Liturgia

III Domenica del Tempo Ordinario – 25 Gennaio 2015

CONVERTITEVI (Mc 1, 14-20)

Fin dall’ inizio è stato difficile riconoscere nel cristianesimo una religione nuova, in effetti le religioni  si basavano su dei mezzi per rendersi graditi alla divinità e ottenere favori. Per il Cristianesimo il vero culto è rispondere a Dio che ci invita a condividere la propria vita con Lui. Possiamo dire: il cristianesimo  non è una religione è una sequela, la sequela di Cristo. Cristo  viene incontro all’uomo per insegnargli a vivere diversamente, così il  cristianesimo appare subito come una scuola di vita, come l’apprendistato di un nuovo modo di agire. I riti non sono qualcosa per aver presa su Dio  ma un mezzo per lasciarci  prendere da lui.

La prima parola che Gesù ci dice è : “convertitevi”.  Si  tratta di passare da un mondo ad un altro. Lasciandoci condurre dalla liturgia di questa III domenica , significa, seguendo l’invito di Giona agli abitanti di Ninive, passare da una condotta cattiva ad una condotta che piace a Dio; nel salmo si chiedi al Signore di farci conoscere i suoi  sentieri dopo un periodo di rivolta e di peccato; San Paolo esorta i Corinti ad aver chiaro come passano le cose di questo mondo e nel vangelo Gesù  dice che il Regno di Dio è vicino per cui si devono lasciare le abituali occupazioni per seguire Lui.

Bisogna riscoprire il dinamismo del Vangelo che vuol rendere nuove tutte le cose. Nessuno ama il vecchio, magari l’antico ma il vecchio no, e il Vangelo ci introduce in quella novità continua che progressivamente trasforma tutto . La trasformazione evangelica non è esteriore e superficiale ma profonda, ed è questa di cui ha bisogno l’uomo per vivere sempre in novità di vita.

Non finiremo mai di convincerci  che non c’è rinnovamento del mondo, delle sue strutture e della sua civilizzazione attraverso l’amore senza la conversione delle persone e del loro cuore. Davanti al male, all’ingiustizie , alle violenze è impellente il rischio di fuggire alle proprie responsabilità, d’alienare la propria dignità, la propria libertà accusando gli altri, la società. Bisogna, al contrario, riconoscerci poveri, peccatori e nello stesso tempo oggetto dell’infinita misericordia di Dio. Non possiamo dimenticare che ogni persona  può scegliere liberamente le proprie responsabilità e  che senso dare alla propria vita; sarà così chiaro che l’unico modo per agire efficacemente su gli altri è di cominciare da se stessi.

Convertirsi esige di entrare nella propria vita personale, familiare e professionale,felice o provata ,con una certa libertà di cuore e ascoltando la voce del Signore che ci dice “Convertiti” eliminare tutto quello che a Lui non piace per fare spazio al nuovo stile di vita: lo stile evangelico.

Il Regno di Dio ci mette dinanzi ad una scelta personale. Nessuno può decidere per noi e questa decisione per Cristo è da rinnovarsi ogni giorno. Quando avvicinandoci alla Comunione diciamo Amen! Al Corpo di Cristo che viene in noi, gli diciamo : “Si Signore, voglio seguirti” Questo è il senso della nostra Comunione: adesione all’amore e all’azione di Cristo, impegno a camminare al suo seguito con la volontà di tradurre con i nostri atti  la presenza del Regno di Dio.

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

CHIAMATI   PER  NOME Gv 1, 35-42

La chiesa si sta organizzando. “Ecco l’Agnello di Dio”. Così Giovanni battista indica ai suoi discepoli il Messia. Gesù continua il discorso”Venite e vedete”. La risposta alla chiamata di Gesù si traduce per Andrea in un appello che lancia a Simone , suo fratello :”Abbiamo trovato il Messia”. E Simone a sua volta si trova chiamato da Gesù : “Tu sei Simone , figlio di Giovanni, ti chiamerai Kepha” E il vangelo continua con la chiamata di Filippo e di Natanaele. La chiamata è contagiosa. La buona novella della venuta del Messia non può essere custodita in segreto. Si annuncia agli amici e alla famiglia che a loro volta fanno l’esperienza dell’incontro con Gesù. La chiamata di Dio è particolare e propria per ciascuno  ma non è mai isolata.

