Liturgia

IL GIORNO È VICINO – I Domenica di Avvento

Facciamo memoria dell'avvenire. Il mondo e la vita non si sono fermati nella ripetizione dell'identico, il nuovo è ancora in cammino verso di noi e noi verso di lui. L'Avvento ci invita a prenderne coscienza di nuovo. Ecco l'esortazione di San Paolo " E' ormai tempo di svegliarvi dal sonno". Il sonno è la parentesi dell'attività. L'avvento ci dice di aprire gli occhi e di guardare ciò che viene. Poi agiremo. E' normale che la nostra azione sia comandata, ispirata dalla nuova realtà che ci viene incontro. La prospettiva del "ritorno di Cristo" è alla sorgente della chiesa, alla radice della fede, della speranza e della carità.

Sopprimete la prospettiva del ritorno di Cristo e avremo un universo senza uscita con la magra consolazione delle ideologie illusorie che vanamente annunciano un domani migliore: l'uomo col suo sforzo non può sorpassare l'uomo, superare la morte.

L'avvenire è aperto. Al di la della fine dei tempi e della nostra morte la venuta di Cristo è quotidiana.. Ciò significa che ci è offerta continuamente la possibilità di cambiare, di uscire dalle rotaie, dalle nostre vecchie abitudini. Una delle tentazioni più grandi è quella di crederci bloccati. Questa illusione è frutto del nostro peccato, è quanto di più contrario al Vangelo, che è la Novella, cioè qualcosa di inedito. Annunciazione, Nascita. Quando Gesù al Capitolo 3 di Giovanni dice che dobbiamo nascere di nuovo certamente parla di Battesimo, di conversione di entrare nella Nuova Alleanza ma anche di questa perpetua novità che senza fine ci fa nascere, se lo vogliamo. E' la nostra creazione che continua finchè non abbiamo raggiunto la pienezza del Cristo. La fede non stabilisce, ci spiazza. Infatti ci introduce in un movimento che non è altro che quello della Pasqua. Dio è apertura. ' breccia nel muro che ci chiude e ci imprigiona.

Il Figlio dell’uomo verrà. Non è un invito ad agitarsi ma a mettersi in movimento fidandoci di ciò che viene perché è Dio che viene a noi. E’ in un secondo tempo che lo seguiremo dove ci conduce. Non ci muoviamo da soli costruendo il nostro futuro realizzando la nostra vita con questo movimento. Da questo la consegna evangelica di “vegliare”. Non sappiamo ne il giorno ne l’ora perché può essere ciascun istante il giorno e l’ora. Gioiosa speranza e costante disponibilità. Tutto ciò che avviene si compirà in piena libertà. La libertà dei figli di Dio che non sono legati a niente e sempre disponibili ad una felice novità perché la novità è la Buona Novella: noi crediamo che Dio è amore.

Il giudizio. Il Vangelo ci annuncia una scelta. L’immagine del tempo di Noè è l’immagine di un universo statico: “si mangiava, si beveva…”. Si ha l’impressione di una ripetizione identica di azioni. Una strada che gira su se stessa. Al contrario Noè entra nell’Arca : lui è l’uomo del movimento. La parabola delle vergini che attendono lo sposo ha lo stesso senso: alcune son pronte a partire e altre bloccate. Ma possiamo prolungare l’interpretazione: Quando arriva il nuovo ( e il nuovo è il Cristo che prende forma in noi, facendoci uomini nuovi), opera una scelta. In affetti il nuovo uccide qualcosa in noi, fa sparire in noi ciò che andava nel senso della morte e fa nascere ciò che va verso la vita.

Vieni Signore Gesù. E’ la preghiera fondamentale del cristiano che l’avvento rimette sulle nostre labbra. Cristo è novità, Cristo è libertà, Cristo è la vita. Con coraggio facciamogli spazio con la sicurezza che riempirà il nostro vuoto. Il vuoto di una vita che non si rinnova ma che accatasta il vecchio che ha odore di morte.

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FESTA DI CRISTO RE – XXXIV Dom. del T.O.

