Liturgia

LAZZARO E L’EPULONE – XXVI Dom. del T.O.

La parabola del ricco epulone è servita a varie cause. A consolare i poveri promettendo il benessere nell’aldilà. Solo Gesù che ha sposato la cause dei poveri diventando povero come loro poteva usare un tale linguaggio. E’ stata anche considerata l’oppio del popolo: con questa storia i poveri resteranno sempre poveri e i ricchi sempre più ricchi (Marx)

Da precisare che la Scrittura non si è mai indirizzata ai poveri per dire loro di rassegnarsi ma soltanto per dire loro che sono amati da Dio. Apre una speranza ed esorta tutti gli uomini a condividere questo amore di Dio per i poveri. Questo amore deve condurci a ristabilire la giustizia. Per questo la parabola è detta per convertire i ricchi che si trovano nella condizione di Epulone. I Testi mettono sotto accusa il cattivo ordine stabilito, sia quello presentato nella prima lettura sia quello del Vangelo e annunciano la rivincita della giustizia di Dio. Dobbiamo prendere questo sul serio: questo annuncio invece di essere oppio del popolo serve a far uscire i ricchi dalla loro illusione di bontà. La porta e il grande abisso hanno la stessa funzione: rappresentare un limite invalicabile. In fondo l'abisso che separa per l'eternità il ricco da Dio è lo stesso della porta che il ricco aveva posto tra lui e Lazzaro. Dio, sotto la figura di Abramo, è dalla parte della porta in cui si trova Lazzaro. Cioè Dio è escluso dalla vita del ricco, giace fuori ed è ridotto a livello degli animali. La porta, la separazione è di una grande portata: Dio è colui che riunisce , che supera la divisione per fare unità tra tutti i separati. La porta è una immagine della separazione, dell'esclusione naturale: rappresenta l'inverso dell'opera di Dio. In fin dei conti è la ricchezza del ricco la vera porta di separazione, è lui che dovrebbe superarla per fare unità. Ma "è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago". Il grande abisso insuperabile in rapporto al seno di Abramo è l'immagine dell'origine divina dell'uomo e della terra in cui l'uomo è andato dopo il peccato. Questa separazione la traversa il povero e questo fa pensare alla Pasqua del Signore. Il testo infatti termina col tema della Resurrezione dei morti. Ciò che è impossibile all'uomo è possibile a Dio. Non disperiamo quindi del ricco. Potrà anche lui ascoltare Mosè e i profeti e superare la porta della sua ricchezza che lo separa dal povero per andare, come ha fatto il Cristo a ritrovare il povero. E' da subito che siamo invitati a superare le nostre separazioni ed essere ammessi alla gioia del Regno.

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IL CRISTIANO E IL DENARO – XXV Dom. del T.O.

Nel vangelo il denaro è chiamato traditore, ingannatore. Ma noi ne abbiamo bisogno per vivere. Quando penso alla busta paga guadagnata col sudore per mandare avanti la propria famiglia penso che il denaro è sacro. Giovanni Papini lo chiamava "lo sterco del diavolo". Io amo la preghiera del libro dei Proverbi che domanda al Signore "Non donarmi ne povertà ne ricchezza: concedimi soltanto di che vivere.

