Liturgia

PECORE E PASTORI

IV Domenica di Pasqua - 26 Aprile 2015 

Commento al Vangelo (Gv 10. 11-18)

Non piace a nessuno essere trattato da pecora, un animale che non è certamente sinonimo né di intelligenza né di personalità. Dopo la mia esperienza sarda opterei per la capra che è più intelligente, più indipendente e produce frutti più pregiati: latte e capretti. Ovviamente Gesù dà all’ immagine che usa un cambiamento di senso. L’immagine del pastore è sempre servita per designare il Re e il capo. In breve il capo è colui che governa, questa è la sua definizione. E tutto di seguito Gesù cambia la definizione: il vero pastore non è colui che governa ma colui che dona la vita.

Il vero Pastore dona la sua vita perché le pecore gli appartengono, contano per Lui. Gesù conosce le pecore e la pecore conoscono Lui come il Padre conosce Gesù e Gesù conosce il Padre. Cosa vuol dire conoscere? Importante è “come”, e per Dio conoscere il Figlio vuol dire che il Padre genera il Figlio e tra Lui e il Figlio c’è un rapporto non di amicizia e di conoscenza ma di paternità e di figliolanza. Dire che il pastore ci conosce significa dire che siamo suoi figli, ecco perché  non può esserci la relazione che c’è con un  “mercenario” colui che guarda le pecore di un altro. Il Pastore di cui parla Gesù è una cosa sola con le pecore e le pecore sono una cosa sola col Pastore.

Quello che Gesù ci dice è particolarmente importante perché, chiamandoci pecore non ci ha deresponsabilizzati come dei pecoroni capaci soltanto di smarrirsi, ma, come Lui si è presentato “l’Agnello di Dio” e dal Padre è designato Pastore , anche noi che siamo chiamati pecore da Lui una volta battezzati siamo diventati pastori come lui. Uomini che conducono altri uomini alla salvezza, responsabili dei fratelli non dominandoli ma dando la vita per loro “Chi dona la propria vita la trova, chi la conserva la perde”.

Questo è il messaggio. Ai fratelli in cerca di senso siamo mandati come orientamento, come guide che conducono sulla strada segnata da Cristo, unica guida della chiesa. I seguaci di Cristo non sono un gregge di pecore ma un “popolo regale” col compito di indicare all’umanità la via della salvezza. Un popolo fatto di pastori che difendono i fratelli dai “lupi” e lo fanno responsabilmente, non squagliadosela al momento del pericolo ma assumendosi le proprie responsabilità in difesa  dell’uomo, dei suoi diritti fondamentali alla vita, alla sicurezza, all’onestà. Non mancheranno i momenti in cui “il Pastore sarà percosso e le pecore disperse”. E’ la crisi pasquale, tipo di tutte le crisi umane, del male che aggredisce l’uomo dappertutto e sempre sotto qualunque forma. Gesù ci dice che non ci lascerà mai soli nelle peripezie della storia perché Gli apparteniamo e a noi resterà la gioia di identificarci col Pastore che ci ripete”come ho fatto io fate anche voi”.

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III Domenica di Pasqua - 19 Aprile 2015 

Commento al Vangelo (Lc 24, 35-48)

“Aprì loro la mente all’ intelligenza delle Scritture” ci dice il Vangelo. Vuol dire che anche loro non ci capivano un gran che nella Bibbia come capita a molti di noi. Si, perché della Bibbia si fa un gran parlare  ma pochissimi l’hanno letta e soprattutto  l’hanno capita. IL P. Alonso Schekel SJ, professore del Biblico, diceva che non è necessario capire tutta la Bibbia, basta mettere in pratica quella che si capisce. Eppure capire la Bibbia è fondamentale e Gesù ce ne rivela il senso. Tutta la Bibbia parla di Lui. Isacco, che sta per essere immolato dal Padre era Lui. Giuseppe, venduto dai fratelli, era Lui, Gli ebrei schiavi i Egitto siamo noi e Mosè era Lui. Dio aveva cominciato a parlare di Lui prima che venisse ma una volta venuto è tutto chiaro. Possiamo dire : la bibbia è Lui perché Gesù è tutta la verità.