La chiamata passa attraverso la Croce.  “Ecco l’Agnello di Dio”. La designazione del Battista come Agnello di Dio mette il ministero di Gesù  nella prospettiva della Croce. Il sacrificio di Gesù , della sua vita, del suo corpo per la salvezza del mondo è già all’inizio del suo ministero. La designazione di Giovanni Battista risuona in ogni Eucarestia. La frase che viene pronunciata dal sacerdote che presenta il pane e il vino divenuti il Corpo e il Sangue di Cristo, suscita la magnifica professione dei fedeli “Signore io non son degno di riceverti, ma dì soltanto una parola e io sarò guarito”.

Riconoscimento della presenza di Cristo nel pane e nel vino; confessione della propria indegnità a riceverlo;affermazione dell’efficacia di questa comunione per la nostra guarigione spirituale e fisica per la salvezza del mondo  significa riconoscere che la nostra guarigione passa attraverso il Corpo di Cristo. Questa chiamata è contagiosa.  Come i primi discepoli corrono ad annunciare di aver incontrato il Messia, l’Eucarestia ci manda ad annunciare la buona novella : Cristo è presente!

Ovviamente questa chiamata non si rivolge solo ai vescovi, ai preti e ai religiosi ma a tutti i cristiani e per i laici  c’è una differenza da segnalare : è nel seno della propria responsabilità familiare, professionale e sociale che sono invitati a condividere la loro testimonianza.

Siamo chiamati a partire “lasciate le loro cose lo seguirono”. Ci si può stabilizzare anche nella chiesa. Non basta dire “Si” una volta in circostanze eccezionali : è da rinnovarlo ogni giorno. Non si è mai finito di dipendere da se stessi.

Siamo chiamati a  parlare.  La testimonianza della vita è capitale ma non basta “Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni”

Siamo chiamati a condurre i nostri fratelli a Cristo. Il cristianesimo non è una dottrina da insegnare,una spiritualità da promuovere o una morale da proporre. Urge facilitare  un incontro con Gesù evocando la sua vita,la sua parola., le sue azioni, la sua passione e la sua resurrezione. Si tratta di testimoniare la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore per Dio e per gli uomini. E’ la qualità del nostro rapporto col Signore che è determinante. E’ l’anima di ogni apostolato.

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11 Gennaio 2015 – BATTESIMO DEL SIGNORE

DIO NON SI E' FATTO SCONTI

Dio che ha deciso di salvare l’uomo facendosi uomo  ha accettato la condizione umana fino in fondo. Lo abbiamo visto nascere a Betlemme ,lo abbiamo visto crescere a Nazareth come tutti i ragazzi della sua età e finalmente arrivato il momento di iniziare ufficialmente la predicazione era necessaria un’investitura e quale luogo migliore della solennità del tempio del Signore, invece no, sceglie di mettersi addirittura in fila con i peccatori e di scendere nel Giordano a ricevere il battesimo di penitenza e sarà proprio lì che ,nonostante le proteste del Battista che non voleva battezzarlo , viene investito dal Padre della sua missione, riconosciuto come “Suo Figlio prediletto” e scende su di lui lo Spirito santo.

Gesù fa sul serio, è venuto per i peccatori e si fa prossimo con essi. Con loro inizia un cammino di conversione  pur non avendone  bisogno per incoraggiarci nel cammino e ricordarci che Dio non è alla fine della  conversione, quando siamo diventati santi e giusti ma è sempre con noi, cammina con noi per sostenerci lungo la strada. “Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori” E la Chiesa ce lo ricorda quando all’inizio di ogni Messa ci fa riconoscere i nostri peccati e prima della Comunione ci fa ripetere di non esserne degni.