Perché nell'abbondanza potrei rinnegarti dicendo: il Signore non esiste. E nella miseria potrei rubare e profanare così il nome del mio Dio"(Pr 6,8-9). Questa preghiera è dell'uomo realista, cosciente del pericolo della miseria e dei danni di un'abbondanza. Il Vangelo ci invita subito a fare una buona scelta: o Dio o il denaro, perché attraverso le scelte dimostriamo in chi abbiamo fiducia. La nostra fede non è un semplice sentimento ne un'opinione, è un impegno di tutto il nostro essere che si manifesta attraverso atti concreti e deve manifestarsi nel nostro rapporto col denaro. E' chiaro che se il denaro ha un valore negli scambi commerciali è indispensabile ma rischia sempre di diventare un fine in se come se fosse un valore ultimo ed eterno. E' saggio avere riconoscenza per coloro che ci hanno aiutato, come i nostri genitori e questo viene da Dio. Nella parabola evangelica di questa domenica viene presentato un amministratore disonesto che si fa amici amministrando disonestamente il denaro del padrone . Questo diviene una parabola di coloro che attraverso la gestione dei beni dellla terra si preparano il regno. Il Vangelo ci insegna che il denaro non è che un mezzo precario che non dura che poco tempo. Un giorno saremo chiamati a render conto della gestione dei beni. Il denaro è un mezzo per vivere. E' vero ma il denaro può anche uccidere. Il profeta Amos se la prendeva con quelli che cercavano di arricchirsi."diminuendo la misure e aumentando il siclo e usando bilance false , per comprare con denaro gli indigenti e il povero con un paio di sandali" (1 lettura). Ciò non è ammissibile agli occhi di Dio e non è tollerabile che la logica del profitto schiacci il povero. L'appetito del denaro produce effetti disastrosi. Giovanni Crisostomo diceva che la sete del denaro rende la persona peggio di una bestia feroce che va sempre alla ricerca della vittima per divorarla come l'uomo assetato di ricchezza è sempre alla ricerca di nuovi profitti. La chiesa ricorda la dignità incomparabile della persona umana. Il denaro non è che uno strumento a servizio delle relazioni umane. Chi fa del denaro un valore assoluto cade in una forma di idolatria e il suo sguardo sulle persone diviene falso. Le relazioni umane si degradano. E' ciò che avviene nelle famiglie per i problemi di una eredità da dividere. L'appetito del denaro degrada l'uomo. Spesso si dice che il denaro è un buon servitore ma un cattivo padrone. Quando comanda il denaro la guerra non è lontana. Accumulare ricchezze è accrescere potenza e indipendenza. Ma questa indipendenza fa correre il rischio di diventare indifferenti dinanzi agli altri. Questo è l'altro insegnamento del Vangelo: il Signore ci affida la gestione dei suoi beni e ci incoraggia a far prova di ingegnosità a beneficio dei fratelli. Ecco quanto il Vangelo è attuale. Ci ricorda il senso e il termine della nostra vita. Il Regno di Dio è vicino e questo ci spinge a porre degli atti profetici che esprimano questa convinzione. I beni di cui possiamo disporre vengono da Dio che un giorno ci chiederà conto. Oggi ci ricorda la grandezza della nostra responsabilità. Le scelte della nostra vita presente possono diventare segni della vita che viene. Si, il mondo nuovo è nelle nostre mani. Che cresca attraverso l'Eucarestia che noi celebriamo.

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PERDONO DI DIO E GIOIA DELL’UOMO – XXIV Dom. T.O.

Il perdono di Dio non è triste. Troppo spesso si presenta come una vaga condiscendenza del creatore dinanzi agli errori della sua creatura. E' difficile capire che il perdono di Dio non è che l'espressione della sua misericordia. La sua misericordia infinita che esiste come volto di Dio, come la rivelazione, la manifestazione della sua natura più intima. Dio è misericordia. Tutti i testi sulla misericordia di Dio devono essere letti non come la sua azione ma come il suo essere.