La Bibbia è il grande libro con cui Dio parla di se all’uomo e lo fa a gradi, prima attraverso la creazione e si rivela come Provvidenza, creatore e Signore di tutte le cose, per cui quando Mosè si avvicina a Lui gli dice “la terra che pesti è santa, togliti i sandali” mantieniti a distanza. Dio è l’inaccessibile e si rivela così. C’è poi una seconda rivelazione di Dio : Dio si pone in relazione di amore con l’uomo. Dio voleva arrivare a questo  e lo ha fatto diventando uomo e manifestando se stesso in Gesù Cristo. Dio cominciò la sua relazione con l’uomo sul monte Sinai quando a Mosè spaventato tra lampi e tuoni diede le tavole della legge, ma era soltanto l’inizio per arrivare a dirci attraverso Gesù, nell’ultima cena “Voi siete i miei amici”.

Ogni pagina della Bibbia parla di Gesù morto e risuscitato perché la vita dell’uomo è morte e resurrezione e se è facile capire che è morte non lo è altrettanto che è resurrezione , che la vita vincerà sempre sulla morte. Ecco perché dopo che lo hanno visto risuscitato dai morti hanno capito tutto, gli si sono aperti gli occhi. Gesù morto e risorto è tutta la verità della vita per cui basta conoscere Lui per conoscere tutta la scrittura e le regole della vita umana. Fin da giovane sono stato colpito da un teologo che poi divenne anche Cardinale, Charles Journet, che alla fine delle sue pagine di alta teologia concludeva“come si legge nel Vangelo” e riduceva tutto ad una frase o ad un semplicissimo episodio della vita di Gesù.

Ecco l’ideale cristiano, conoscere Cristo e condurre una vita che piaccia a Lui. Il peccato è sempre possibile ma Lui prende la figura del difensore. E’ così che la conoscenza di Cristo ci conduce al più alto grado della conoscenza della gratuità dell’amore e della salvezza. Conoscere Cristo invita ad amarlo sempre più e amarlo invita a cercarlo e a conoscerlo ancora più profondamente e personalmente.

San Paolo ha scritto:” Ho deciso di non saper nient’altro in mezzo a voi se non Cristo, e Cristo Crocifisso” e Sant’Ignazio di Antiochia diceva “Parlatemi solo di Cristo, il resto a me non interessa”. Metter tra parentesi tutto ciò che non è Cristo è la grande regola cristiana perché Cristo è tutto e il cristianesimo è soltanto Lui e diventare una cosa sola con Lui. Il cristianesimo non è una religione è una sequela. La sequela di Cristo. Abbiamo anche noi, come gli apostoli, lo Spirito Santo per conoscerlo e seguirlo.

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TESTIMONI DELLA MISERICORDIA

II Domenica di Pasqua - 12 Aprile 2015 

DELLA DIVINA MISERICORDIA

Commento al Vangelo (Gv 20, 19-31)

Una classe di liceali, invitati ad esprimere quello che era un peso da portare cominciarono con la parola “Ho paura” di bocciare ad un esame, di perdere un amico carissimo, della disoccupazione di mio padre, della separazione dei miei genitori. Noi abbiamo paura per la nostra salute, di qualche incidente, del terrorismo e della violenza sotto tutte le forme. E’ la nostra natura. Il vangelo di questa domenica ci risponde e  per tre volte riporta “la pace sia con voi”. “Come il Padre ha mandato me , anch’io mando voi”

Dio è misericordia! E’ la sua natura, la sua essenza, la sua identità. In Gesù Cristo la misericordia del Padre ha preso volto su cui noi possiamo leggere l’opera della misericordia divina nella nostra natura umana e nella nostra storia. Guardando al volto di Gesù comprendiamo la misericordia del Padre.  Gesù si presenta a noi risorto dai morti e le sue apparizioni costituiscono una testimonianza  di questo avvenimento inaudito nella storia: un uomo è risuscitato. Il primo dono del risorto qual’ è? Lo Spirito Santo  che produce immediatamente ,in tutti coloro che credono che Gesù è risuscitato dai morti, Il perdono dei peccati. Entrare nel cerchio dei seguaci di Cristo significa entrare nella logica della misericordia e del perdono.

I discepoli sono mandati a compiere il gesto che appartiene solo a Dio : rimettere i peccati. Lo Spirito è in  loro , una cosa sola con loro ed è Dio che rimetterà i peccati ogni qual volta li rimetteranno. Risalendo alla Genesi quando i nostri progenitori commisero il peccato, l’uomo nuovo non è un uomo innocente ma un uomo perdonato. Il peccato è una distruzione della creazione : la nuova creazione passa attraverso la vittoria sulle forze del  male e della morte. I discepoli sono mandati per realizzare la creazione di un mondo nuovo. Creazione che passa attraverso le loro mani.