Al momento in cui esce dall’acqua i cieli si aprono ,come in risposta alla preghiera che abbiamo fatto in avvento “Oh se tu aprissi i cieli e scendessi!” (Is 63,19) I cieli si aprirono come si  ruppe in due il velo del tempio al momento della Pasqua (Mc 15,38). La distanza insopportabile tra il cielo e la terra è stata superata. Dio esce per manifestarsi al mondo e mostrarsi nell’offerta  che fa Gesù della propria vita, per noi e per tutti gli uomini.

Gesù si è fatto battezzare nell’acqua perchè noi fossimo battezzati nello Spirito Santo e nel fuoco. L’umilissima apparenza del gran gesto del battesimo di Gesù si ripete anche per noi : niente di più semplice del gesto battesimale, un pò d’acqua sulla testa di un uomo, e niente di più grande del battesimo. Nel Battesimo infatti Dio ci da tutto. Non fa come noi che facciamo i doni col contagocce  a secondo della riconoscenza verso il donatore. No. Dio ci da tutto e subito. Col battesimo diveniamo Figli di Dio, membri della sua Famiglia ed eredi del Paradiso. Su ciascun uomo scende lo stesso Spirito di Gesù  e il Padre  ripete “Questi è il mio Figlio prediletto”. Questa è la certezza del Cristiano e sarà questa certezza  presa particolarmente di mira dal demonio per farci cader nella tentazione.

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EPIFANIA DI N.S.

VIDERO UNA  GRANDE LUCE

Uno dei primi astronauti ha scritto :” La terra è la culla dell’umanità, ma nessuno può rimanere eternamente nella culla” Poi aggiunge “ L’umanità non rimarrà eternamente sulla terra. All’inizio , prudentemente, l’uomo attraverserà i limiti dell’atmosfera, poi, più tardi, partirà alla conquista del sistema solare.” Queste parole sono un  po’ audaci per quanto riguarda l’avvenire dell’umanità ma nascondono una verità profonda : partire è proprio dell’uomo, alzarsi e andare più lontano, cercare una luce nuova.

Partire è proprio di Abramo. Non sapeva dove andava ma era attratto dalla promessa di una terra migliore. Oggi altri che son partiti da lontano, arrivano dopo un lungo percorso, niente li ferma, non vengono da Israele, vengono dall’Oriente, sono l’avanguardia dei popoli pagani venuti per adorare il re dei giudei, il Re dell’universo. La festa di oggi non può essere compresa dalla gente seduta, installata nei propri conforti materiali o spirituali, prigionieri di un orizzonte chiuso. Gesù, frutto d’Israele, attira tutte le nazioni. Coloro che cercano col loro cuore la verità , vengono. Coloro che sono in cerca di amore e di pace, in Lui trovano riposo. Dio è qui, ha toccato la terra fino ai suoi confini. Tutti possono venire da lontano, da molto lontano a causa del peccato. La salvezza è per tutti.

Se partire è proprio dell’uomo ci vuole anche una certa incoscienza. Infatti l’ingenuità c’è, è quella della fede, la fiducia nella luce che non viene meno. Coloro che hanno lasciato tutto per seguire Cristo lo sanno bene. Il giorno del matrimonio i giovani sposi prevedono quello che li attende? Si amano, e questo basta. I magi hanno percepito l’emozione di Gerusalemme, la gelosia di Erode, la derisione degli altri……tutto  preannuncia le opposizioni fatte al Signore fino alla morte. I magi restano fedeli alla loro ricerca, niente si oppone alla loro volontà, vogliono prostrarsi davanti al Signore. Questa festa è per coloro che non hanno paura delle difficoltà, per coloro che non si fermano alle prime contrarietà. Molti sarebbero pronti a seguire il Signore se tutto si svolgesse tranquillamente. Chi può scoprire l’amore senza rinunciare a se stesso? Chi riceverà Dio nel suo cuore senza fargli posto?

Colui che parte così con la fede come bagaglio lo troverà. “I Magi videro il Bambino, con Maria ,sua madre, e prostratisi lo adorarono”. Adorare è il proprio dell’uomo. Adorare è meravigliarsi, donarsi totalmente e liberamente, senza prendersi niente. Adorare è il compimento del nostro amore per Dio.