La conseguenza è che dinanzi a Dio non dobbiamo mai trattare per ottenere il suo perdono ma toccare il suo cuore appellandoci alla sua misericordia e al suo amore. La liturgia di questa domenica ci presenta tre momenti dell'esercizio della misericordia di Dio. Il peccato collettivo e la misericordia. Nella prima lettura ci viene presentato il peccato del popolo di Israele che costruisce il vitello d'oro. Il vitello d'oro è il ritorna agli idoli E' la rinascita dell'idolatria. E' l'insulto a Dio per eccellenza e non ci sono circostanze attenuanti. Israele ha bisogno di vedere e di toccare un Dio mentre il loro Dio si presenta come qualcosa di evanescente e di irreale, come una colonna di fuoco.... Mosè non teme:fa appello alla misericordia di Dio. "Signore, tu hai amato questo popolo e la amerai ancora". Mosè non negozia il perdono "Rinuncia al male che hai voluto fare al tuo popolo" Ma fa appello alla natura stessa di Dio che deve rispettare la sua natura profonda, il suo essere reale che è amore. Un peccatore ritorna attraverso la misericordia. Nella seconda lettura Paolo parla di se stesso: bestemmiatore e persecutore della dottrina evangelica e dei discepoli di Gesù. Era lui che conservava gli abiti di quelli che lapidavano Stefano, era lui che aveva chiesto il mandato ufficiale di perseguitare i discepoli di Cristo. Non c'è dubbio sulla sua "vocazione di persecutore". E' quest'uomo che Cristo ha scelto per diventare suo apostolo. Paolo non si è mai convertito: è stato conquistato dopo essere stato sedotto. Per quale motivo? Perché Cristo è venuto nel mondo a salvare i peccatori "E io, commenta Paolo, sono il primo dei peccatori" E questo senza alcun suo merito. La sincerità che hanno fatto del persecutore un apostolo. E' la sua condizione di peccatore, oggetto di una misericordia facendo di lui "il primo esempio di coloro che credono in Lui per la vita eterna". La gioia dell'uomo riconciliato. Quale il clima del Vangelo? Gesù accoglie i peccatori, non gli giudica non gli condanna e mangia con loro. E le parabole cosiddette della misericordia parlano meno di peccato, di perdono e di penitenza che di gioia. La misericordia più che un cammino verso la penitenza è una via regale verso la gioia. La pecorella smarrita e ritrovata: rallegratevi con me. La moneta ricuperata nella penombra: venite a festeggiare con me. La gioia degli angeli e degli uomini sono sempre superiori alla conversione e anche alla penitenza del più indurito dei peccatori. Il perdono di Dio non è triste ne giuridico ne giudiziario! E' l'effervescenza creatrice di gioia: possiamo concludere che la misericordia del Signore è la principale causa della gioia cristiana. Un popolo idolatra ha scoperto che l'amore del Signore per lui era superiore al suo peccato. Paolo ha capito che se era diventato apostolo con la gioia di servire Gesù è perché era peccatore e come tale più particolarmente amato da Cristo che era venuto per salvare i peccatori. Il pastore del vangelo con la pecora ritrovata e la donna con la dramma si ritrovano per far festa con gli amici. Il peccatore perdonato non è "un vecchio peccatore" che melanconicamente trascina il suo perdono appesantito dalla sua penitenza., è un uomo libero e gioioso perché sa che è stato amato per primo dal Signore la cui misericordia esisteva già come anticipazione prima ancora che peccasse.

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PER AMARE DI PIÙ – XXIII Domenica del T.O.

Oggi la chiesa canonizza Teresa di Calcutta. Cosa vuol dire? Non tanto che possiamo accendergli le candele o fargli la festa ma riconosce che la vita di Madre Teresa è stata secondo il Vangelo, se vuoi sapere cos'è il Vangelo puoi guardare a Lei che ne è stata l'incarnazione. Ecco perché il Papa , quando canonizza qualcuno, compie il più alto gesto di evangelizzazione. Madre Teresa è Vangelo.

Oggi risuona in tutte le chiesa una parola che sembra estranea a questa circostanza "chi non odia il padre , la madre......non può essere mio discepolo". Ovviamente "odiare" sta per preferire a Dio la madre, il padre ecc. Eppure in questo apparente controsenso c'è la spiegazione di tutta la grandezza di questa umile donna che è stata chiamata da tutti madre e che davvero può essere considerata madre universale. Come è possibile che una donna, una suora che lavorava in India come insegnante ad un certo punto lasci tutto e vada a vivere tra i più poveri dei poveri a condividere la loro vita. Che un giovane come Francesco di Assisi, di cui si fa la festa proprio il 4 ottobre, lasci i suoi beni per andare a vivere con i poveri, preferire i lebbrosi all'allegra compagnia dei suoi coetanei? Sappiamo tutti quanto i malati siano pesanti e ingombranti , come si spiega che Camillo de' Lellis, il Cottolengo, li preferiscano e dedichino la vita al loro servizio. E in questi casi non si tratta di persone che si mettono a servizio, come d'altra parte fanno i medici, ma ne condividono la vita, cioè offrono il loro amore che è il primo atto di carità che ciascuno attende. Non è tanto cristiano accogliere i bisognosi e soccorrerli, lo fa anche la chiesa con l'otto per mille e le organizzazioni che accolgono i profughi incassando trenta euro per giorno a persona, ma è cristiano amare questi bisognosi e far percepire loro che quello che facciamo per loro lo facciamo per amore, perché gli vogliamo bene. Questo è cristiano, questo è l'amore cristiano. E' possibile? Madre Teresa ne è la prova. Come ha fatto ad amare di un amore preferenziale i più poveri dei poveri, quelli che tutti gli altri scartano, i veri emarginati da tutti? Si è verificato in Lei il miracolo cristiano. Ha amato Dio con tutto il cuore, con tutta , l'anima e con tutte le forze, quindi preferendolo a tutto, padre, madre, fratelli, sorelle ecc. e Dio gli ha donato il suo Amore, cioè ha riempito il suo cuore totalmente vuoto da tutto del Suo Santo Spirito che l'ha resa capace di amare come ama Dio, cioè di un amore infinito, non condizionato dalle passioni umane e neppure circoscritto dalla carne , come avviene necessariamente per ogni mamma, per cui tutti possono chiamarla Madre come Charles de Foucauld fu chiamato fratello universale. Quando un cristiano realizza il primo comandamento, Dio lo rende capace di realizzare il secondo che è simile al primo, cioè non soltanto amare Dio come se stesso ma più di se stesso come ha fatto Gesù. Ho avuto la grazia di conoscere Madre Teresa e anche il paese che ha lasciato nella sua Macedonia per consacrarsi a Dio come Suora. Questa semplice ragazza macedone Dio l'ha condotta per vie misteriose a diventare Madre universale e modello di come si ama Dio e i fratelli: l'ha fatta vangelo vivente. Oltre che pregarla non possiamo non provare una grande nostalgia di Lei, di essere come Lei. Proprio Lei ci insegna non ad amare ma, come diceva , a diventare amore: essere tutti di Dio per essere anche tutti dei fratelli. Nella Costituzioni delle sue suore si legge che ogni Missionaria della Carità ha il dovere di due ore al giorno di adorazione dell'Eucarestia perché "se non si riconosce Gesù nell'Eucarestia non si può riconoscerlo nei poveri". Dio vuole amare l'uomo attraverso il cuore dei fratelli che si donano completamente a Lui. Madre Teresa ci ha aperto la strada: Dio non è egoista che tiene per se il nostro amore ma chi lo ama totalmente preferendolo a tuto lo rende capace dell'ampiezza del suo amore. Il cristianesimo è tutto un gioco di amore.