Siamo arrivati alla fine dell'anno santo della Misericordia ed è naturale dare un'occhiata agli avvenimenti che lo hanno caratterizzato. Più che della Misericordia sembra essere stato l'anno della guerra e della paura. Della guerra , il Papa l'ha definita la terza guerra mondiale, gli attentati si sono moltiplicati, la chiesa ha pagato il suo tributo di martiri, migliaia di persone sono morte nel mare alla ricerca di una patria migliore e anche se c'è stata una vera gara di carità nell'accoglienza non son mancati e non mancano quelli che alzano muri o votano partiti politici che esprimono chiusura e rifiuto di accesso ai fratelli emigrati. Nonostante le parole e i segni profetici del Papa, non si è mai tanto parlato dei poveri , i poveri sono più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

Di questo tragico mondo Gesù si presenta Re e ci ricorda che anche noi siamo re e non possiamo mai dispensarci da un atteggiamento regale. Milioni di volte al giorno sale dalla terra al cielo la preghiera "Venga il tuo Regno" e siamo certi che questo regno verrà quando l Re tornerà e dividerà il buon grano dalla zizzania, i buoni dai cattivi. Chiediamoci due cose: Cristo come esercita oggi la sua regalità su un mondo che lo esclude e lo ignora e noi cosa possiamo fare per esercitare la nostra regalità di cui siamo stati onorati col Battesimo? Gesù è Re perchè a sua immagine sono state create tutte le cose e tutte in Lui sussistono, perché delle cose non è soltanto il creatore ma anche il Redentore. Gesù regna anche sul mondo malato dal peccato perché ne è il Redentore, è il cuore misericordioso del Padre che vede tutto attraverso la sua Croce , e Gesù sta davanti al Padre ad intercedere sempre per noi. Nonostante il nostro rifiuto Dio ci ama di un amore misericordioso che è più grande e potente del nostro peccato. Nel mondo c'è il male ma non vincerà il bene che è più grande del male che verrà vinto dal bene perché Dio non rifiuta i cattivi ma ne vuole e aspetta la loro redenzione. Su questo mondo di guerra regna la Croce di Cristo: "Stat Crux dum volvitor orbis". Sul mondo che gira sta ferma la Croce, dicono i certosini. Qual'è il nostro ruolo . Pensando che finchè non tornerà il Signore ci saranno sempre guerre divisioni e lotte viene la tentazione di starcene calmi in attesa che torni Lui a mettere a posto le cose. La tentazione di "Chi me lo fa fare" è immediata. Invece Lui ci ha ordinato di annunciare il Vangelo, di costruire parabole evangeliche che possano suscitare la nostalgia del Regno, anticipando quella che sarà la conclusione della storia. Come Gesù diceva"Il Regno di Dio è simile a......." Così anche noi dobbiamo poter dire " Il Regno di Dio è simile alla mia famiglia, alla mia parrocchia, alla mia diocesi, al mio uffico ecc.". Questo impegno dei cristiani deve essere accompagnato dalla preghiera "Venga il tuo regno". Questa preghiera sarà ascoltata soltanto se sarà accompagnata dalla nostra operosità evangelica. Nel mondo c'è tanto male ma ci sono anche tante parabole evangeliche che suscitano la nostalgia del Regno di Dio e stimolano al bene. Celebrare la Festa di Cristo Re vuol dire riscoprire la nostra dignità regale e sentirsi di nuovo arruolati nella costruzione del Regno che ha nel Vangelo il suo piano di azione. Si chiude l'anno Santo della Misericordia il cui risultato non si conta né col numero dei pellegrini che hanno raggiunto Roma ne da quello dei pellegrini che hanno passato le varie porte Sante aperte in tutta la chiesa ma dal cuore dei fedeli che è diventato più misericordioso lasciando passare il fiume delle opere di misericordia. Quella del Papa è stata una scelta di alto valore religioso e politico: in un tempo in cui si fanno guerre in nome di Dio la Chiesa Cattolica ha proclamato che il nome di Dio è Misericordia.

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LA VOSTRA LIBERAZIONE È VICINA – XXXIII Dom. del T.O.

Gesù ci offre due profezie, cioè il senso profondo degli avvenimenti che vivranno gli uomini fino alla fine. Questo si chiama "Apocalisse" cioè: rivelazione. Gesù fa la descrizione degli avvenimenti che si effettuano tutti i giorni. Fa anche una predizione che non è tra le più rosee: le divisioni tra gli uomini e i conflitti dell'uomo con la natura continueranno (terremoto, epidemie, fame....) anzi, si aggraveranno. La profezia di Gesù è nella tradizione delle Apocalisse bibliche che potremmo tradurre così: gli uomini vogliono costruire il loro mondo ignorando Dio quindi sulla mutua violenza e imponendo i loro rapporti con l'universo intero. E' tutta la natura che ne è coinvolta.