La scoperta di Dio è sconvolgente. Dio aveva mandato un astro per indicare il cammino ai Magi: per loro non c’era niente di più naturale di un astro. A ciascuno di noi Dio manda una stella come un Angelo a Maria e in sogno a Giuseppe. E’ la stella che ci ha portato a Cristo. Chi sono state le nostre stelle che ci hanno condotto a Lui? Ogni cristiano, quindi tu, è chiamato ad essere stella per gli altri, per condurre a Cristo.  “Voi siete la luce del mondo”. Dio ci dice che coloro che cercano Dio devono trovare in te la stella che li conduce a Lui.

 

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NATALE del Signore – 2014

VIVERE IL MISTERO DEL NATALE

del Padre Divo Barsotti

Firenze, ritiro del 20 Dicembre 1992

L' Incarnazione è una cosa che ci riguarda e ci riguarda personalmente, più di qualsiasi altra cosa. Certo il mistero della Trinità è grandissimo, ma può interessarci solo attraverso il mistero dell' Incarnazione Dio rimane trascendenza infinita. Non importa nemmeno che io sappia che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, perchè non mi interessa più.Vibe in una eterna solitudine, nella sua trascendenza infinita, in un silenzio che non è morte, perchè è vita infinita, ma è una vita che per me è e rimmarrà sconosciuta. Dio si fa presente per me quando si fa uomo, quando lega questa sua vita divina a una natura umana, fragile come la mia, passibile come la mia, limitatat come la mia. Miei cari fartelli, la  prima cosa dunque che dobbiamo vivere in questo Natale è questa comunione che si è stabilita fra l' uomo e Dio. Anche noi, come Gesù, viviamo una condizione umana di povertà e debolezza, ma tutto questo non ci impedisce più di credere e anche di sapere che nella nostra povertà e umiltà Dio vive con noi. Non c'è più questo abisso che separa la creatura dal creatore, che separa Dio dall' uomo. Viviamo una comunione di amore. E' questo che noi dobbiamo vivere nel Natale: Dio è tanto buono che vuole aver bisogno di noi. Non siamo noi soltanto che abbiamo bisogno di lui, non  siamo solo noi che aspettiamo questo dono immenso di amore da parte di Dio; è Dio che aspetta tutto da te. Maria gli dette la natura umana, Giuseppe la sua protezione, la sua difesa: un povero bimbo appena nato, con una fanciulla per madre che non poteva avere più di 16-17 anni, sola, lontana dal suo paese, bisognosa certamente di difesa. Dio chiede a noi una difesa, una protezione; chiede di poter nascere da te, di poter vivere di te. Chi è Gesù per te? Il Natale te lo dice: non è un amico, perchè è ancora troppo piccolo per essere un amico; non è nemmeno uno sposo, perchè non ci si sposa con uno che è appena nato;è il tuo figlio. Il Natale ti chiama a vivere questo rapporto, il rapporto soprattutto della madre con il figlio, il rapporto di Maria con Gesù. Devi vivere questo. Questo figlio che nasce, vuole da te tutta la tua tenerezza; non ti permette di dividere il tuo amore con altri. Egli pretende tutto, vuole tutto. Apre le sue piccole braccia perchè vuole che tu lo porti sulle tue braccia; esige da te il dono di tutto il tuo amore, perchè anch' egli tutto si dona a te. Questo vuol dire vivere il Natale. Il presepio sarà una bella cosa, può essere una bella cosa tutto quello che volete, ma più importante di tutto sarà sempre il vivere questo rapporto di amore. Tu devi essere la Vergine che accoglie il banbino, tu devi essere Giuseppe che lo protegge, tu devi essere tutti coloro che hanno avuto un rapporto con il Cristo in quell' evento della sua nascita. Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Può darsi che anche a voi avvenga, come a San Giovanni della Croce o come alla Beata Cristina Ebner, di portarlo fisicamente sulle braccia. Cristina prese il bambino Gesù dal presepe e lo portò al refettorio cantando: ed ecco che il bambino divenne vivo nelle sue braccia. Come si verificò anche a Greccio per San Francesco: Francesco, vestito da diacono, prende il bambino e il bambino diventa vivo nelle sue mani. Perchè non dovrebbe essere così? Ma anche se Gesù non volesse fare il miracolo di farsi sentire vivo, dovreste ugualmente dire con San Giovanni della Croce: " Signore Iddio, se di  amore devo morire, questo è il momento". Si, perchè Dio non ci può dare di più, quando ci ha dato se stesso, divenendo la nostra ricchezza vera, la nostra gioia più pura, tutto il nostro amore.

