Liturgia

Voce che grida – III Domenica di Avvento

Anche questa domenica ci conduce Giovanni Battesta, l’ amico dell’Avvento. Chi è quest’uomo? Si vede in Lui la ricapitolazione di tutto l’antico testamento: l’attesa, la preparazione e la designazione di Cristo. Ma anche noi siamo nella stessa situazione perchè anche se Cristo è già venuto è Colui che viene e che verrà, Colui che ancora non è del tutto presente. La sua presenza è indiscutibile ma è sempre uno che è in movimento e che ci attira verso il luogo in cui è. Ciò che noi abbiamo sotto gli occhi e tra le mani è la Chiesa, la chiesa che ci indica il Cristo come Giovanni lo indicava ai suoi discepoli. Come per Giovanni anche per la chiesa si pone la questione di identità: “Chi sei tu? “, “Chiesa chi sei?”.

“Io non sono il Cristo”. Giovanni rifiuta di essere un personaggio del passato, non sono Elia. Ma insiste soprattutto perchè non lo si confonda col Cristo, l’uomo che deve venire. Non vuole essere che una voce.  Sparisce dietro a colui che designa e a cui ha fatto strada. Qui c’è una grande somiglianza con la chiesa. La chiesa non è il Cristo, non è il suo Regno. Durante i secoli indica Cristo agli uomini e insegna loro la strada per raggiungerlo. “Era venuto come testimone , per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di Lui”. Mettiamo tutto questo al femminile e diciamolo per la chiesa. Non si crede nella chiesa ma “per la chiesa”. La chiesa è il corpo di Cristo, è vero, ma la sposa non è lo sposo (e reciprocamente) anche se è carne della sua carne. In breve: la Chiesa con i suoi uomini e le sue strutture non può pretendere l’autorità di Cristo stesso. Un solo padre: Dio; una sola guida: Il Cristo. Ciò non toglie niente alla chiesa: “Tutti credono per mezzo di lei”.

La Buona Novella. La liturgia di questa domenica è centrata sulla gioia: Il Vangelo ci dice che Giovanni è venuto a rendere testimonianza alla luce, luce che permette agli uomini di camminare “finchè è giorno”.  Questa è la sostanza del messaggio cristiano. Isaia non è incaricato di chiedere qualcosa agli uomini,  un certo comportamento, ma viene ad annunciare la libertà, la liberazione, la buona novella, la guarigione. Certamente Giovanni viene a predicare una conversione ma una conversione alla luce alla gioia. Dio apre un cammino nelle esistenze bloccate, la conversione consiste nel superare la nostra paura a credere nel nostro cambiamento, nel mettersi di nuovo in cammino. Il volto del cristianesimo ha bisogno di ritrovare questo irraggiamento. Il frutto della fede è la gioia.

“Non spengete lo Spirito”. Paolo nella seconda lettura passa subito dalla gioia al rendimento di grazie. Perché? Perché il credente, uomo libero e liberato va nel mondo testimoniando il valore di ogni cosa, scegliendo e desiderando tutto quello che va nel senso della gioia della Buona Novella. Non spengete lo Spirito vuol dire : non preoccupatevi della novità, della nascita di comportamenti inediti. Sa che lo Spirito conduce per nuove vie come al tempo dell’esodo verso la Terra promessa.

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DIO VIENE – II Domenica di Avvento

Da dove viene Dio? Il profeta Isaia ci parla del ritorno del popolo d’Israele dall’esilio e parla del deserto perché il deserto è simbolo di una situazione tragica della vita umana, la solitudine fondamentale di tutto l’essere; la mancanza di tutto, il luogo della sete, la difficoltà a trovare un senso alla vita, un luogo senza strade e anche la distanza che separa dalla meta, la separazione tra la schiavitù e la libertà, tra l’uomo e la felicità. E’ il luogo di “rovi e di spine” rappresenta il contrario del paradiso. Dio si apre la strada per venire attraverso lo spazio ostile all’uomo.