Al progetto della creazione di Dio corrisponde il progetto della distruzione. Al capitolo di Luca che ascoltiamo oggi ( 21) siamo alla vigilia della Passione e morte per mano degli uomini. La meraviglia sarà che attraverso di essa arriverà la salvezza, il testo infatti conclude "Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina" (Lc 21,28) La violenza e la dolcezza. L'errore sarebbe di credere che è Dio che distrugge il mondo che ha creato. Dio è il creatore della vita, mai distruttore. Dobbiamo resistere a delle fantasmagorie dell'immaginario che ci farebbero credere ad avvenimenti miracolosi. No. Il mondo si autodistrugge perché il peccato va per natura sua contro l'atto creatore. Il mondo è negato nello stesso momento in cui neghiamo Dio.. Per questo motivo le "apocalissi" rievocano il ritorno al caos originale "le potenze dei cieli saranno sconvolte". Dinanzi alla violenza del mondo ecco le immagini della dolcezza di Dio "io vi ispirerò un linguaggio e una sapienza", anche la violenza sarà disarmata" "nemmeno un capello del vostro capo perirà", "salverete le vostre anime". Malgrado l'apparenza questi testi invitano alla speranza in mezzo alle catastrofi che dobbiamo attraversare. Dio ci dice che non ignora il male che fa l'uomo, ma che lo prende in carico e lo fa concorrere al suo disegno. Che fare? In questi testi tutto ha un'aria passiva. Dio lascia che il male si scateni sul mondo; i discepoli di Cristo, malmenati dagli uomini sono talmente assistiti da Dio da non dover neppure preparare una difesa. Questa passività però non è che apparente. Dio, avendoci affidato la creazione e creando attraverso di noi non imbroglia la nostra libertà, ma non ci lascia mai arrivare al punto in cui assassiniamo completamente questa nostra libertà. Potremmo dire che utilizza il nostro male e la nostra morte per fare la nostra vita. Quanto a noi abbiamo la nostra parte da giocare: non seguendo chi o qualcosa " molti verranno sotto il mio nome, non seguiteli" ma avere la sicurezza che viene dal confidare nell'amore di Dio per noi. "Vegliate e pregate", il effetti attraverso la contemplazione costante del disegno di Dio possiamo resistere al decadimento del mondo. Anche noi dobbiamo essere profeti, cioè guardare più lontano degli avvenimenti immediati. Nell'immediato c'è il deserto, ma all'orizzonte c'è la terra promessa, i cieli nuovi e la terra nuova. La seconda lettura ci dice cosa dobbiamo fare nell'attesa del ritorno di Cristo.

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IL DIO DEI VIVENTI – XXXII Dom. del T.O.

La liturgia della Parola di questa domenica ci mette davanti dei testi difficili. Ci mette dinanzi il fatto della Resurrezione, uno dei punti più impegnativi della nostra fede. Nella prima lettura siamo dinanzi a questi fratelli che accettano la distruzione del loro corpo perché credono nella resurrezione.(1 lettura). La seconda è la prospettiva di essere come gli angeli del cielo, privati di quelle relazioni che fanno la gioia della vita. (2 lettura). Si ha l'impressione che la vita eterna non salvi la nostra vita attuale ma gli succeda, completamente estranea a ciò che siamo e viviamo. Cominciamo con questa seconda difficoltà.

Il mondo della resurrezione. E' impossibile rappresentare la "vita eterna". Per noi è un'affermazione della fede non una descrizione. La scrittura ci propone delle immagini di gioia: banchetti, nozze ecc... ma non sono che immagini che non vogliono dire che una cosa: felicità. Ma ci sono molti modi di concepire la felicità. La prima sarebbe quella portata da Cristo, veramente disastrosa, se non avesse niente a che vedere con la nostra "un altro mondo". La vita attuale non sarebbe che una specie di esame di passaggio, una prova. Una volta superata la prova lo studente passa alle classi superiori dimenticando il passato, distruggendo i sudati quaderni per affrontare la professione. In questa prospettiva la vita attuale perde ogni valore e ogni consistenza, non è più "salvata". Ciò che sarebbe salvato sarebbe l'uomo nudo e crudo senza la sua storia. Credo invece che quello che è salvato è tutto l'uomo con la sua storia. E' il tempo, il nostro tempo. Tutto ciò che è esistito è vivente davanti a Dio, per Lui è attuale. E' dunque questo mondo che è salvato(non c'è che un mondo diverso dal nostro) anche se diventa un altro, trasfigurato. Niente di ciò che siamo e facciamo è perduto. O meglio tutto ciò che porta anche la minima quantità di amore resterà perché soltanto l'amore resta. "Non si sposeranno". E' impensabile che "essi non si sposeranno"possa essere una privazione perché tutto ciò che noi viviamo è salvato e trasfigurato. Al di la della morte ciò che la coppia umana ha cercato di realizzare attraverso la relazione sessuale si compie nel senso che viene superata e compiuta ogni distanza tra i due e che l'amore cercava di colmare. I due son diventeranno davvero una cosa sola perché l'amore viene realizzato nella sua pienezza. Senza dubbio il piacere è un'anticipazione attuale di questo compimento come la castità lo è alla maniera di profezia. La relazione uomo e donna non è compromessa ma completata. Era la ragione che portavo continuamente a mia sorella rimasta vedova che, desiderando rivedere suo marito chiedeva al fratello prete se in paradiso la avrebbe incontrato e sarebbe potuta stare per sempre con lui. San Giovanni Crisostomo ritiene che il matrimonio continua oltre la morte perché"l'amore è più forte della morte". Il Dio dei viventi. Lasciamoci confortare da Cristo Gesù (2 lettura). La seconda lettura è tutta tesa verso l'avvenire (le parole: gioiosa speranza,, consolazione eterna; con tutti i verbi al futuro e infine " Che il Signore vi confermi e vi custodisca dal maligno). Andiamo verso la vita, e ciò non è facile a credere. Perché andiamo verso Dio e Dio non è altro che la vita. La vita che fa vivere. Questa vita non è la negazione di ciò che viviamo ora ma il compimento.