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L’ULTIMO POSTO – XXII Dom. del T.O.

IL Vangelo ci chiede di non esporsi, di non imporsi. Esattamente il contrario di quello che comunemente avviene. Ammiriamo coloro che "hanno carattere", coloro che "hanno una personalità'" che fanno valere il loro punto di vista e che sanno tenere il proprio posto. Il semplice buon senso ci dice che non dobbiamo negare questi valori. La fede non può' condurre all'inconsistenza o al culto dell'annientamento. Il testo è indirizzato a coloro che si elevano o che occupano un posto che non è il loro: ai candidati al potere. Il testo si applica anche a coloro che occupano il loro posto ma che si comportano come "superiori" che "non fanno le cose con umiltà'".

L'amore di Dio per gli umili. Molti testi dichiarano: beati gli umili e non fanno distinzione tra coloro che sono all'ultimo posto perché è il loro, coloro che vi ci sono ingiustamente messi e coloro che ci restano per timidita'. Perchè questa preferenza di Dio per i più' piccoli? È' il niente che attira Dio perché' il niente è il nemico che deve ridurre in maniera da far sorgere degli esseri la' dove non c'è niente. Il più' piccolo è in qualche maniera vicino al niente; colui che si crede grande e vuol dominare non è un luogo propizio alla creazione perché volendo farsi lui stesso prende il posto di Dio e gli impedisce di creare. L'elevazione. Colui che accaparra potere ricchezza, onori, fa il contrario di Dio: invece di elevare gli altri li abbassa. Dio non va verso i poveri per farli uscire dalla loro povertà ma si mette con l'uomo povero per realizzare con lui la sua gloria. È la stessa traiettoria di Cristo che viene a prendere con noi l'ultimo posto per condurci con lui al primo. Tutto questo è misteriosamente all'opera nella nostra vita e nella vita della Chiesa dove spesso Dio sceglie poveri e ignoranti per compiere cose grandi perché nessuno creda che son loro a compiere grandi cose ma è Lui e "nessuna carne si glorifichi dinanzi a Lui". Consigliava l'abbe Hevelin a Charles de Foucauld "cerca sempre l'ultimo posto e nessuno te lo prenderà " . Non era né una battuta né una trovata furba ma il modo di far intervenire Dio nella sua opera. Cerchiamo l'ultimo posto per trovarci Qualcuno: l'ultimo posto non è mai vuoto. Non cerchiamolo per amore della povertà ma per la comunione con colui che siede sempre all'ultimo posto. "Abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù " È per questo che dobbiamo invitare al festino di nozze della nostra vita coloro che non hanno niente da rendere. Ricopiando la condotta di Dio diventiamo solidali con Lui e la strada Pasquale è aperta con Cristo fino "alla resurrezione dei giusti".