Dio viene nei nostri deserti. La predicazione di Giovanni ci giunge oggi con un’impressionante attualità. Le nostre società urbanizzate ci presentano vasti spazi in cui l’uomo non abita più. Deserto dell’umanità in cui “l’uomo è lupo all’ uomo” e peggio ancora. Deserto di dignità per gli uomini e le donne trattate come materiale da usare e gettare. Deserto di solitudine in mezzo ad una pletora di mezzi sofisticati di comunicazione, deserto di amore in cui non sanno più ne amare ne farsi amare e deserto di povertà materiale e morale. In mezzo a questa torre di Babele in cui gli uomini né si sopportano né si comprendono risuona l’appello del Vangelo: preparate le vie in cui possa passare l’uomo all’ incontro con se stesso e con Dio. Ma Dio può passare attraverso le nostre strade umane ingombrate da tante cose? Dio viene nelle nostre vie. Non dubitiamo che nel cuore di ogni uomo c’è sempre una piccola luce, talvolta vacillante “dell’immagine e somiglianza di Dio” magari fumigante ma mai completamente spenta. Il”ritorno del religioso” che talvolta può essere considerato ambiguo rivela questo desiderio di Dio che è in ogni uomo. Nel deserto del Sinai piove molto raramente, talvolta soltanto ogni due anni e sembra tutto morto ma quando piove il suolo si copre di vegetazione e di fiori e il seme cade sul terreno in attesa della nuova pioggia. Ciò che Dio ha seminato nei nostri cuori non muore mai. Alla prima occasione favorevole Dio si rivela e trasfigura la vita. Egli prende le nostre strade. Il tempo di avvento è un tempo di preparazione, si tratta di aprire la strada. Ciascuno tolga le irregolarità dalla propria vita perché Dio passi. Il Battista predica il Battesimo di conversione: significa disporre il nostro spazio interiore liberandoci dal peccato che blocca la comunicazione col Signore e con gli altri. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” diceva Giovanni Battista citando Isaia. Questa via di accesso per Dio non è solo riservata ai cristiani ma ad ogni uomo. Siamo mobilizzati per tutta l’umanità quando prepariamo “le vie del Signore”. La responsabilità universale dei cristiani fa di essi dei missionari. Non dubitiamo “il deserto fiorirà” il Signore verrà.

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È L’ORA DI SPERARE – I Domenica di Avvento

Cosa aspetti? Cosa speri? Cosa desideri? La tua risposta non può essere superficiale ma devi scrutare la profondità della tua anima per leggere le più profonde aspirazioni del cuore umano alle promesse di Dio. Non è un'operazione facile soprattutto quando siamo passati attraverso tante delusioni. Può essere che l'esperienza della vita abbia rubato la speranza. Rari sono gli uomini pienamente soddisfatti della loro vita. La maggior parte desidera cambiare le situazioni provvisorie e contingenti in cui vive. Soltanto alcuni privilegiati sanno guardare più in grande: c'è la questione dell'ingiustizia e da creare una società migliore.

E’ legittimo sperare quando tutto sembra orientato a peggiorare la situazione umana? Si parla addirittura di una guerra nucleare. Sarà possibile cambiare il mondo, realizzare quel piano di giustizia e di pace che è l’oggetto più profondo dei nostri desideri e che corrisponde al piano di Dio?

La Bibbia è piena delle proteste di Israele contro i silenzi di Dio. Il nostro Vangelo va ancora più lontano: parla dell’assenza di Dio e noi, eccoci abbandonati a noi stessi. In effetti Israele protesta quando le cose vanno male e si rivolge agli idoli “all’opera delle proprie mani”. Prodotto e consumo in linguaggio moderno.

Questa attesa non è caratterizzata dalla disperazione ma dalla speranza. Dio non ci darà una mano per risolvere i nostri problemi o manderà qualcuno ad aiutarci ma verrà Lui personalmente. Si metterà al nostro fianco per andare avanti e costruire il futuro. Gesù è venuto una prima volta a Betlemme e tornerò alla fine dei tempi ma tra queste due venute viene continuamente a condividere con noi le fatiche della vita, a garantirci che il nostro lavoro non sarà vano e le nostre speranze non saranno deluse. Dio viene e si mette all’opera con noi.