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LA VERA GIOIA

Tutti cercano la gioia ma pochi la trovano. Non sarà un’avventura impossibile? Tante prove e ostacoli ne sbarrano la strada. La gioia non si incontra  più nei paesi ricchi che in quelli poveri, forse è il contrario. La gioia non è la soddisfazione del consumatore.

Giovanni il battezzatore critica la confusione che si crea tra gioia e soddisfazione. Secondo l’opinione corrente la gioia sarebbe il sentimento che deriva dal possedere ciò che si desiderava. No. Il Battista  prepara la strada della vera gioia. Da notare il suo modo di vita : non ha abiti sontuosi e si contenta di cibi austeri, è lontano dal sistema di consumo anzi ripone la sua gioia nella privazione di ciò che a noi complica la vita. Si dichiara  voce che grida nel deserto e non attira a se l’attenzione ma su  Colui che deve venire. Tutta la sua attenzione è riposta sullo Sposo che deve venire. Tutto il suo desiderio è nella venuta dello Sposo : cioè sulla  Nuova Alleanza nel Cristo e Giovanni dirà “Questa mia gioia è compiuta”. Ecco il paradosso : il profeta austero e quasi selvaggio esercita la sua missione in un clima di gioia: la gioia delle nozze vicine. In Lui c’è la tensione straordinaria tra la grandezza di colui che annuncia e la volontà di restare a distanza. Si presenta come la voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore. Il Signore che annuncia è già là ma ci sono ostacoli che ne ingombrano la strada.

I preti e i leviti vennero a fare un’inchiesta sulle rive del Giordano. C’è una differenza grande tra le attese  della delegazione e l’umiltà del Battista. Loro attendevano un Messia che soddisfacesse i loro desideri di liberazione e di prestigio mentre colui che viene è contrario alle ambizioni umane e ai desideri di potere. Hanno un’idea sbagliata di Dio che ostacola il vero incontro con Lui. Una donna di un quartiere popolare l’aveva ben compreso quando , dopo avere frequentato per un po’ di tempo una setta religiosa se ne andò dicendo “hanno delle idee su Dio ma non incontrano Dio”. Per l’uomo è facile fabbricarsi un’idea di Dio per essere rassicurato nelle difficoltà della vita, le attese troppo interessate  sono un ostacolo ad incontrare il Dio Vivente.

Il segreto della gioia di Giovanni battista è nel suo immenso desiderio, un desiderio che non cerca mai la propria soddisfazione  ma resta sempre disponibile per un dono più grande. Il Battista non godrà della presenza di Cristo di cui annuncia la venuta ma resta sulla soglia per indicarci che la vera gioia è nella terra promessa. La vera gioia consiste nel prestare l’orecchio alla  voce dello Sposo, il Cristo.

Non entreremo nella gioia del Natale senza  passare  attraverso una esperienza di povertà e di rinuncia. Dio viene come un povero e bisogna avere un cuore povero per gioire con Maria , Giuseppe e i pastori. Solo le persone libere dal prestigio e dall’ambizione sono disponibili alla rivelazione di Dio che intende riempirci della sua gioia che non ha nulla a che vedere con le soddisfazioni umane ma che è sorprendente come tutte le cose divine. Nessuno è capace di immaginarsi Dio che viene e entra nella sua vita : Dio è sempre creativo e totalmente nuovo.

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7 Dicembre 2014 – II Domenica d’ Avvento

Due grandi desideri

 Il desiderio sostiene l’attesa , l’avvento ci manifesta il desiderio di Dio e il desiderio dell’uomo  senza dimenticare che l’uomo vale quel che desidera.