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LA VIA DELLA SALVEZZA – XXI Dom. del T.O.

"Gesù va verso Gerusalemme" cioè verso il luogo della sua Pasqua, il luogo della sua passione e della sua gloria. Dove offrirà la sua vita per amore e dove sarà rifiutato, il luogo in cui Dio Padre lo risusciterà, il luogo in cui salverà l'umanità.

La strada della salvezza. Gesù passava tra strade e villaggi e insegnava. Cosa? Certamente la strada della salvezza. Per questo era venuto. Anche noi lasciamoci insegnare da Gesù la strada della salvezza che ci libera dalla morte. Qualcuno gli chiede se saranno pochi quelli che si salveranno. Gesù non risponde a questo problema. Mai Gesù e mai la chiesa parla del numero dei salvati se non per proclamare forte il desiderio di Dio, del Padre "di riunire gli uomini da tutte le nazioni e da ogni lingua" (1 lettura). "Verranno da oriente e da occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio" (Fine del Vangelo). Gesù non risponde al numero dei salvati, ma mostra la strada della salvezza e dice:"Lottate per entrare dalla porta stretta". "Lottate per entrare dalla porta stretta". Lottare: perché se la salvezza è una grazia però non saremo salvati senza la lotta.....Ma una lotta particolare....Una lotta per diventare piccoli.. Come entrare in una porta stretta senza diventare piccoli? Dio , che vuol salvare tutto il mondo non si diverte a ridurre le dimensioni della porta attraverso cui passare? E' assurdo! Per entrare nel Regno bisogna diventare discepoli di Colui che è dolce e umile di cuore. "Se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli". Questa porta stretta è Gesù stesso. "Io sono la porta delle pecore" chi passa attraverso di me sarà salvato. "lottate per entrare dalla porta stretta" vuol dire semplicemente "Lottate per diventare miei discepoli". Ma ascoltiamo il seguito che è fondamentale "Molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non saranno abbastanza forti" "Lottate per essere discepoli". Gesù in questo versetto afferma che ciò che domanda è impossibile.....alle nostre proprie forze. Gesù è il maestro dell'impossibile. E' esattamente, colui che per la sua grazia, ci permette di entrare dalla porta stretta. Gesù non è soltanto un modello da seguire, da imitare ma anche colui che ci rende capaci di seguirlo. Colui che si offre a noi per salvarci. Ilnostro dramma è che vogliamo fare il cristianesimo senza Cristo. Vogliamo lottare per Lui senza passare attraverso di Lui. E allora abbassiamo le esigenze e accomodiamo il cristianesimo alla nostra misura. "Lottare per entrare dalla porta stretta": Lottare con fiducia contando su di Lui. Lui sarà il Primo e noi lo seguiremo. Li il Primo" Noi lo seguiremo , importante è seguire Lui non preoccuparci se arriveremo.

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IL FUOCO SULLA TERRA – XX Dom del T.O.

Ordine a tutti i costi. E' una necessità comune , come tra i minerali, tutto ben stratificato: il popolo sotto e la casta sopra. Per salvare quest'ordine minacciato bisogna far la guerra. Il profeta Geremia interviene per dire che non c'è salvezza per un ordine ingiusto, perché, fondato su una violenza nascosta, può generare una aperta violenza. A lungo andare, il peccato, che è violenza , non paga. O meglio, come dice San Paolo, "La paga del peccato è la morte".

Così l'ordine della violenza si difende con le armi della violenza, e Geremia è gettato nella cisterna. Il profeta è dunque rivelatore di una violenza che era già la, ma segreta. Il profeta la polarizza e si rivolta contro di lui , esattamente come sarebbe avvenuto per Gesù. E' venuto ad esercitare un giudizio e a portare alla luce una ingiustizia nascosta. Come ? Facendosi lui stesso giudicare e condannare. Siccome questo giudizio non può essere che ingiusto, l'ingiustizia viene smascherata e così appare davanti agli occhi di tutti la giustizia di Dio.