“Il regno di Dio è dentro di voi”. Dio viene nel cuore di ciascuno ma, ovviamente va accolto nella fede, percepita la Sua Presenza per camminare in sua compagnia. “Dio abita per la fede nei vostri cuori” e siccome il cuore è il motore di tutta l’esistenza è proprio lì che agisce per renderci pieni di speranza e attivi nel costruire quel Regno che poi à il compimento di tutti i nostri desideri. Nel nostro cuore prolunga il Natale e anticipa la fine dei tempi. Mentre diciamo “Vieni Signore Gesù” Lui è alla nostra porta e bussa. Il cristiano è colui che ha scoperto la presenza di Cristo e condivide con Lui la propria vita. Il tempo di avvento è l’occasione per ritrovare la verità della sua Presenza e con Lui realizzare ciò che speriamo e porre segni di speranza per ogni uomo.

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LA GRANDE SORPRESA – Festa di Cristo Re

Il giorno del giudizio finale sarà una grande sorpresa. Siamo certi che verrà. Quando? Alla fine del mondo. E la fine del mondo quando avverrà? E' una delle tante curiosità che Gesù non ha voluto soddisfare. E' certo che come una volta è cominciato il mondo per volere di Dio , ci sarà un'ora e un momento in cui tutto finirà, ovviamente senza chiedere il permesso agli scienziati, ma unicamente perchè Dio lo vorrà. Quel giorno è stato atteso e desiderato. I cristiani hanno sempre pregato "Vieni Signore Gesù!" ma nonostante tutto sarà una sorpresa, la più grande che possa sopraggiungerci.

La sorpresa non sarà soltanto per l’ora ma anche per ciò che avverrà, una sorpresa in bene o in male, in ogni caso una grande sorpresa. Impareremo una cosa che non sapevamo  anche se mentalmente l’abbiamo sempre conosciuta ma non è diventata carne e sangue della nostra vita. Qualcosa a cui non abbiamo mai veramente creduto, “creduto “ nel senso evangelico, cioè una cosa su cui abbiamo investito completamente la nostra vita.

Sappiamo che la relazione tra Dio e l’uomo ha conosciuto una chiusura, una limitazione: le alleanze con un popolo particolare, Israele. Con Cristo queste alleanze son diventate patrimonio dell’umanità intera anche se questo avviene attraverso la presenza e l’azione di un popolo, certamente aperto a tutti ma che costituisce nel mondo una comunità particolare, tipica: i discepoli di Cristo; la Chiesa. Cioè a dire che l’universalità finale, l’umanità unica ad immagine di Dio uno è ancora in gestazione. Da notare che la parabola ci presenta il giudizio della fine dei tempi omettendo temi che ci saremmo aspettati.  Niente esame su temi scelti che riguardano categorie particolari di uomini.

“Lo avete fatto a me”. Qui si tratta di leggere semplicemente la parabola: non è detto che è necessario vedere Cristo nei fratelli o tanto meno aiutarli perché “sono Cristo”. Alla fine dei tempi scopriremo che è Cristo che noi abbiamo aiutato. Se questo è rivelato ai giusti vuol dire che al momento  non lo sapevano. D’altra parte si stupiscono “Quando ti abbiamo visto?” Questi giusti hanno semplicemente fatto opera di umanità, senza riferimento ad una fede o ad una religione. Ecco che si apre ancora la prospettiva: ci sono uomini nel mondo che si sentiranno dire “è a me che lo avete fatto”. Senza essere mai stati evangelizzati. Quando noi aiutiamo l’altro per amore di questo altro, il Cristo, che non vediamo è già “la vita eterna”. Essere umano è essere immagine di Dio; è essere del Cristo. Come si legge nell’Apocalisse “secondo la misura in uso tra gli uomini  adoperata dall’Angelo” (21,17)

Gesù ci parla della rivelazione degli ultimi tempi ma, eccoci avvertiti fin d’ora che “ tutto ciò che fate al più piccolo dei miei, lo fate a me”. Ma allora, perché non posso legittimamente vedere il Cristo nei miei fratelli e comportarmi di conseguenza? E’ giusto ma devo dire che non mi interessa. In effetti  oggi aiutiamo il più “piccolo” dei fratelli non perché è “piccolo” e in necessità ma perché egli (?) è altra cosa che lui stesso: il Signore. Ora , mancando “piccolezza” e povertà ci mancherebbe certamente il Cristo che si trova sempre all’ultimo posto. E’ l’ultimo che è il primo e  non lo raggiungiamo che nell’ultima situazione per condividerla. In una rilettura della nostra vita , a posteriori, possiamo dirci: il Signore era là. E’ certo che il Giudice della fine dei tempi è il più povero tra di noi.