      https://youtu.be/-yU9sx59xeQ

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ITINERARIO DI UNA CONVERSIONE – XXXI Dom del T.O.

Siamo tutti Zaccheo in potenza. Nel calore della città di Gerico un uomo è nascosto, come imboscato . Lo conosciamo bene e la sua personalità ci è familiare: è Zaccheo. Abbiamo subito una naturale simpatia per questo piccolo uomo che ci rassomiglia tutti. Non si sa se sia contento della sua professione, certamente desidera dare un senso alla sua vita. Sappiamo che Zaccheo è un ladro ma ha sete, una sete che neppure lui riesce ad identificare. La ricchezza non basta a riempirgli il cuore, anzi lo ingombra . Con le sue ricchezze potrebbe far del bene ma non ci pensa neppure. Aspira a qualcosa di più grande e di meglio ma si sente bloccato da ciò che già è. Chi gli aprirà lo sguardo.? Chi oserà amarlo? Chi lo farà uscire dal suo isolamento e dalla sua piccolezza? Zaccheo da solo non ne è capace.

La città di Gerico si agita: Gesù è nella città. Anche Zaccheo conosce il suo nome ed è incuriosito, vuol vederlo. Dio può servirsi di tutto per il nostro bene e il nostro esattore d'imposte "vuol vedere Gesù". Zaccheo fa parte dei cercatori di Dio. Questa tappa è fondamentale perché comincia il suo cammino di conversione. Spesso è la prima pietra difficile da porre. "Vedere Gesù " è il desiderio profondo che pervade tutte le età e anche oggi batte alla porta del nostro cuore. Vedere Gesù con gli occhi.... Contemplarlo faccia a faccia, scoprire l'amore con cui ci ama. Ricevere da Lui l'essere e il perché della vita. Il desiderio nascente di Zaccheo è contrariato dalla folla ma Zaccheo persevera e sale su un sicomoro pur di vedere Gesù. L'esempio di Zaccheo parla allo scoraggiamento dopo i primi passi di ricerca di Gesù. Zaccheo vuole questo incontro con tutta la sua persona e contribuisce validamente a che questo incontro avvenga. "Zaccheo , scendi subito". Zaccheo era salito per essere invitato da Gesù a scendere. Zaccheo è venuto per vedere Gesù ma non si aspetta di essere visto da Lui. Forse nel suo cuore ha avuto anche l'impressione di non essere degno di questo famoso rabbì di Nazareth. Una delle cose che ci allontana da Dio è sicuramente la non accettazione della propria vita. Tutto traballa nella vita di Zaccheo. Colui che era venuto a vedere Gesù è guardato da Gesù. Non è più Zaccheo che guarda Gesù ma Gesù che guarda Zaccheo che si lascia guardare e amare da Cristo. Oggi stesso la salvezza entra nella sua casa. Leggendo il vangelo si ha la sensazione che Zaccheo aspettasse quel momento da tutta l'eternità ma si stupisce della grazia che Gesù viene a portargli. Incontrare Gesù è sempre convertirsi. Lo sguardo amante di Gesù cambia il cuore di Zaccheo che lo riceve con gioia. Gesù coglie il momento di debolezza di Zaccheo per offrirgli un bene a cui tutti devono aver parte. Gesù non è duro con Zaccheo ma lo converte con la forza dell'amore e della benevolenza. Gesù alza la sua tenda tra i peccatori e trova la sua delizia nell'abitare tra i figli degli uomini perché il suo cuore è pieno di misericordia. Gesù bussa alla porta del cuore di Zaccheo onorandolo con la sua presenza e l'anima dell'esattore delle imposte si apre alla grazia preveniente del Signore. Gesù ha senz'altro percepito la critica dei vicini che si erano scandalizzati per la venuta di Gesù da uno che non meritava niente. Ma Lui è un dono, un vero dono del cielo. Zaccheo va avanti , confessa il suo peccato impegnandosi a riparare rendendo quattro volte di più. Questo fatto ci insegna che la riconciliazione chiede anche la riparazione dei peccati commessi. Il primo frutto della conversione di Zaccheo è che assume i peccati passati e li ripara. Ma c'è anche un altro frutto della conversione : si disfà volontariamente di gran parte dei suoi beni manifestando così una nuova libertà. Zaccheo non sarà più un uomo asservito dalla potenza del denaro che lo ha reso così debole nell'amore. Oggi è creatura nuova a cui Gesù annuncia la gioia della salvezza giunta fino a lui. Che la gioia di Zaccheo sia anche la nostra perché alla sua scuola sappiamo che nulla è lontano da Dio.