Essi si divideranno. Sarebbe evidentemente stupido utilizzare questo vangelo per giustificare la violenza come è stato fatto..... Il vangelo è sempre il vangelo della pace e Gesù porta la riconciliazione. Ma se c'è riconciliazione c'è anche divisione. Nel nostro testo si dice che Gesù è venuto a "portare la divisione", ciò significa che la sua presenza destabilizza una costruzione che fino allora aveva la parvenza di essere stabile. Questa costruzione è la nostra torre di Babele, la città della nostra crudeltà e della nostra pretesa. Di un colpo le amicizie e le alleanze più strette si rompono, anche le stesse alleanze familiari. Le case costruite sulla sabbia cadono. Non abbiamo alibi. Il nostro male è messo sul tappeto e siamo chiamati a confrontarci col nostro problema.. E' la prima condizione per superarlo. La pace è un bene , ma non la pace che maschera la nostra violenza. Una pace che avendo attraversato le divisioni le supera.

Il padre contro i figli e i figli contro il padre. Il Cristo porta le divisioni perché alcune persone si dichiarano per Lui e entrano in conflitto con coloro che son contro di lui.. Lotta , quindi, tra buoni e cattivi. Il vangelo è più sottile. Non ci sono ne buoni ne cattivi. La venuta di Cristo fa apparire la cattiveria dell'uno e dell'altro. Tutti convinti del peccato perchè sia fatta grazia a tutti, dice San Paolo. Non ci si può battere in nome di Cristo: chi dichiara guerra a qualcuno dichiara sempre guerra a Lui. Dinanzi alla luce, tutto ciò che è tenebra manifesta tutta la sua oscurità. (Ef. 5,13) . E' tempo della spada. Non possiamo sfuggire al conflitto , in noi c'è qualcosa che rifiuta l'amore e la fede nell'amore. Gli uomini rifiutano il Cristo perché la chiesa è così, perché durante la storia si è comportata in un certo modo ecc. Togliamo tutti gli ostacoli e immaginiamoci una chiesa allo stato puro, una teologia perfetta: nel qual caso ci sarebbero ancora uomini che si schierano contro Cristo perché è venuto ad annunciare la pace e l'amore. Lasciamoci illuminare dalla Parola perché illumini le nostre proprie tenebre.

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COME PERSONE CHE ATTENDONO – XIX Dom. del T.O.

Aspettare qualcuno è un'esperienza che abbiamo fatto tutti, nel lavoro, in famiglia, nel gioco. Quando la persona che aspettiamo ritarda ad arrivare , l'attesa diventa difficile. La mia generazione ha atteso tante cose: la fine della guerra, la fine del fascismo, del comunismo e adesso la fine di altre cose in attesa del nuovo. Oggi Gesù ci richiama "Siate come coloro che attendono...." La caratteristica del cristiano è l'attesa del ritorno di Cristo e di avere i giusti sentimenti di coloro che attendono. Ma per noi non si tratta di una speranza, spesso aleatoria ma di una speranza fondata su una certezza, la promessa del Signore Gesù che noi crediamo sempre fedele. Per aspettare in buone condizioni la realizzazione di questa promessa Gesù ci da tre consigli.