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NON SOTTERRARE IL DONO – XXXIII Domenica del T.O.

Il Vangelo di oggi si potrebbe qualificare il vangelo dell'"elogio del profitto", degli astuti garanti del portafoglio, un invito al massimo reddito. Una storia evangelica che suona melodia ai capi impresa e ai banchieri.... e che indispone i sindacati. La parabola a prima vista ci sorprende per le tante sottolineature possibili: la suddivisione ineguale tra i servi, i modi con cui i due servi fanno fruttare il capitale, il modo con cui viene trattato l'incapace, tutti modi evidentemente poco evangelici. E' chiaro che la parabola non è da prendere a prima vista ma ha lo scopo di rendere in immagini forti l'urgenza di prepararsi al ritorno del Signore.

Riceviamo un deposito favoloso. Il talento, ai tempi di Gesù, aveva un valore diverso di quello di una moneta era invece quello di un capitale. Un talento o due rappresentavano una fortuna. Nella parabola si tratta di una somma inestimabile affidata gratuitamente. Il dono della vita. Gesù vuole che riconosciamo "nell'uomo che parte per il viaggio" Dio stesso. Vuol dirci che tutto ci è stato dato da Dio stesso: la vita, il mondo da costruire, "ricchezze" conosciute e sconosciute. Di tutto quello che ci è stato affidato dobbiamo render conto. Nella prospettiva della parabola Dio ha messo tutto nelle nostre mani perché lo facciamo fruttificare. Siamo gestori dei beni di Dio, ciascuno di ciò che ha ricevuto. La diversità dei doni che ciascuno riceve è in misura delle sue possibilità. La parabola non si ferma sulla differenza delle cifre, non si pone su una logica materialista e quantitativa. Nella logica del Regno di Dio è richiesto a ciascuno di fare quel che è possibile. Il senso della parabola è "ti sarà domandato secondo ciò che avrai ricevuto" Il senso è che Dio ci associa ai suoi affari, cioè al suo regno: ciascuno riceve la sua parte di responsabilità. Dio ci vuole partecipanti "azionisti" della sua opera. Ci mette in un mondo pieno di possibilità perché siamo creatori con Lui. Non siamo i proprietari del mondo, ne siamo i gerenti. Siamo di quelli che agiscono o che sotterrano? Dio ha fiducia. Dio non sorveglia i suoi servitori , non da loro ordini precisi su come valorizzare il capitale, non entra nei dettagli sui conti dei suoi servitori riconoscendo però se sono investiti in un progetto e hanno creato del nuovo. La sua "assenza" non è da prendere come disinteresse ma come l'esatta definizione di "Provvidenza" divina che non interviene alla maniera di un capo incapace di delegare. Lascia spazio alla nostra libertà e alla nostra creatività. "Ho avuto paura" disse il terzo servo . Non ha rischiato niente, non ha perso niente e non ha guadagnato niente, ma non aveva capito che il padrone aveva fiducia in lui. Il nostro sguardo sul Signore condiziona i nostri impegni. La fiducia fa osare, rischiare. Siamo uomini liberi dalla paura e pieni di confidenza. Che cristiani siamo: attivi o passivi? Improduttivi o fecondi. Che facciamo della nostra vita? Produrre frutti per il Regno di Dio fa entrare nella "gioia di Dio"

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IN ATTESA DELLO SPOSO – XXXII Domenica del T.O.

Il regno di Gesù che ci attende è stato spesso assimilato ad una festa di nozze. Non esiste festa più bella, pranzo più suntuoso, più gioia e allegria. Lo sposo e la sposa sprizzanti giovinezza e radiosi di gioia. Gesù paragona a questa festa radiosa e senza fine il Suo Regno.

