scelte di ciascun individuo, sanare le scelte collettive. E' così che si opera il cambiamento sociale, poiché la società è destinata a diventare cristiana. Di questo progetto il Padre è l’autore, il Figlio il modello, e lo Spirito Santo il realizzatore.

      Questa avventura comincia nel cuore dell’uomo, dove lo Spirito Santo è presente ed agisce con delicatezza divina: non spinge, non esplode, ma anima; non urla ma suggerisce affinché sia la volontà della creatura ad unirsi alla volontà del Creatore, e partendo da questo rinnovato “Noi” operare la trasformazione del mondo.

      Niente può fare l’uomo senza l'opera dello Spirito Santo; e lo Spirito Santo nulla vuole fare senza l’umana partecipazione. Per questo Serafino di Sarov diceva che la santità consiste nel chiedere costantemente lo Spirito Santo, e ottenerlo.

      Vi partecipo un’immagine. Lo Spirito Santo è come quel qualcosa che è nella  Nona sinfonia di Beethoven, o nella Marcia trionfale dell’Aida: capaci di coinvolgere, trascinare, esaltare.

      Il mondo senza lo Spirito è come la banda del paese. Sentirla suonare  da piacere, carezza l’udito, ma non anima nessuno.

      Vieni, o Santo Spirito! Abbiamo bisogno di Te.

      Il nostro mondo senza una vita spirituale può solo sopravvivere.

      Scendi su di noi, e donaci  il coraggio di accoglierti.

            Buona Domenica

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DOVE GUARDARE

Vangelo  Mc 16, 15-20 Il Signore fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

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Il cristiano in quale direzione deve guardare? La terra o il Cielo? Karl Marx aveva detto che la religione è l'oppio dei popoli, perché facendo pensare al Cielo lascia che sulla terra imperi l’ingiustizia. Chi guarda invece soltanto alla terra è qualificato come materialista. Allora dove guardare? L’equilibrio è difficile da trovare. E’ necessario calcolare la “buona lunghezza d’onda” per la nostra vita, cristiana e spirituale. Le cose del Cielo ci attraggono proprio come ci risucchiano le cose della terra. Corriamo il rischio di rinviare il problema, ma la Festa di oggi ci da la risposta.

Gesù sale alla destra del Padre: un asse verticale. I discepoli sono mandati a predicare fino ai confini della terra: un asse orizzontale. Dopo la Pasqua di Gesù in un sol colpo si allarga lo spazio, e dalla Galilea è investita la totalità dell’universo: il Cielo e la terra. Il movimento orizzontale di espansione è un movimento unificatore, supera cioè tutte le divisioni tra gli uomini per portare l’eredità di Israele a “tutta la creazione”. Eccoci così alla dimensione verticale, Gesù che sale “portando con se schiava ogni schiavitù”. Praticamente Gesù sale perché è disceso a liberare ogni uomo dalla schiavitù. Ecco la risposta al nostro problema, ecco trovato l’equilibrio: lo stile di vita del cristiano è quello di lavorare indefessamente per evangelizzare la terra, tenendo il cuore rivolto al Cielo.

Evangelizzare la terra è un grande impegno, vuol dire cambiare la terra attraverso il Vangelo. Questa è la vera ambizione del cristiano: non accontentarsi di dare una verniciatina cristiana alla realtà ma cambiarla radicalmente riportandola alla forma originaria, così come è uscita dalle mani di Dio. E' un duro lavoro che nasconde gravi rischi, il primo fra tutti è quello di sporcarsi le mani con le cose della terra lasciandoci trasformare dallo spirito del mondo. Quanti cristiani sono andati per convertire, e sono restati convertiti dal mondo!. Quanti, anche religiosi (preti e vescovi), sono partiti col Vangelo e sono tornati pieni di mondo!.

Con il cuore rivolto al Cielo. Il Cristiano è come l’aereo, che non è sospeso in aria perché è sostenuto dal basso ma perché è risucchiato dall’alto. Quando scoprii questo non ebbi più timore a volare, perché l’attrazione dall’alto è più forte della gravità che trascina verso terra. Il cristiano è risucchiato verso l’Alto, e dall'Alto riceve la forza per trasformare questa terra ad immagine e somiglianza del Cielo, realizzando quello che domandiamo a Dio in preghiera: “sia fatta la tua Volontà, come in cielo così in terra”.