Papa Francesco domenica farà la solenne indizione dell’anno santo della Misericordia che inizierà la prossima festa dell’Immacolata. A questo proposito ho un ricordo personale di Papa Wojtyla. Era in visita pastorale alla parrocchia di San Francesco di Sales e durante l’omelia aveva parlato di Dio come Padre Misericordioso e aveva detto che l’ispirazione di dedicare il primo anno di preparazione del giubileo del  2000 proprio a Dio Padre Misericordioso gli era venuta dalla lettura degli scritti di Santa Faustina  Kowalska. Ne aveva parlato con particolare intensità tanto che durante la breve colazione che seguì la Messa gli chiesi se avesse conosciuto personalmente la Santa e Lui mi rispose che avrebbe potuto conoscerla ma che non l’aveva mai incontrata perché viveva “nascosta con Cristo in Dio”.

Domenica è anche la festa della Divina Misericordia e fu proprio alla vigilia di quella festa che Papa Wojtyla tornò alla casa del Padre.

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BISOGNO DI RESURREZIONE

PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE

05 Aprile 2015

commento al Vangelo (Gv 20, 1-9)

Nessuno si aspettava la prima domenica della storia, nessuno la sperava. Le donne presenti ai piedi della Croce erano pronte per andare al sepolcro a dare dignitosa sepoltura a Colui che amavano. Noi stessi non abbiamo ne desiderato ne elaborato un messaggio di resurrezione, ci è stato annunciato e lo abbiamo accolto anche se ancora non ne siamo pienamente convinti. Ci possiamo facilmente riconoscere nelle reazioni della Maddalena e di Pietro. Eppure ogni domenica è il giorno in cui annunciamo e viviamo la resurrezione di Cristo ammirandone la potenza che irradia sull’umanità del nostro tempo malgrado i suoi enormi limiti.

Celebrare la Pasqua è collaborare alle resurrezioni oggi e domani meglio che ieri. Noi speriamo di ricevere una resurrezione piena e totale  nell’aldilà ma questa resurrezione è già cominciata. Come un lievito che fa sollevare tutta la nostra persona, come un germe. Un seme produce frutti ma comincia con un’apparente distruzione. Chi guarda il germe  nel suo primo stadio perde ogni speranza di vedere la raccolta. Osserviamo le evoluzioni umane. Tutto si agita e spesso  comincia con del negativo con degli atteggiamenti che sembrano generare il male, la distruzione e la morte. Invece le violenze suscitano il disgusto, le distruzioni fanno desiderare la ricostruzione, l’odio lascia il posto all’ipotesi del rispetto e dell’amore. Le guerre hanno lasciato il posto alla pace, la morte non ha mai l’ultima parola. Un bambino fa il suo primo vagito quando un anziano esala il suo ultimo respiro. Così va la storia sulla linea di iniziative di resurrezione. Il Cristo risorto abita lo spazio del tempo e noi lo crediamo.

Oggi ciascuno di noi è chiamato a fare il punto del suo percorso di Resurrezione per rimettersi allo Spirito che ha risuscitato Gesù. Queste sono le offerte della verità della Resurrezione, la luce del cammino di Emmaus. Camminiamo col Risorto e lasciamoci ricreare.

Se la nostra Chiesa, quella che ci unisce nell’unica fede della Resurrezione, apre le sue porte allo spirito della Resurrezione, finirà con le sue inquietudini, i suoi timori, i suoi errori, le sue apatie. Forse la porta delle nostre anime è ancora chiusa alle esperienze della resurrezione?

In questa Pasqua chiediamo lo Spirito che conduce la storia umana di toccare i cuori violenti, di illuminare le coscienze addormentate dai troppi conformismi e di impiantare un germe di dinamismo in coloro a cui non interessa niente ne di spirituale ne di umano.

Abbiamo tutti bisogno di risorgere. La resurrezione è per oggi. Quella di Cristo è la Chiesa della Resurrezione.