Rimanete in stato di servizio. . C'è una maniera cattiva di attendere: non far niente, come nella sala di attesa del medico o dal barbiere. Si perde tempo. Il Signore ci chiede di vegliare, di stare in stato di servizio. "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli" cioè al suo lavoro. Ammiro i vigilanti della notte della casa per anziani o nei centri ospedalieri: sono una garanzia di sicurezza per tutti i residenti, non interrompono mai il servizio durante la notte.. Il modo migliore per preparare il ritorno del Signore è di essere ciascuno al proprio posto, al proprio lavoro, alla propria occupazione, al proprio dovere di stato. Il Signore non si attende nel deserto o vestiti a festa ma con l'abito da lavoro applicati al proprio servizio. La qualità di un cristiano si riconosce dal valore del suo lavoro, al proprio posto: l'officina, l'ufficio, la casa , la strada, la scuola , la parrocchia. E' la dove il Signore ci precede . E' la che prepariamo il suo ritorno. Mantenere accese le lampade. La seconda lettura di oggi ci dice qual è la luce di cui abbiamo bisogno. L'undicesimo capitolo della lettera agli ebrei è un riassunto della storia santa e ogni capitolo comincia così: "per fede....". Quello di oggi , il testo ci parla soltanto di Abramo. Per noi aver fede è accogliere Dio che ci parla attraverso Gesù. "La Parola di Dio è una lampada sui miei passi" ci dice il salmista.. Il vangelo domenicale è vitale per ciascuno di noi. Coloro che non hanno la grazia di sentirla sono come una macchina in panne durante la notte e senza fari." I loro pensieri non sono quelli di Dio ma quelli degli uomini". Pensano come l'ultimo che ha parlato alla televisione, al caffè o al mercato. Ritengono l'ultima maldicenza o calunnia. Non pensano come Gesù. Dobbiamo aggiustare il nostro pensiero al suo. La speranza non tradisce. "Siate come gente che aspettano". Il cristiano è in attesa ¸la sua speranza è una certezza, non delude. (Rom 5,5). Non è opera d'uomo ne proiezione dei suoi desideri. E' dono gratuito di Dio. La speranza cristiana ci fa accogliere la forza di un altro. Alcuni filosofi (Marx) ritengono che la chiesa sia la droga del popolo facendo sperare i beni futuri e lasciando il mondo com'è. La speranza cristiana mobilita da oggi per costruire un mondo migliore di cui i segni sono l'amore e la pace. Quando il Signore tornerà vorrà trovare le cose cambiate: il maestro si farà servo come con gli apostoli il Giovedì Santo. Il ritorno di Gesù non è soltanto una speranza ma una promessa, una certezza. Ce lo ha promesso. La nostra vita ha un senso; siamo felici di attenderlo e di preparare il suo ritorno. Il cristiano è una persona che attende.

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VANITÀ DELLE VANITÀ – XVIII Dom. T.O.

"Vanità delle vanità, tutto è vanità" Parla così un saggio che ha preso la misura delle cose. Più che rivelazione di Dio è la conclusione di chi tiene gli occhi aperti sul mondo e sul corso delle cose. Più tardi, una saggia che non aveva la fama di essere un disfattista dirà "Nulla ti turbi, nulla ti sgomenti, tutto passa Dio solo resta". Sono le celebri parole, mille volte ripetute e cantate, di Santa Teresa d'Avila, tonica riformatrice del Carmelo. Non si può ignorare la fragilità del mondo. La sua consistenza non può essere considerata un assoluto indistruttibile.

L'insegnamento di questa domenica non è in qualche maniera disfattista e neppure orientativo di una visione pessimistica del mondo. La Genesi ci dice che Dio, tutto ciò che ha fatto e lo ha consegnato alle mani dell'uomo, è "buono" anzi"molto buono". L'invito al distacco che oggi ci viene proposto è messo in prospettiva col desiderio dell'uomo. Sappiamo per esperienza che il desiderio è potente. Desiderare di vivere, di crescere, di gioire di possedere, d'avere potere, di dominare......Questo desiderio non può essere lasciato senza dominio perché porta sicuramente alla rovina. Basta dare un colpo d'occhio al nostro mondo per renderci conto di questa verità. Ma non c'è soltanto l'intensità del desiderio ma anche l'oggetto di esso che attraverso la concupiscenza si orienta a tutti i beni terreni. L'accecamento sulla loro caducità, i loro limiti, la loro incapacità a soddisfare autenticamente il cuore dell'uomo spinge ad un ingorgo passeggero di beni , di piacere e di potere. Così pieno di illusioni l'uomo perde di vista ciò che ha in comune con i beni: la finitezza, la friabilità, e la stessa caducità. La Parola di Dio, oggi, non ci spinge all'odio del mondo e delle cose del mondo quanto piuttosto ad una lucidità, unica garanzia della libertà del cuore. Credere che questo mondo basta ed è sufficiente a soddisfare il cuore dell'uomo è una menzogna e un inganno. Paolo fa eco alle parole di Gesù che Luca ci riporta con forza e precisione. L'uomo porta in se la stessa marca del creato: è fragile. Senza dubbio la morte fa paura ma fa parte della nostra vita. I saggi ci hanno sempre invitato a prenderla in considerazione e pensarci spesso. San Francesco la chiamava "sorella morte". La morte è un momento ineluttabile, il momento della verità che pone un problema: cosa resta della vita che se ne va? Cristo invita a tesorizzare non per se stessi o per il mondo che passa. Invita a "Divenire ricchi in vista di Dio". L'invisibile ricchezza di cui si parla e ciò che fa la sostanza della vita è l'amore, il solo valore che possa valere davanti a Dio. Il Signore ci richiama oggi ad un sano realismo. Non è scritto da nessuna parte che per essere felici si deve vivere in uno stato di utopia. Così, resi coscienti della fragilità delle cose del mondo, del valore degli esseri e della brevità della vita, ascoltiamo la voce del Signore. Egli ci invita a non sciupare la nostra esistenza ma a dargli tutta la sua consistenza vivendola in diapason del desiderio e della generosità di Dio.