Anche noi come gli apostoli orientiamo lo sguardo al Cielo per vedere dove è andato Gesù e dove ci attende, ma gli angeli svegliano anche noi da questa estasi e ci dicono: “Avete visto, Lui è salito al cielo ma quando tornerà vuole trovare le cose cambiate. Lui ha cominciato l'opera del Padre, ora tocca a voi continuarla cambiando il mondo; ed il Vangelo è l'unico strumento per cambiare le cose del mondo”.

Buona Domenica

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V Domenica di Pasqua – 03 Maggio 2015

Eccoti il Vangelo di Domenica!
Spero che tu abbia già deciso per gli esercizi di luglio. 12-18 luglio, iscrizione santuarioverna@gmail.com
Questa volta mi faccio vedere!

http://youtu.be/okql0wT4wSY

Spero di vederti presto.

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PECORE E PASTORI

IV Domenica di Pasqua - 26 Aprile 2015 

Commento al Vangelo (Gv 10. 11-18)

Non piace a nessuno essere trattato da pecora, un animale che non è certamente sinonimo né di intelligenza né di personalità. Dopo la mia esperienza sarda opterei per la capra che è più intelligente, più indipendente e produce frutti più pregiati: latte e capretti. Ovviamente Gesù dà all’ immagine che usa un cambiamento di senso. L’immagine del pastore è sempre servita per designare il Re e il capo. In breve il capo è colui che governa, questa è la sua definizione. E tutto di seguito Gesù cambia la definizione: il vero pastore non è colui che governa ma colui che dona la vita.

Il vero Pastore dona la sua vita perché le pecore gli appartengono, contano per Lui. Gesù conosce le pecore e la pecore conoscono Lui come il Padre conosce Gesù e Gesù conosce il Padre. Cosa vuol dire conoscere? Importante è “come”, e per Dio conoscere il Figlio vuol dire che il Padre genera il Figlio e tra Lui e il Figlio c’è un rapporto non di amicizia e di conoscenza ma di paternità e di figliolanza. Dire che il pastore ci conosce significa dire che siamo suoi figli, ecco perché  non può esserci la relazione che c’è con un  “mercenario” colui che guarda le pecore di un altro. Il Pastore di cui parla Gesù è una cosa sola con le pecore e le pecore sono una cosa sola col Pastore.

Quello che Gesù ci dice è particolarmente importante perché, chiamandoci pecore non ci ha deresponsabilizzati come dei pecoroni capaci soltanto di smarrirsi, ma, come Lui si è presentato “l’Agnello di Dio” e dal Padre è designato Pastore , anche noi che siamo chiamati pecore da Lui una volta battezzati siamo diventati pastori come lui. Uomini che conducono altri uomini alla salvezza, responsabili dei fratelli non dominandoli ma dando la vita per loro “Chi dona la propria vita la trova, chi la conserva la perde”.

Questo è il messaggio. Ai fratelli in cerca di senso siamo mandati come orientamento, come guide che conducono sulla strada segnata da Cristo, unica guida della chiesa. I seguaci di Cristo non sono un gregge di pecore ma un “popolo regale” col compito di indicare all’umanità la via della salvezza. Un popolo fatto di pastori che difendono i fratelli dai “lupi” e lo fanno responsabilmente, non squagliadosela al momento del pericolo ma assumendosi le proprie responsabilità in difesa  dell’uomo, dei suoi diritti fondamentali alla vita, alla sicurezza, all’onestà. Non mancheranno i momenti in cui “il Pastore sarà percosso e le pecore disperse”. E’ la crisi pasquale, tipo di tutte le crisi umane, del male che aggredisce l’uomo dappertutto e sempre sotto qualunque forma. Gesù ci dice che non ci lascerà mai soli nelle peripezie della storia perché Gli apparteniamo e a noi resterà la gioia di identificarci col Pastore che ci ripete”come ho fatto io fate anche voi”.

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