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NON SONO COME GLI ALTRI UOMINI – XXX Domenica del T.O.

Più volte ho notato questa tentazione fondamentale, frutto del bisogno di rassicurare noi stessi. Può prendere diverse forme ma consiste sempre nel mettere la nostra fiducia in una ricchezza che ci distingue dagli altri: più denaro degli altri, più bellezza, più abilità, ma anche più meriti, più religione, più fede. Più che una semplice questione di vanità; è un errore sul senso della vita e sulla nostra vera sicurezza. Se la fede cristiana ci invita a prendere coscienza dei nostri peccati non è per deprimerci ma per condurci ad orientare la nostra fiducia: convinti che siamo dei peccatori non possiamo appoggiarci sulla nostra "giustizia", siamo obbligati ad aver fiducia nell'amore di Dio per noi che ci giustifica. "Chi si umilia sarà innalzato". Questa formula è da leggere così: sono io che mi abbasso, cioè che riconosco la mia povertà: questo posso farlo. Ma io non posso innalzarmi: non posso aggiungere un centimetro alla mia statura: ma posso essere elevato: è Dio che può farlo.

“Come gli altri uomini”. Il fariseo della parabola rompe la solidarietà con gli altri uomini e si mette da parte.. Facendo questo va contro il lavoro di Cristo che è venuto per riunire gli uomini. E’ il percorso inverso da quello di Cristo che si è fatto in tutto simile agli uomini. Questa evasione dalla comune condizione umana rassomiglia molto al peccato fondamentale: “Voi sarete come Dio”. In Gesù Dio si è fatto al contrario “come l’uomo” e va fino i fondo alla condizione umana. E’ là nel più profondo della nostra povertà che siamo raggiunti da Dio (la croce). Il fariseo non ci si trova: è andato lontano in un universo in cui, crede, non ha bisogno di essere assunto da Dio. Ha la sua propria giustizia , quella che gli viene dalle “opere”, non ha la giustizia che viene da Dio.

Il fariseo e il pubblicano. Gesù avrebbe potuto raccontare una parabola mettendo semplicemente in scena “un uomo che si credeva giusto” e “un uomo che si credeva peccatore” perché ha voluto aggiungere “fariseo” e “pubblicano”? Perché si tratta di personaggi tipo, rappresentativi di ciò che c’era di meglio in Israele(i farisei) e ciò che c’era di più discutibile (i pubblicani). Il fariseo pratica le virtù corrispondenti al suo personaggio e il pubblicano i peccati corrispondenti al suo: Gesù non ci dice che mentono nella preghiera. Questo aspetto sociale dei due personaggi è capitale:abbiamo la tendenza a considerare la nostra vita cristiana come un affare privato (essere giusto o peccatore non riguarda che me). La vita cristiana si gioca nelle relazioni tra di noi: e queste relazioni si esprimono attraverso le situazioni in cui mettiamo (o lasciamo) la gente. Il fariseo non può essere giusto perché accetta che il pubblicano sia e resti un ultimo, un emarginato. Essere di Cristo significa far crescere gli altri ed è a sua volta, nostro malgrado, che cresciamo anche noi.

La “morale cristiana”. Quanto abbiamo detto ci fa riflettere sulla morale e lo statuto della morale nel cristianesimo. Essa non è ricerca della nostra propria giustizia. Sarebbe il culto di se stesso; è volontà e scelta di creare avendo sempre davanti a se “quelli che furono e sono gli atteggiamenti e i sentimenti di Cristo Gesù. In una parola “il devoto” nel senso peggiorativo del termine è colui che cerca di essere un santo; mentre “santi si diventa per sbaglio, diceva Magdelaine Delbrel, il santo è colui che cerca Dio. E cercare Dio passa attraverso la ricerca degli altri.

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L’IMPORTANZA DELLA PREGHIERA – XXIX Dom del T.O.