Ma queste nozze non sono per tutto il seguito. Le porte della festa sono ancora chiuse e c’è da aspettare perché si aprano. Nessuno sa quando. L’incertezza è totale. Ciò che importa è essere ad attendere senza abbandonare . Lo sposo tarda e la notte è inoltrata. E’ duro aspettare e tutti quelli che aspettano , senza eccezione, si addormentano e Gesù non gli rimprovera, E’ normale che col passar del tempo e il ritardo dello sposo e anche del fervore la nostra attesa si rilassi. Gesù è abituato ai nostri sonni. Anche gli apostoli si lasciarono vincere dal sonno in momenti importanti: sul monte Tabor e nell’Orto degli Ulivi. Gli uomini sono affaticati e Gesù sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. Quando arriva lo sposo un forte grido sveglia tutti “Ecco lo sposo , andategli incontro”: Tutti si svegliano di soprassalto ed ecco il dramma: alcune sono previdenti e sagge ed hanno portato la riserva di olio; altre non preveggenti – stolte- non hanno portato con se l’olio e le loro lampade si stanno spengendo. C’è ancora tempo per comprarne?. E’ precisamente tra il tempo che viene lo sposo e si aprono le porte e quelle che erano pronte poterono entrare dopo lo sposo e quando le altre tornarono dal mercato dove avevano comprato l’olio, che le porte furono chiuse. Bussarono e gridarono “Signore, Signore aprici!” ma la risposta dello sposo è ferma: “Non vi conosco!” Gesù non ci rivela i particolari della parabola e non ci dice in che cosa consistesse l’olio che mancava alle vergini stolte per aver meritato una risposta così dura. Gesù non ci ha lasciato nessuna interpretazione. I Padri della chiesa e gli esegeti ne hanno avanzate alcune. Certamente lo sposo rimane dietro la porta per rispondere alle stolte. La risposta è chiara “Non vi conosco!” Non sono riconoscibili da Lui. Perché? Forse perché non lo assomigliano: Solo quelle che rassomigliano allo sposo possono partecipare. Non gli assomigliano perché non hanno imparato da Lui quello che ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete riposo” e al posto del riposo: troverete le nozze e la festa senza fine. L’olio è l’umiltà e la dolcezza di Gesù e la luce che ne scaturisce è l’amore senza limitI: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre Vostro che è nei cieli. L’umile amore è l’immagine più perfetta di Gesù e di suo Padre per noi sulla terra. E’ questo umile amore per Gesù e per il mondo intero che manca loro; solo questo umile amore è capace di forzare le porte della festa di nozze, le porte del Regno di Gesù.

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L’AMORE COME DIMORA – XXX Domenica del T.O.

Qual è il più grande comandamento? Fu chiesto a Gesù e Lui rispose: l'Amore. Ma è possibile? L'amore che diventa un comandamento? Un amore comandato è ancora amore? L'amore non deve nascere spontaneamente? Essere sovranamente libero? Farne un comandamento non è un falsarlo?

Evidentemente non è ciò che Gesù voleva dire e che intendevano i Giudei facendo la domanda. Dagli scritti più antiche della Bibbia è sempre Dio che prende l'iniziativa d'amare Israele , scelto tra tutti i popoli della terra legandoselo "con dei legami di amore" diranno i profeti, finendo di trattarlo come la "sposa amata". "Il tuo Dio è il tuo sposo " dirà Isaia. Al punto che nel Cantico dei cantici, che non è che un canto d'amore, Dio cerca di tutto per sedurre la sua amata. E lì c'è la descrizione poetica della venuta di Dio tra gli uomini "Saltando sulle montagne, danzando sulle colline" alla ricerca della sua sposa amata: prova inaudita di questo amore senza limiti, a cui nessuno amore sulla terra può essere paragonato: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo proprio Figlio" dirà San Paolo.