Il desiderio di Dio. Dio vuol salvarci, ha in mano la salvezza e a noi, con tutte le nostre preoccupazioni e tensioni fa sapere per mezzo del  profeta : “è finita la tua schiavitù, la tua iniquità è scontata, ormai il tuo castigo lo hai già avuto… Il Signore Dio viene con potenza, lui ha il dominio, vi farà pascolare come un gregge , porta  gli agnellini sul petto ed ha rispetto per le pecore madri” Gesù ha manifestato il suo desiderio con passione “Ho desiderato fortemente di mangiare questa Pasqua con voi”.

Tra desiderio e bisogno c’è una fondamentale differenza. Si distrugge ciò di cui  si ha bisogno. Desidero mangiare e mi tolgo la fame distruggendo quello che ho desiderato : il cibo. In questo caso si desidera  una cosa come oggetto di consumo. Non è così quando l’oggetto è l’amore nei riguardi del quale l’unico  desiderio è soltanto che esista, che stia bene . L’ atteggiamento  giusto è quello di passare da un desiderio di possesso ad un desiderio disinteressato : io ti amo per te stesso, ringrazio Dio che esisti. Paradossalmente è quello che dobbiamo dire di Gesù, di Dio. Non  abbiamo  bisogno di Dio per ottenere quel che ci manca ma desiderare  ardentemente  di amarlo e lasciarci  amare da Lui, per vivere con Lui, perché Lui trovi in noi la sua gioia e noi in Lui la nostra beatitudine. Il ritorno del Signore, la sua venuta è il motore profondo della nostra vita “il nostro cuore è inquieto finche non riposa in te”.

Il nostro desiderio di Lui, se è vero, ci impone di “ preparare la strada, raddrizzare i sentieri” Ci gridava il profeta Wojtyla “aprite le porte a Cristo , anzi, spalancate le porte a Cristo”. Ovviamente è necessario prender coscienza che per noi non è ancora venuto, non è entrato nella nostra vita dove di Vangelo c’è  poco, c’è tutto il vecchio Adamo ma poco del nuovo . Gesù con umiltà bussa alla mia porta, chiede di essere ricevuto, cominciando ad introdurlo dove la vita non è che una caricatura o una derisione del Vangelo. Facciamolo entrare e facciamogli vedere dove il peccato abbonda. Lasciamolo entrare senza paura,Lui, “ ricco di misericordia”, non ci imbroglia, vuol soltanto ripulirci la faccia perché si possa di nuovo vedere la nostra somiglianza con Dio. “Vi avevo creati a mia immagine prima che il diavolo vi riducesse così”.

“Inizio del Vangelo di Gesù Cristo,Figlio di Dio” Anche noi oggi cominciamo a scrivere il vangelo di Gesù Cristo con i colori della  vita perché possano leggerlo i nostri figli, i nostri amici, tutti. Cominciamo quel poema che il Signore ci ha affidato : lo Spirito Santo ce lo detta e noi scriviamo con le opere la sua storia  di amore con noi.

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30 novembre 2014 – PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

 

Vegliate

All’inizio del nuovo anno liturgico Gesù ci dice una sola parola: Vegliate, state desti, non addormentatevi, state attenti! Sembra particolarmente preoccupato del sonno dei cristiani. Le letture della Prima domenica dell’anno c’invitano alla pazienza, alla vigilanza e alla speranza.