 “Surrexit Dominus vere. Alleluja”

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La morte inghiottita dalla vita

DOMENICA DELLE PALME

(29 marzo 2015)

Commento al Vangelo secondo Marco (Mc 14,1 - 15, 47)

In questa Settimana Santa passiamo dalla morte alla vita. Dio ci ha afferrato e lanciato nella vita nuova. Gesù è stato annientato fino alla morte sulla Croce e per questo Dio lo ha esaltato.

Con vero tratto di genio la liturgia delle Palme ci presenta due vangeli: l’entrata di Gesù a Gerusalemme e il Vangelo della passione di Cristo da cui sorge la luce della festa delle Palme. Gesù non è “Colui che viene nel nome del Signore”, il Figlio di David che viene a Gerusalemme? Non è il condannato a morte senza altro motivo che quello di essere il Re d’Israele?

Alla luce di questa festa riconosciamo che la croce è il suo trono, la corona non è d’oro ma di spine. Egli è veramente Re non alla maniera mortale degli uomini, ma alla maniera vivificante dell’Amore che è Dio.

La questione centrale che si pone la liturgia è quella del sommo sacerdote “Sei tu il Messia, il Figlio di Dio benedetto?” (Mc 14,61), “Si,- risponde la folla di Gerusalemme, rami in mano - Egli è il Messia il Figlio di David.” Ma Gesù risponde a Pilato in maniera più enigmatica : “Sei tu re?  Sei tu che lo dici?” Poi Gesù cessa di rispondere per cui Pilato, forte del suo potere “resta stupito”.

Isaia aveva detto che Dio non può che benedire  il giusto e proteggere la sua sofferenza. Ma allora cosa ne è di Giobbe e di tutti gli anonimi sofferenti della terra? Isaia riconosce allora la figura del Messia come il servo sofferente “che presenta il dorso ai flagellatori e la faccia a coloro che gli strappano la barba”.L’uomo non può salvare se stesso dal male di cui la figura più evidente è la violenza distruttrice. Come il silenzio di Gesù ,il servo sofferente di Isaia rinvia all’enigma del Messia che ci obbliga ad una confessione di fede.

L’enigma del Messia. Il Messia non è un re che libera dal male il suo popolo in maniera esteriore e magica. Gesù svolge la sua missione riconoscendosi nella figura del Figlio dell’uomo che è venuto per servire e non per essere servito e donare la sua vita in riscatto di molti.” E’ la scelta che Gesù fa nella sua passione rispondendo al Sommo Sacerdote “Io sono il Cristo e voi vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo” Il titolo di “Figlio dell’uomo” che Daniele dacriveva nella pienezza della sua potenza è assunto da Gesù nella pienezza della sua debolezza e della sua umiliazione.

La Croce è veramente il trono. Il cartiglio indica che Lui è “il re dei Giudei”. Ma sappiamo ,nella fede , che la sua regalità non è alla maniera del mondo, ma una regalità di servizio e di amore che sola può salvare gli uomini dal fascino del male e della violenza. Questa realtà è espressa per la prima volta da un pagano, il centurione, “veramente quest’uomo era il Figlio di Dio”

La luce dell’amore illumina la passione; fuoco vivo sotto la cenere del mondo scatenato a distruggere e a dare la morte.

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L’ORA DI CRISTO

V Domenica di Quaresima

(22 Marzo 2015)

Commento al Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,20-23)

L’attenzione del vangelo di questa domenica è tutta concentrata sui sentimenti , le angosce di Gesù e il suo abbandono filiale al Padre nei giorni che precedono la Passione. Ci guida San Giovanni, attento alla psicologia di Cristo, a penetrare il cuore del Maestro.

E’ giunta l’ora. Gesù ha spesso evocato quest’ora. Ne ha parlato alla Madre a Cana, alla Samaritana al pozzo. Parlare dell’ora è consacrare la vocazione fondamentale di un essere umano. Non è così anche della donna che soffre i dolori del parto  ma lo fa volentieri perché è il compimento della sua femminilità? Quella è la sua ora. L’arrivo dei greci che vogliono vedere Gesù significa che è l’ora in cui la salvezza non è soltanto riservata al popolo eletto ma si estende a tutte le nazioni, fino ai confini del mondo. E’ l’ora dell’angoscia e della gloria, dello spogliamento e dell’esaltazione: due componenti inseparabili. Nonostante ne avesse parlato a più riprese gli apostoli non capirono niente finche non venne lo Spirito della Pentecoste a spiegare tutto. Dopo l’ora di Cristo tutte le nostre ore sono l’ora buona per viverla intensamente alla sua sequela e anche  dopo l’abbandono ricostruire il rapporto con Lui.