Riflettendo su questa straordinaria storia di amore, l'amore di un Dio, lo dirà ancora più esplicitamente san Giovanni: "In questo consiste l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unico nel mondo.... In questo consiste l'amore: non è che noi abbiamo amato Dio, ma è Lui che ci ha amati e che ha mandato suo Figlio". In effetti non siamo noi che abbiamo amato Dio, e ciò che si chiama il comandamento dell'amore non è come gli altri comandamenti o precetti che regolano la nostra vita. Di amare Dio e il prossimo ne siamo strettamente incapaci a meno di essere stati toccati in precedenza interiormente, feriti, colpiti dall'amore che Dio ha per noi, da aver riconosciuto in un modo o nell'altro a che punto ci ama e di essere caduti innamorati tra le braccia di colui che ci ama ostinatamente e meravigliosamente di una grande tenerezza.. Cos'è che da un momento all'altro ciò che era un comandamento è divenuto una dolce necessità un irresistibile bisogno fino a dire con San Paolo "l'amore di Cristo ci spinge al pensiero che Egli è morto per noi.... Perché noi non viviamo più per noi stessi me per Lui che è morto e risuscitato per noi"?

Questo amore irresistibile che ci spinge dal di dentro non è il nostro. E' colui che, sempre secondo San Paolo "è stato diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato" al momento del nostro battesimo; un amore che da allora ha stabilito la sua dimora nel più intimo del nostro cuore al punto che tutta la nostra vita può riassumersi in una delle ultime parole che, secondo San Giovanni, Gesù ci ha lasciato prima della sua passione "Dimorate nell'amore". "Come il Padre ha amato me, dice Gesù, anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore..... e la mia gioia sarà in voi, e la vostra gioia sarà perfetta". Non c'è che un solo comandamento anche se è duplice: "Ecco qual'è il mio comandamento, aggiunge Gesù, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato". Incapaci di amare Dio prima di aver riconosciuto il suo amore per noi, lo siamo anche per amare veramente i nostri fratelli. Nessuna buona volontà da parte nostra, nessuna generosità ben intenzionata, nessuna donazione umanitaria – e Dio sa fino a che punto sia necessario- potrà sostituirsi a questa esperienza concreta dell'amore di Dio per noi che permette di dire con l'apostolo "Il Cristo mi ha amato e si è offerto per me". Essendo stati così gratuitamente amati, non possiamo cessare di amare a sua volta e di riversare questo amore su tutti coloro che ci circondano. Allora sarà ben più di un comandamento. Sarà la nostra unica dimora. Sarà lo stesso Dio in persona. Perché Dio è Amore e colui che dimora nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

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LA MONETA DI DIO – XXIX Domenica del T.O.

I farisei posero una questione capziosa a Gesù. Se avesse risposto "si" avrebbe indisposto la popolazione, i terroristi dell'epoca, se avesse risposto "No" si sarebbe messo contro le autorità occupanti. In ogni caso sarebbe stato eliminato.

La prima risposta è facile ma Gesù insiste sulla seconda che è più importante. Si fa mostrare una moneta che porta l'effige di Cesare. Poiché i giudei accettano di servirsi di questa moneta, di trarne profitto devono pure pagare le tasse. Gesù non prende parte per nessun regime politico. Le realtà politiche hanno una dinamica propria e Gesù non interferisce, non si allea con nessuno.

La seconda domanda vale una risposta. C'è un altro Cesare, c'è un altro Re. Gesù è mandato dal Padre e c'è un altro regno che non è di questo mondo. Se il denaro di Cesare porta l'immagine di Cesare, anche Lui porta un'immagine, quella del Padre. In San Paolo e nella lettera agli Ebrei si legg: Gesù è l'icona del Padre, l'impronta della sua sostanza.