  Tempo di pazienza È ormai evidente l’assenza di Dio nella vita del mondo. Il creatore appare sempre meno necessario per spiegare l’universo. La religione cristiana sembra obsoleta e sorpassata. L’economia si organizza indipendentemente dalla concezione cristiana dell’esistenza. Oggi l’accento è da porre sull’assenza apparente di Dio. Isaia esclama: “Ci hai nascosto il tuo volto...”. Viviamo il tempo dell’ “assenza di Dio”. Non dimentichiamo che il buon vino ha bisogno di tempo. Non dimentichiamo che Dio ha il suo tempo e lascia tempo al tempo dinnanzi ai suoi figli distratti, addormentati, indifferenti, ripiegati nelle loro scelte egoistiche.   Tempo di vigilanza “Vegliate” per Marco è la parola con cui Cristo conclude la predicazione. Veglia il medico in ospedale, veglia la guardia dall’alto dell’osservatorio; veglia la sentinella sui soldati che dormono. La vigilanza non è una missione affidata a degli specialisti, è affare di tutti, è l’opposto del disinteresse, della distrazione e il pericolo è quando uno si ferma nella sua specialità. Il cristiano non è soltanto chiamato a trasmettere il vangelo ma anche a trovare il linguaggio sempre più adatto ai contemporanei. Il potere di prevenzione e d’azione di cui dispongono gli uomini non è soltanto applicabile alla costruzione di una diga o alla solidità di un edificio rispetto alla natura ma anche nel prevenire il degrado morale e l’incombere di ideologie false educando preventivamente ai valori della giustizia, della pace e della verità. Meglio prevenire che guarire dopo una catastrofe. Per prevenire bisogna vigilare.   Tempo di speranza Apparteniamo a un popolo in marcia verso l’avvenire, verso l’incontro con Cristo e la vita eterna. “Sentinella, quanto resta ancora della notte?”. Canta Isaia e la Chiesa canta da decenni “Un popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”: è tempo di alzare gli occhi verso il mondo che viene. Cessiamo di lamentarci della crisi di fede e della perdita dei valori e della diminuzione della pratica religiosa. Il Vangelo non ha perso la sua forza. L’implosione culturale, istituzionale e sociale di certe forme di presenza della Chiesa nel mondo non può farci disperare. Le insondabili ricchezze di Cristo non finiranno per una cultura particolare. Le promesse di Dio rispondono alle legittime aspirazioni dell’uomo. Imitiamo il più possibile la pazienza del Signore: siamo sentinelle attente ai segni dei tempi: prendiamo coscienza della speranza che è “in noi” convinti dell’amore di Dio per tutti gli uomini.  

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I N R I = GESU’ NAZZARENO RE DEI GIUDEI

Sembrerebbe un controsenso chiamare Gesù Re. A parte  il fatto che il termine è passato di moda  e sostituito da quello di Presidente, ma lo stesso Gesù ha rifiutato più volte questo titolo e indicando quelli che ci comandano li ha trattati in maniera tuttaltro che lusinghiera “ e  si fa fanno chiamare benefattori” e di Erode “quella volpe”. Se cerchiamo poi nell’Antico Testamento troviamo nella risposta che Dio da a Samuele tutti gli inconvenienti della regalità primo tra tutti “metterà la decima sui vostri greggi (vi farà pagare le tasse) e voi diventerete suoi schiavi. (1Sam 8).

Una volta Gesù si è dichiarato Re e lo ha fatto nella situazione peggiore, quando avrebbe pagato cara la sua affermazione. Era davanti a Pilato che  gli chiese”Tu sei il Re dei Giudei? Tu lo dici : io sono Re”. Dichiararsi  re in quelle condizioni era chiaro che si trattava di un re diverso da quelli del mondo. I soldati lo presero, lo spogliarono , gli misero sulle spalle uno straccio rosso, gli misero una corona di spine in testa e una canna in mano e inginocchiandosi beffardamente davanti a lui lo chiamavano re. Proprio così. Gesù è re proprio in questo modo, senza far paura a nessuno, senza imporsi se non con la legge dell’amore. Soltanto sulla Croce volle che ci fosse scritto che era Re. Gesù vuol regnare soltanto su coloro che lo amano. L’unica legge del suo Regno è l’amore.

Ma è possibile un regno così? Senza potere coercitivo, senza polizia , senza prigioni? Non è forse un’utopia? Abbiamo un’immagine perfetta in famiglia quando nasce un bambino. Chi comanda? Lui, il più piccolo è capace di condizionare tutti. Si dorme quando vuole lui, si esce quando vuole lui, una sua indisposizione fa cambiare programma a tutti Perché è il centro dell’amore.