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QUANDO PREGATE DITE… – XVII Dom. T.O.

 

Ci sono amici su cui si può contare anche per una necessità in piena notte. Con altri saremo esitanti. Gesù è realista , conosce la qualità delle amicizie umane. Sa bene i loro limiti. Non siamo perfetti neppure nell'amicizia. Anche nei confronti del padre si pone la stessa domanda anche se la sua esperienza con Giuseppe sarà stata ottima. Le nostre amicizie umane, così preziose e anche le relazioni familiari Gesù le utilizza, pur con le loro deficienze, per rivelarci cosa il Padre celeste può fare per noi. Non ha i nostri limiti e il nostro egoismo e ci dona ciò che ha di meglio "Lo Spirito Santo".

"Signore insegnaci a pregare!"Come gli apostoli anche noi lo chiediamo al Signore e Lui ci apre subito l' orizzonte della confidenza filiale e ci esorta "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto". Non si tratta di moltiplicare le parole come i pagani ma di affidarsi completamente con totale fiducia a Lui con la sicurezza di avere ottenuto quello che stiamo chiedendo. Quando pregate dite "Padre nostro..." Ogni preghiera che non trova un equivalente nelle domande del padre Nostro non è una buona preghiera , dice Sant'Agostino. Il Cristianesimo è tutto relazione con Dio per cui avere idee chiare sulla preghiera è indispensabile. Ogni nostro preghiera è ascoltata, se non fosse così Dio ci avrebbe imbrogliato. Dio non è lontano da noi ma abita dentro di noi,siamo abitati da Dio , per cui ogni nostro gemito e ogni lode è immediatamente percepita da Lui, non gli sfugge nessun atto di amore da parte nostra e a cui Lui risponde prontamente. Tutte le volte che dico "Ti saluto Maria..." Lei mi risponde "Ti saluto Giuseppe.. La Madonna che è dove è Dio mi sente ed essendo una Mamma molto educata mi risponde. Ovviamente noi siamo come i ragazzi, vogliamo tutto e subito e invece Dio nel suo amore e nella sua intelligenza seleziona le cose che sono per il nostro vero bene e ce le concede a momento opportuno. Non c'è da stupirci per la nostra urgenza e inquietudine dinanzi ai tempi di Dio, anche i Santi erano così. Si legge nel libro delle "Fondazioni" che Santa Teresa volendo fondare un monastero a Siviglia chiedeva con insistenza a Dio qualche ottimo benefattore. La Santa insisteva nella preghiera e invece del benefattore arrivò il Signore che gli disse "Teresa, ho capito! Dammi tempo." Anche Dio ha bisogno dei suoi tempi dovendo organizzare le cose con l'uomo. A noi chiede fiducia e abbandono totale. Dio non è un despota che decide le cose senza consultare i suoi amici. Ne è prova l' esperienza di Abramo raccontata oggi nella prima lettura . Noi siamo in una situazione privilegiata nei confronti di Abramo, non siamo soli a pregare ma lo facciamo sempre insieme a Gesù che sta dinanzi al Padre ad intercedere per noi e ad offrire Lui stesso le nostre preghiere. La preghiera dell'uomo è stata detta la "debolezza di Dio" ma anche "L'onnipotenza dell'uomo". Giorgio La Pira diceva che la preghiera è quel canale che unisce la debolezza dell'uomo all'Onnipotenza di Dio per cui la povertà dei mezzi umani compie opere possibili soltanto all'Onnipotenza di Dio. Gesù ci insegna a pregare trasformando i nostri gridi di aiuto in una preghiera filiale e ci fa pregare come prega Lui. Il nostro grido risuona nel cuore di Dio. Se sappiamo perseverare nella preghiera ritorna in noi con la dolcezza dello Spirito Consolatore. La nostra perseveranza ci renderà confidenti e torneremo su noi stessi aperti ai bisogni dei nostri fratelli con la dimensione dell'amore di Dio.

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