La liturgia di oggi si apre con lo spettacolo di Mosè sul monte con le mani alzate che prega mentre il suo popolo combatte contro il nemico. Il testo precisa che mentre pregava i suoi vincevano, quando cessava di pregare perdevano. Le mani alzate di Mosè non significano l'intervento automatico di Dio tutte le volte che si prega ma che ogni volta che avviene qualcosa di positivo, ogni volta che l'uomo manifesta la sua forza, la sua intelligenza, Dio è presente perché è creatore di tutto ciò che siamo e abbiamo.. Non dobbiamo mai abbassare le braccia perché non dobbiamo mai perdere la fiducia o stancarci nella fede: sarebbe un interrompere la relazione con Dio, la relazione con chi ci da la vita. Essere in relazione con Dio vuol dire essere nell'alleanza con Lui, essere "nel possesso" di Dio.

Perché pregare? Perché ricordate a Dio le nostre cose? Per gridare la nostra impotenza. Lo Spirito Santo si chiama anche "padre dei poveri". L'indigenza della creatura è la nostra preghiera. Tutti i miracoli operati dal Maestro lo testimoniano: il grido del cieco di Gerico, dei lebbrosi della Galilea, di Giairo, di Marta e di Maria e di tanti altri. Nella tradizione orientale questa preghiera si chiama Esicasmo "Signore Gesù abbi pietà di me peccatore". Questo grido diviene preghiera perché ci affidiamo ad un altro: ecco la povertà della creatura davanti alla ricchezza del Creatore. Pregare è confidare radicalmente in colui che può tutto. E mentre la preghiera è la potenza dell'uomo è davvero la debolezza di Dio. Giorgio la Pira diceva che la Preghiera è quel canale che unisce la nostra pochezza all'onnipotenza di Dio. Ecco la ragione perché con la preghiera si fanno grandi cose con mezzi insignificanti. Per questo l'atteggiamento dell'uomo deve essere quello dell'abbandono nelle mani di Dio come esprime Charles de Foucauld nella sua preghiera " Padre mio, io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace. Metto la mia anima nelle tue mani, te la dono con tutto l'amore del mio cuore, perché tu sei mio Padre" La preghiera è intercedere per coloro che hanno bisogno. La solidarietà umana che ci lega gli uni agli altri fa si che siamo più o meno in carico gli uni agli altri nell'ordine della preghiera. Possono esserci di esempio gli amici del paralitico di Cafarnao che calarono il malato con delle funi davanti a Gesù. Il Signore fa ancora i miracoli se glieli chiediamo con fede e con insistenza. Una fede e una insistenza che la Bibbia non esita a chiamare lotta con Dio. Lottò Mosè per ottenere da Dio il perdono per suo popolo dopo il peccato del vitello d'oro. Giacobbe lottò tutta la notte con l'angelo finche gli disse "Lasciami andare" e Giacobbe riprese "Non ti lascerò finche non mi avrai benedetto". "Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto" (Gen 32, 28-30). Il vigore dell'intercessione che anche oggi sale a Dio non temo di identificarlo con una autentica lotta con Dio. Pregare è lottare con Dio. Superare le barriere dell'indifferenza umana e del secolarismo che non ha più fiducia nella preghiera e a nome dell'umanità infedele chiedere a Dio di intervenire nei casi particolari in cui riteniamo che debba compiersi la sua volontà. Compito principale della Chiesa è pregare, insegnare a pregare e intercedere per l'umanità. Dopo cinquanta sei anni di vita sacerdotale posso affermare di aver visto Dio all'opera con dei miracoli strappati alla Sua Onnipotenza dall'umile preghiera di tanti fedeli, di persone ritenute inutili alla vita civile e ai margini anche della visibilità della Chiesa. Capisco perchè Papa Francesco chieda sempre e a tutti di pregare per Lui: grande è la consapevolezza della sua pochezza e la sua fede nella grandezza della potenza di Dio che "innalza gli umili e ha ricolmato di beni gli affamati".

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LA TUA FEDE TI HA SALVATO – XXVIII Dom del T.O.

Questa parola di Gesù al samaritano guarito suona molto strana. Non era stato Gesù a guarirlo? Eppure è una parola che Gesù ripete spesso: al cieco sulla strada di Gerico, alla donna che gli tocca il mantello, a Giairo a cui muore la figlia,; così agli apostoli molto spesso “credete in Dio e credete anche in me”; a Tommaso “non essere più incredulo ma credente”. Per Gesù la fede in lui è al cuore della buona novella che propone ai suoi discepoli. Sicuramente il primo comandamento è l’amore ma nel Nuovo Testamento l’amore e la fede son sempre inseparabili. Credere vuol dire aver fiducia in Gesù Cristo.