Un sacerdote gravemente malato mi chiedeva cosa ci stesse a fare al mondo. A suscitare amore, fu la mia  risposta e  lui stesso dovette riconoscere che nella vita non aveva mai visto attorno a se tanta gente che gli chiedeva anche di confessarsi come  da quando era ormai all’impotenza assoluta di operare se non di soffrire e pregare. Gesù si è dichiarato Re soltanto quando era chiaro che non voleva dominare nessuno.

Ogni cristiano il giorno del battesimo diventa re e non dovrà abdicare mai alla sua regalità diventando schiavo di altri. L’unico suo re sarà Cristo perché la sua regalità non umilia ma esalta :”servire Dio è regnare”. Dovrà soprattutto regnare sulle sue passioni sottomettendole alla sua volontà perché non lo riducano in schiavitù :la schiavitù della droga del sesso, del denaro, della carriera. I cristiani sono un popolo regale ,ecco perché il cristianesimo è contro ogni forma di dittatura.L’elogio migliore che si può fare ad una persona è sicuramente quello che ha un portamento regale. La regalità dell’amore è il riconoscimento di tutti i cristiani veri.

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XXXIIIa Domenica del tempo ordinario – commento al Vangelo (Mt 25, 14-30)

La parabola dei talenti non è l’ elogio del profitt , gioia per gli imprenditori e tristezza per i sindacati. Non siamo dinanzi ad un piano di sviluppo ma ad una rivelazione in vista del ritorno del Signore. Questa storia ci sorprende a più titoli: la distribuzione diversa tra i servitori, la logica del guadagno adottata dai primi due e il trattamento riservato all’incapace  sembrano davvero poco …….evangelici. Lo scopo della parabola è quello di svegliarci con immagini forti in vista del ritorno del Signore.

Noi riceviamo un deposito favoloso da far fruttare. Un talento, all’ epoca di Cristo, corrispondeva al peso dai trenta ai sessanta chilogrammi di oro; si tratta quindi di somme inestimabili affidate gratuitamente. Nella prospettiva del suo Regno Dio ha messo tutta una vita nelle nostre mani perché la facciamo fruttificare.

Siamo gestori dei beni che Dio affida a ciascuno secondo le sue possibilità. Non siamo dinanzi ad un egalitarismo che finirebbe per essere ingiusto ma della considerazione delle capacità di ciascuno. La parabola non sottolinea le cifre, tipico di una logica materialista e quantitativa. Nella logica del Regno di Dio a ciascuno è chiesto di fare il possibile. Se il terzo avesse prodotto un solo talento avrebbe avuto la ricompensa dei primi due. “Ti sarà chiesto secondo quanto avrai ricevuto”.

Buoni amministratori. Dio ci associa ai suoi affari, cioè al Suo Regno: ciascuno riceve la sua parte di responsabilità. Dio ci vuole partecipanti “azionari” della sua opera. Ci mette in un mondo pieno di possibilità perché siamo creatori con Lui. Non siamo proprietari del mondo ma ne siamo gestori e responsabili.

Siamo di quelli che agiscono o di quelli che sotterrano? E’ bello vedere uomini e donne che costruiscono il mondo, la Chiesa e il Regno di Dio, che si costruiscono essi stessi mettendo a profitto il dono di Dio, ma quale tristezza vedere anche tante occasioni perse, tante vite sprecate senza produrre, tanti depositi di fede e di amore sprecati e lasciati nel sonno!

Non far niente di male o non fare addirittura niente non è sinonimo di far bene.

Dio si fida di noi. Non entra nel dettaglio di come far fruttare  il capitale ma vuol vedere se i servitori hanno investito nel suo progetto e hanno creato cose nuove. Lo sguardo del Signore e le sue attese non condizionano il nostro impegno. La fiducia in Lui fa osare, rischiare, superarsi.

Siamo liberi dalla paura e stimolati dalla fiducia con cui Dio ci ha affidato la sua missione? Che cristiani siamo? Attivi o passivi? Improduttivi o fecondi? Spaventati o liberi? Che ne facciamo della nostra vita?

Produrre frutti per il Regno fa entrare nella “gioia di Dio”

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