Il chicco di grano. Non siamo dinanzi ad una evidenza agraria, una semplice legge della natura o un’allegoria. Siamo soltanto dinanzi al mistero di Gesù,e la legge del passaggio attraverso la morte per entrare nella vita riguarda tutti. Il distacco da una esistenza legata alla terra ha un carattere radicale. Bisogna passare attraverso la morte a se stessi e non  è piacevole. L’immagine è suggestiva: il grano di frumento si abbandona alla terra,  e sembra marcire ma è una tappa necessaria perché germogli, si rialzi dal suolo e si moltiplichi in spiga. La morte corporale non è la peggior cosa. La vera morte consiste nella sterile chiusura in se stessi. Cristo ci rivela il senso che da alla morte, non è un annientamento ma una semina. Davanti a lui si apre un passaggio da questo mondo al Padre. E’ la strada aperta anche per noi.

La croce elevata. “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me”. Cristo raramente partecipa il suo stato d’animo ma vicino alla fine la tonalità delle sue confidenze rivela il turbamento manifestato ai suoi durante la cena della sera del Giovedì Santo. L’ombra della Croce si stende già su di Lui. La lettera agli ebrei esprime mirabilmente i sentimenti di Gesù: preghiera per essere salvato dalla morte….ma sottomissione esemplare, obbedienza perfetta al Padre. L’ombra della Croce si  stende su ogni uomo, per questo Gesù , non illudendo nessuno, ci ha detto “Chi vuol venire dietro di me rinneghi  se stesso, prenda la sua croce e mi segua”

“L’ho glorificato e lo glorificherò”è la voce che ancora una volta il Padre fa sentire come al Giordano e alla Trasfigurazione. Dalla Croce piantata tra cielo e  terra il Padre è glorificato. Essa lega  la terra al cielo e la trave orizzontale  sostiene la braccia del Crocifisso aperte al dono totale di se stesso per la salvezza del mondo.

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IV Domenica di Quaresima

(15 Marzo 2015)

Commento al Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

Il vangelo di questa domenica evoca un curioso fatto della Bibbia. Il popolo ebraico non sopportava il viaggio nel deserto e cominciò a mormorare contro Mosè e contro Dio. “Allora il Signore mandò serpenti brucianti che mordevano la gente e un gran numero di Israeliti morì” Mosè pregò il Signore  che gli rispose “Fatti un serpente di bronzo, mettilo su un’asta; chiunque sarà morso e lo guarderà, resterà in vita” Strana soluzione. Guarire il male con il male. Forse Dio è un omeopatico? In parte si. Praticamente per guarire non serve altro che la rappresentazione del male che subiamo o che commettiamo? Il libro della Sapienza ce ne da la spiegazione “Chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te Salvatore di tutti”(Sap. 16,7)

Come il serpente era l’immagine del male degli Israeliti, così il Crocifisso è l’immagine di tutti i mali dell’uomo. Il Crocifisso  dice all’uomo che cosa è capace di fare col suo egoismo, la sua gelosia , la sua superbia; è l’immagine di come il peccato può ridurre un uomo. “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna”. Il Cristo si fa “serpente”, diviene il contrario di ciò che egli è: il giusto prende il volto degli ingiusti, è messo al rango dei malfattori. Paolo dirà “si è fatto peccato”, “si è fatto maledizione”, “porta il peccato del mondo”.  La Croce è innalzata come uno stendardo non come una potenza perché colui che è stato crocifisso è a titolo dell’amore di Dio che ha voluto condividere la sofferenza e l’umiliazione  dell’ uomo. Per salvare l’uomo Dio non ha organizzato una rivoluzione ma si è messo dalla parte degli oppressi portando tutte le conseguenze della sopraffazione  del peccato.

 Un esempio lo abbiamo in Padre Massimiliano Kolbe che durante l’ultima guerra, nel campo di concentramento di Auschwitz si offrì volontario a morire di fame al posto di un altro. In quel luogo d’inferno nazista, l’amore si manifestò in tutta la sua luce tanto che quando ,dopo una settimana, si diffuse la notizia della ssua morte, raccontano i testimoni sopravvissuti, un sentimento di fiducia e di ottimismo si diffuse in tutto il campo “Se qualcuno è capace di andare a morire al posto di un altro c’è ancora ragione per sperare”. Massimiliano aveva spesso guardato la Croce e ne era divenuto una rappresentazione vivente. Anziché organizzare una rivolta all’interno del campo accettò fino alla fine la scelleratezza del nazismo.