La fede è un mistero. E' un dono di Dio che nessuno può ne vedere ne misurare. Non si può fare ne una statistica ne un'inchiesta su quanti credono in Dio. Poi c'è il problema della vera fede. Racconta il teologo Von Balthasar che un suo collega aveva il problema della fede della povera gente che era propenso a ritenere superstizione. Un giorno interrogò un boscaiolo "Tu credi?, "certamente" , rispose e "che cosa credi?" Silenzio . Dopo un po' rispose "a quello che crede la chiesa"va bene "E la chiesa in che cosa crede , la risposta fu pronta "In quello che credo io". Proprio così. La fede è un dono che Dio da ai suoi fedeli . Nella quarta preghiera eucaristica pregando per i defunti la chiesa ci fa dire "Per coloro che tu solo hai conosciuto la fede". Solo Dio da la fede e conosce la fede. Cos'è la fede che salva? E' la fede che diventa fiducia, che dura, che cresce, che si approfondisce di anno in anno e che rimane presente nella nostra vita attraverso tutte le vicissitudini, la fede che risponde con modestia e confidenza alla fedeltà di Cristo. E ciascuno deve porsi chiaramente e con sincerità la questione: credere per me è veramente principale, importante? La risposta è facile. E' evidente che molti cristiani sono interessati alla loro famiglia, ai loro affari, al loro lavoro molto più che a Dio. Certamente alcune preoccupazioni non possono essere ignorate ma dobbiamo anche riflettere ed essere lucidi sulla propria vita davanti a Dio. Ma allora come fare? Ripetersi che credere in Gesù Cristo, alla Buona Novella che ha portato, vivere della fede che salva è rispondere all'iniziativa di Cristo che ci chiama ad essere suoi discepoli, suoi amici, Una iniziative che spesso non ci da una gran luce sulla meta a cui vuol condurci, ma , secondo la parola di Gesù, è fare la verità, far passare la fede nella notra vita, nei nostri giorni. Perché la verità è sempre Gesù stesso. Lo ha detto "Io sono la Verità" Non dimentichiamo che la vita cristiana è essenzialmente dialogo con Gesù che ci chiama continuamente a seguirlo in tutte le cose che facciamo. E' credere con fedeltà, con confidenza, credere con amore e speranza. E la speranza è dono dello Spirito Santo che dobbiamo incessantemente invocare. La fede non risolve tutti problemi ma da la luce per affrontarli . Dinanzi a a Colui che si dice Amore, Verità, Luce e Pace, siamo invitati a dargli fiducia "Mio Signore e mio Dio". In alcuni casi la fede può essere spontanea, semplice e luminosa, per altri può essere vissuta nella notte. Non c'è da preoccuparsi anche per Gesù fu così nell'angoscia dell'agonia dopo la luce della Trasfigurazione. E nessun discepolo è più grande del maestro. Il Maestro è davanti e sappiamo da dove dobbiamo passare. Sappiamo che a noi, come i primi discepoli, Gesù dice" Perché avete paura, uomini di poca fede?" e noi possiamo rispondere "Io credo Signore, ma aumenta la mia fede".

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LA VERA FEDE – XXVII Dom. del T.O.

La lotta con l'angelo. Noi cristiani non abbiamo l'abitudine di rivolgerci a Dio come lo descrive la prima lettura: lottare con Dio. Crediamo che Dio non governa il mondo a colpi di miracoli ma che non è neppure completamente indifferente dinanzi a ciò che avviene quaggiù per cui lentamente diventiamo atei. L'uomo della bibbia non si rassegna alla sofferenza e al silenzio di Dio per cui la sua preghiera spesso diventa protesta, litigio, braccio di ferro con Dio.

Giacobbe lotta con l'angelo fino al mattino e dopo questa lotta cambia nome, diviene Israele, cioè "forte contro Dio". Nella prima lettura la risposta al profeta Abacuc è rinviata "se indugia , attendila" ma sicuramente la risposta ci sarà. Tutti coloro che attendono non hanno che da mettere sotto i denti il libro. Perché il giusto "vive di fede".

Ci sono due forme di fede. La fede che crede che Dio ristabilisce la situazione, elimina la violenza, restituisce la salute, porta la pace "come la da il mondo". E' una fede rispettabile , in fondo come quella di Israele che attende il Messia che viene "a restaurare tutto". Una fede con cui si comincia e che ispira tutte le nostre preghiere di domanda. La bibbia la prende in conto, presta le parole e le espressioni ma questa fede sarà sorpassata e attraversata dalla fede pasquale per la quale noi crediamo che Dio non manda "legioni di angeli" ad impedire di fare il male o a difenderci dai disastri naturali che ogni tanto affliggono l'umanità. Noi crediamo che Dio dona il suo Spirito che ci rende capaci di far servire tutto a realizzare la sua immagine: la morte come la vita, la ricchezza come la povertà, la salute come la malattia. Niente può veramente nuocerci (Lc 10,19), niente può separarci dall'amore(Rom 8,35-39). Non immaginiamoci di poter raggiungere con una semplice convinzione la fede pasquale; ogni volta che le cose non vanno come vorremmo cominciamo sempre con la prima forma di fede, con la protesta, l'implorazione e di la effettuiamo il passaggio nella fede pasquale. Perché la fede e la preghiera che l'esprime sono esse stese Pasqua, passaggio.