Se Cesare ha distribuito largamente il suo denaro nelle sue provincie lo ha fatto per riscuotere le imposte. Se Gesù, immagine del Padre è disceso in mezzo a noi ed è voluto essere uguale a noi è per ricondurre il genere umano verso suo Padre. Egli lo fa non soltanto per quello che Egli era ma per quello che faceva: guarendo i malati, perdonando i peccati e soprattutto morendo e risorgendo per darci una vita nuova. Questo per Gesù era rendere a Dio ciò che è di Dio. Nessun uomo, condizionati e imbrigliati tutti, come siamo dall'immagine di Cesare, che d'altra parte ne abbiamo bisogno per sopravvivere ma che minaccia sempre di appesantire il nostro cuore, era in stato di farlo. Malgrado il fatto che tutti gli uomini sono ad immagine e somiglianza di Dio come ci insegna il libro della Genesi. Quello è il tesoro più prezioso di ogni uomo ma un tesoro nascosto profondamente nel cuore. Questa immagine è stata deturpata dal peccato ma restaurata dal battesimo per cui sempre presente anche a nostra insaputa. Questa immagine è talmente nascosta nel cuore che ci è voluto in mezzo a noi questa immagine unica del Padre, che è Gesù, per risvegliarla. "Rendere a Dio ciò che è di Dio", è questo, a partire dal nostro cuore il compito di rassomigliare sempre più a Gesù e irradiare la sua immagine intorno noi. Per ogni discepolo di Cristo c'è il rischio di dovere qualcosa a qualche altra immagine, a qualche altro Cesare di quaggiù che non cessa di affascinarci, malgrado tutto.

E a mano a mano che l'immagine di Gesù si rivela diveniamo capaci di riconoscerla nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle. Anche loro hanno impresso l'immagine di Cristo e nessuno può togliergliela. Anche i più miserabili peccatori la conservano. Il peccato che è in noi può soltanto ridurre la somiglianza con Gesù non distruggerla e non può mai togliere la possibilità del ritorno alla casa del Padre perché anche noi, come Gesù, portiamo impressa la sua effigie.

"Rendere a Dio ciò che è di Dio" significa anche aiutare i fratelli a scoprire in essi l' immagine con cui sono stati creati e durante tutta la vita, soprattutto attraverso la morte ,non cessare mai di rassomigliargli sempre più.

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CON LA VESTE DELLA FEDE – XXVIII Domenica del T.O.

Gesù paragona il suo Regno ad un pranzo di nozze che Suo Padre gli ha preparato per celebrare la sua Pasqua con la nostra umanità e con la sua chiesa. Un pranzo che non doveva rallegrare tanto gli invitati quanto colui che invita. Più che la gioia degli invitati è piuttosto l'immenso desiderio del Padre di vedere la sala completamente piena di invitati.

Ci sono gli invitati del primo momento, forse i parenti che si aspettavano l’invito e che ne avevano un certo diritto e ci sono gli invitati della seconda ora, quelli non previsti e che non  si aspettavano l’invito non avendone diritto. Gli invitati della prima ora non hanno percepito il desiderio del Padre e se la sono squagliata forse non per cattiva volontà ma per distrazione: il loro interesse era altrove, nelle terre, nei loro affari. Il Padre non si scoraggia. La festa è pronta e deve essere fatta.  Servono altri invitati, non più selezionati ma di seconda scelta. I servi son mandati ai crocicchi delle strade per invitare “tutti quelli che potete trovare” ed essi  riunirono “buoni e cattivi finchè la sala era piena”.

Il testo di Luca è ancora più esplicito: Gli invitati della seconda ora sono”poveri , storpi e ciechi”. E siccome la sala non era ancora piena il Padre manda i suoi servi  a “far entrare gente con forza finchè la sala non fosse riempita”. E’ così forte il desiderio del Padre di condividere la festa di nozze che lo fa invitando con forza, facendo violenza. E’ impossibile sfuggire al desiderio di Dio. Davanti a Lui non regge nessuna scusa. Soprattutto quella della mancanza di meriti, di non avere alcun titolo, di non aver niente da rendere a Dio. Il suo desiderio è totalmente gratuito, non aspetta niente in contraccambio.

In Gesù Cristo, questo immenso desiderio di Dio, il desiderio “che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” ha preso forma umana in mezzo a noi “Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra e cosa desidero se non che si accenda”. E quando farà allusione alla sua passione, ne parlerà come di un battesimo nel quale deve essere battezzato e che desidera ardentemente ricevere. E giunto alla vigilia di Pasqua , alla fine della cena, che sarà l’ultima prima di quella che eternamente celebrerà nel suo Regno, manifesta ancora una volta quello che è stato il desiderio di tutta la sua vita terrena “Ho ardentemente desiderato mangiare questa Pasqua con voi perché non ne mangerò più finchè non si compirà nel Regno di Dio”.