“Dio ha mandato suo Figlio nel mondo non per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” Non è Dio che giudica, è l’uomo che sceglie le tenebre o la luce. Giudicare significa scegliere. La salvezza dell’uomo è il Crocifisso, Dio volendo diventare uomo ha accettato tutta la condizione umana fino alle ultime conseguenze. Vuoi vedere di che cosa è capace l’uomo? Guarda il Crocifisso. Vuoi sapere che cosa è stato capace di fare Dio per salvarti? Guarda il Crocifisso.

“Chi opera la verità viene alla luce” Gesù viene a salvarci però dobbiamo accettare  di lasciarci guardare lucidamente.  Abbiamo paura che una luce abbagliante penetri  dentro di noi per farci conoscere  quello che veramente siamo?  E’ facile accusare i farisei della crocifissione di Cristo ma io quanta responsabilità ho delle sofferenze degli altri?  Quanta gente ho crocifisso con le mie parole, le mie azioni? Lasciati guardare fisso dal Crocifisso morente sulla Croce per riconoscere il male  che è in te e sarà facile stupirti che nello stesso tempo ti offre il suo perdono.

Dal Crocifisso si staccarono dei raggi di luce che colpirono Francesco d’Assisi e Padre Pio. E’ la risposta del Crocifisso a chi lo contempla con amore : rendere partecipi delle sue sofferenze per la salvare il mondo. E’ il desiderio che avremo quando saremo veri amici di Cristo.

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IL VERO TEMPIO

III Domenica di Quaresima

(08 Marzo 2015)

Commento al Vangelo  secondo Giovanni  (Gv 2,13-25)

Il Gesto di Gesù che caccia in malo modo dal tempio i cambiavalute e i venditori, sicuramente muniti dell’autorizzazione del clero, stupisce un poco. Gesù mite e umile di cuore cosa voleva dirci con quel gesto? Sicuramente non ce l’aveva con quella povera gente. D’altra parte il tempio era il centro religioso del Popolo d’Israele , venivano da tutti i paesi ed era logico che ci fossero degli uffici del cambio per la moneta e dei negozi per acquistare gli animali per il sacrificio. Il gesto di Gesù aveva un significato molto più vasto della liberazione del tempio dalle cose da mercato. Questo gesto è stato molto abusato e certamente non mancherà chi lo applica ai preti che si fanno pagare i sacramenti ma Gesù voleva dire di più : voleva dire addirittura che il tempio stesso e la sua funzione era finita, tutto era cambiato : il nuovo tempio è il corpo e il sacrificio non più agnelli e buoi ma la persona stessa dell’offerente, l’uomo stesso. “Non hai voluto ne sacrificio ne offerte allora ho detto :ecco io vengo per fare la tua volontà”. Il luogo della celebrazione dell’Alleanza con Dio è la nostra vita umana dove Dio ci ha raggiunti. Non si tratta di costruire un tempio di pietra per accogliere la presenza di Dio, ma di partire dalla presenza di Dio nel cuore del credente per costruire una vita che divenga tempio di Dio.

Si tratta di rispondere alla grazia e crescere spiritualmente perché la nostra vita, il nostro essere e tutta la nostra persona corrispondano al dono che Dio ci ha fatto. San Pietro ci esorta a rendere un culto che sia veramente spirituale “Stringendovi a Lui , pietra viva, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo”(1 Pt 2,4)

In questo tempo di quaresima Gesù ci rivolge l’invito pressante :”Non fate della casa di mio Padre, cioè del vostro corpo, della vostra vita, un luogo di mercato”. Facciamo entrare Gesù nel cuore, nella vita. Il mio cuore assomiglia ad una meravigliosa chiesa romanica in cui c’è un solo altare oppure ce ne sono tanti elevati a tutte le mie devozioni personali, cioè ai miei capricci, ai miei vizi ben coltivati  e alle mie passioni ben nutrite? Il mio cuore assomiglia più ad una chiesa o ai mercati generali dove è tutto un gridare di venditori che cercano di accalappiare i passanti per affibbiargli la loro merce? Nel mio cuore c’è silenzio per ascoltare Dio che  parla o assomiglia ad una discoteca in cui i decibel son talmente alti da stordire e proibire ogni ascolto.