Gesù nel primo versetto del vangelo di oggi sembra smentire ciò che abbiamo detto della fede pasquale e rimasto alla prima forma di fede "sii sradicato e piantato nel mare". Gesù potrebbe farsi mandare una legione e trasportare il gelso nel mare ma non lo fa perché la fede non ha come progetto di impedire alle cose di fare il loro corso: sarebbe impedire l'opera pasquale, l'opera della nostra salvezza di riprodursi. La parola di Cristo dell'albero sradicato ci dice che con la fede si può realizzare l'impossibile come sottomettere la natura stessa alla libertà dell'uomo. Ora il vero impossibile è fare la vita con la stessa morte. E' per questo che Paolo presenta Abramo , tipo del credente, come l'uomo che ha creduto in Dio, in colui che con la morte fa nascere la vita (Rom 4,17). Il nostro problema è che noi tutti i giorni facciamo l'esperienza della morte ed è soltanto per la fede che crediamo che là nasce la vita. Noi aspettiamo la totale padronanza dell'uomo sulla natura in ciò che essa ha di mortale per noi. Verrà il settimo giorno, quello del riposo di Dio e del mondo. Nell'attesa di tutto questo abbiamo la Scrittura che ci sostiene e facciamo come Gesù: camminiamo verso la nostra Pasqua senza chiedere agli alberi di trapiantarsi nel mare. Ovviamente senza dimenticare che nella Scrittura albero significa sempre la Croce, albero della vita, e il mare sempre la morte. Cristo pianterà questo albero nelle nostre acque mortali.

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LAZZARO E L’EPULONE – XXVI Dom. del T.O.

La parabola del ricco epulone è servita a varie cause. A consolare i poveri promettendo il benessere nell’aldilà. Solo Gesù che ha sposato la cause dei poveri diventando povero come loro poteva usare un tale linguaggio. E’ stata anche considerata l’oppio del popolo: con questa storia i poveri resteranno sempre poveri e i ricchi sempre più ricchi (Marx)

Da precisare che la Scrittura non si è mai indirizzata ai poveri per dire loro di rassegnarsi ma soltanto per dire loro che sono amati da Dio. Apre una speranza ed esorta tutti gli uomini a condividere questo amore di Dio per i poveri. Questo amore deve condurci a ristabilire la giustizia. Per questo la parabola è detta per convertire i ricchi che si trovano nella condizione di Epulone. I Testi mettono sotto accusa il cattivo ordine stabilito, sia quello presentato nella prima lettura sia quello del Vangelo e annunciano la rivincita della giustizia di Dio. Dobbiamo prendere questo sul serio: questo annuncio invece di essere oppio del popolo serve a far uscire i ricchi dalla loro illusione di bontà. La porta e il grande abisso hanno la stessa funzione: rappresentare un limite invalicabile. In fondo l'abisso che separa per l'eternità il ricco da Dio è lo stesso della porta che il ricco aveva posto tra lui e Lazzaro. Dio, sotto la figura di Abramo, è dalla parte della porta in cui si trova Lazzaro. Cioè Dio è escluso dalla vita del ricco, giace fuori ed è ridotto a livello degli animali. La porta, la separazione è di una grande portata: Dio è colui che riunisce , che supera la divisione per fare unità tra tutti i separati. La porta è una immagine della separazione, dell'esclusione naturale: rappresenta l'inverso dell'opera di Dio. In fin dei conti è la ricchezza del ricco la vera porta di separazione, è lui che dovrebbe superarla per fare unità. Ma "è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago". Il grande abisso insuperabile in rapporto al seno di Abramo è l'immagine dell'origine divina dell'uomo e della terra in cui l'uomo è andato dopo il peccato. Questa separazione la traversa il povero e questo fa pensare alla Pasqua del Signore. Il testo infatti termina col tema della Resurrezione dei morti. Ciò che è impossibile all'uomo è possibile a Dio. Non disperiamo quindi del ricco. Potrà anche lui ascoltare Mosè e i profeti e superare la porta della sua ricchezza che lo separa dal povero per andare, come ha fatto il Cristo a ritrovare il povero. E' da subito che siamo invitati a superare le nostre separazioni ed essere ammessi alla gioia del Regno.

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