In che modo fai della tua vita un culto di lode alla gloria di Dio? Come rispetti la tua vita umana come luogo sacro della presenza di Dio? Vieni Signore Gesù e, senza complimenti, dimmi ciò di cui mi devo liberare. Vieni e fai pulito come le nostre mamme pulivano la casa per la benedizione pasquale.

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LA VERA CURA DI BELLEZZA

II Domenica di Quaresima

(01 Marzo 2015)

Commento al Vangelo  secondo Marco (Mc 9,2-10)

Dopo la prima tappa di preparazione alla Pasqua in cui la chiesa ci ha invitato a guardare a noi stessi, e a riconoscerci tentati come Gesù nel deserto , nella seconda tappa  ci presenta l’ideale a cui guardare, la meta da raggiungere : la trasfigurazione . Ogni cristiano deve aver sempre dinanzi questa scena per sapere qual è il suo ideale. Nel catino dell’abside di tutte le chiese orientali è rappresentata la trasfigurazione, per ogni iconografo è di obbligo cimentarsi per prima cosa nel rappresentare la trasfigurazione e anche in San Pietro a Roma, nella Gloria del Bernini, dove adesso c’è la vetrata della Colomba Divina ,era prevista una grande trasfigurazione  in  bronzo dorato che non fu eseguita per mancanza di fondi . Saliamo quindi anche noi sul monte Tabor per contemplare Cristo trasfigurato , ideale a cui dobbiamo guardare.

La parola trasfigurazione tradotta dal latino richiama soltanto il cambiamento del volto ed è capitato anche a noi di vedere un volto illuminato da un bel sorriso fino a dirlo trasfigurato . Per Gesù invece  non limitiamoci al volto ma consideriamo tutta la sua persona  anche perché il testo insiste sul cambiamento anche delle vesti che brillavano di una bianchezza senza pari. Allora più che considerare  la parola dal latino “trasfigurazione”è meglio considerare quella greca”metamorfosi” che fa pensare ad una trasformazione di tutto il corpo , San Paolo infatti dirà “Il Signore Gesù che trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo simile al suo corpo glorioso”. Ecco la sorte del nostro corpo : diventare simile al  Suo . In Lui contempliamo quello che saremo , luminosi e belli come Lui.

La prospettiva è esaltante soprattutto per chi non sa rassegnarsi ad essere brutto, ad invecchiare e  a diventare cadente, ma questo sappiamo che avverrà alla fine quando risorgeremo con Lui, quando il nostro corpo materiale seminato nella terra risorgerà spirituale, ma adesso? Adesso possiamo anticipare questa cura di bellezza facendo di noi una parabola di quello che saremo nel Regno quando saranno rinnovate tutte le cose e noi con loro . La cura di bellezza cristiana, la nostra metamorfosi, avviene attraverso il Vangelo: mentre si guarda  Gesù e ci si impegna ad imitare Lui attuando il Vangelo , direbbe San Bernardo, lo Spirito Santo ci configura ad immagine di Cristo. Avviene così questo lifting  che anticipa già in terra la bellezza a cui siamo destinati. Diventare Vangelo, ecco la cura di bellezza a cui ci invita la Chiesa in questa seconda tappa del nostro cammino verso la Pasqua. Fermiamoci un momento e verifichiamo la nostra metamorfosi in atto. Qual è la dimensione della mia vita che parla di Vangelo, per capirsi, la parte più bella di me? Quella che fa dire a chi mi avvicina : è bello stare con lui, ci starei sempre.

Questo brano della  trasfigurazione  termina  “non videro altro che Gesù”. Ovviamente si riferisce al fatto che Mosè ed Elia erano spariti ma credo che dopo l’esperienza della Trasfigurazione lo sguardo degli apostoli non si staccasse più da Lui. Desideriamo che avvenga anche per noi  “non vedere altro che Gesù”  e vedere in Lui tutte le cose.

L’idea poi che Gesù possa condurre qualcuno dei suoi discepoli in un luogo in cui ritrovarsi solo con Lui, per contemplarlo, per ascoltarlo e  lasciarci  sedurre  non è il desiderio di ciascuno in questo tempo di quaresima?

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Siamo tentati

I Domenica di Quaresima

(22 Febbraio 2015)

Commento al Vangelo secondo Marco (Mc 1,12-15)

Col realismo  del Vangelo la Chiesa ci introduce nella quaresima portandoci a fare una scoperta: siamo nella tentazione. Si. Una scoperta perché non è facile riconoscere che certe scelte le facciamo perché orientati da qualcuno che la sa più lunga di noi, il demonio. L’esperienza della vita pubblica di Gesù comincia con le sue tentazioni per insegnarci  che il terreno in cui ci muoviamo è minato, c’è la presenza di uno che fa di tutto per non farsi notare. Gesù aveva ricevuto il battesimo nel Giordano e anche il demonio aveva sentito “Questo è il Figlio mio prediletto”. Il demonio non poteva tollerare Dio presente nel mondo nella persona di Gesù . Che Dio faccia Dio in cielo con i suoi angeli, al mondo ci penso io. La presenza di Cristo era come un cavallo di Troia attraverso il quale Dio  veniva per sottrarre al demonio il suo  dominio. Allora ecco che il demonio tenta Gesù sul tema che lo preoccupa di più: la sua povertà, infatti è facendosi  povero che Dio viene  nel  mondo “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce” cosa che il demonio non può fare. “Se tu fossi davvero il Figlio di Dio diresti a queste pietre di diventare pane” Il demonio non tollera Dio che ha fame, e Gesù risponde che nonostante che abbia fame Dio è mio Padre. Le altre tre tentazioni sono sulla stessa linea, anzi tutte le tentazioni sono così. “Dio vi vuole imbrogliare, non vuole che diventiate come lui per questo vi ha proibito di mangiare del frutto” disse il demonio ai progenitori. Non ebbero fiducia in Dio e fu il peccato.“Se Dio fosse con noi, non vivremmo in questa precarietà “dicevano a Mosè gli ebrei nel deserto e fu la ribellione, la mancanza di fiducia in Dio. “Se Dio fosse con te, le cose ti andrebbero meglio”è la tentazione continua. “Se Dio fosse davvero Padre, o peggio ancora se veramente esistesse, non permetterebbe che questa mamma muoia lasciando orfani i figli,  che quel marito abbandoni la moglie fedele, che un bambino soffra per una terribile malattia” Sono le tentazioni di ogni giorno. Le tentazioni sono sempre tentazioni contro la fede e Dio le permette non per metterci alla prova come si prova un  ponte caricandolo di pesanti camion carichi di sabbia per vedere se regge, ma perché possiamo confermare sempre la nostra fede in Lui. Credere in Lui anche quando le cose non vanno bene avere fiducia in Lui nonostante tutto.

Giobbe è modello di come si vince la tentazione del demonio; fu tentato privandolo di tutto per vedere se si ribellava a Dio e continuò ad aver fiducia anche finito  in un letamaio.  Gesù è il vero Giobbe che ci insegna la totale fiducia in Dio anche  morente sulla croce. Non si crede in Dio per i suoi doni ma per la sua Parola.

Il primo esercizio quaresimale è quello di individuare bene quali sono le nostre tentazioni. Non è un esercizio semplice ma interessante per fare la verità su noi stessi,c’è infatti il pericolo di considerare le tentazioni come tendenze naturali addirittura positive, tanta è l’astuzia del tentatore che ci circuisce “cercando di divorarci”. Quali le mie personali e intime tentazioni? Se le proiettassimo su uno schermo ci sarebbe da scappare dalla vergogna pensando che  cosa saremmo capaci di fare se il pudore e l’aiuto di Dio non ci  aiutassero a vincerle. Quali le tentazioni della mia famiglia? Quali le tentazioni a cui è sottoposta la società di oggi  per la quale credo che una delle tentazioni principali sia quella di rinnovare le strutture anziché rinnovare l’uomo.

Da non dimenticare che ogni tentazione , in ultima analisi, è una tentazione  contro la fede, Per questo la chiesa ci prepara alla Pasqua attraverso quaranta giorni cominciando  proprio  con l’aiutarci a far chiarezza su questo argomento perché la notte di Pasqua ,celebrando l’anniversario del nostro Battesimo,  rinnoveremo  proprio la fede dicendo ancora una volta “io credo”nonostante tutto perché “questa è la vittoria che vince il mondo : la nostra fede”.

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