E’ così che il desiderio di Dio ci insegue e poco conta se siamo poveri, storpi ciechi e se non abbiamo niente da restituire. Come rifiutare a Dio la gioia di sedersi alla sua mensa?

A soltanto due condizioni.  La prima è di non lasciarsi distrarre da altri interessi per i nostri desideri spesso superficiali e senza paragone con tutto ciò che Dio vorrebbe darci.

La seconda condizione, ed è la finale della parabola, è d’indossare la veste di nozze. C’è infatti un abito da cui liberarsi, quello del vecchio uomo, di cui il battesimo ci ha già spogliati; e da indossarne un altro, quello dell’uomo nuovo., cioè Gesù in persona, di cui lo stesso battesimo ci ha rivestito. “Voi che siete stati battezzati vi siete rivestiti di Cristo” dirà San Paolo.

Rivestendoci di Cristo abbiamo risposto all’immenso desiderio di Dio verso tutti gli uomini, quello di amare tutti come Lui, senza condizioni, realmente, gratuitamente, senza aspettarsi niente in contraccambio. “Quando darai un pranzo, dirà Gesù, non invitare amici, ne fratelli, ne parenti, ne ricchi vicini, in maniera che anch’essi a loro volta ti invitino ma invita poveri, storpi, ciechi, esattamente ciò che Dio ha fatto con noi, sarai felice perché non hanno di che restituirti! Questo sarà restituito al momento della resurrezione dei giusti.

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LA PASSIONE DI DIO – XXVII Domenica del T.O.

La più grande felicità per un vignaiolo è parlare della propria vigna e far visitare la propria cantina. Ascoltarlo "raccontare" la propria vigna con gli anni buoni e gli anni cattivi, vederlo sollevare i tralci, palpare le foglie, sollevare i grappoli è un vero piacere. Ama la propria vigna che gli rende bene fino al giorno in cui col diminuire delle forze non può più occuparsi direttamente e deve "affidarla ad altri".

Ricordo l'ultima visita fatta con lui. L'ho rivista da poco, lasciata in abbandono, invasa da erbacce e con piccoli grappoli. Per capire la parabola della vigna nel libro di Isaia e nel Vangelo bisogna percepire l'attaccamento "sentimentale" di colui che la coltiva. E' l'effetto di interventi ripetuti e permanenti, di protezione vigilante contro le malattie. La vigna non lascia mai il viticultore inattivo. "La vigna del Signore onnipotente è la casa d'Israele"ci dice Isaia. E' la coscienza che il Popolo eletto aveva di essere amato dal Signore. Quando Gesù nel Vangelo di Giovanni ci dice "Io sono la vera vite" ci dice che è la Nuova Vigna amata dal Padre Vignaiolo e risponde a quest'amore del Padre e lo diffonde tra i suoi discepoli attaccati a Lui come i tralci alla vite. "Come il Padre ha amato me così ho amato voi. Rimanete nel mio amore". Il proprio dell'amore è di donare e di donarsi e tanto Isaia che Gesù parlano dei numerosi investimenti fatti sulla vigna senza dimenticare niente "Potevo fare per la mia vigna più di quanto ho fatto?". Dio si riconosce in questa generosità. Noi ci riconosciamo in questa vigna ricolma di doni e di attenzioni. "Tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia". L'atto di fede più autentico non è affermare che Dio esiste ma che Dio mi ama. Impariamo da Dio Vignaiolo cosa vuol dire amare veramente. Tutti abbiamo una vigna o delle vigne da coltivare, una famiglia, una missione nella chiesa, delle persone che ci sono state affidate, delle responsabilità da assumere. Possiamo dire che facciamo il massimo per la nostra vigna?

Leggendo Isaia si rimane sorpresi della violenza con cui il padrone tratta la sua proprietà. Ne fa un deserto. Riconoscevano in questo la presa di Gerusalemme e l'esilio, considerati come una punizione per l'infedeltà. Ma si sa che che questa situazione è stata provvisoria perché Dio non ha mai abbandonato il suo popolo. Delle immagini ci traducono la "passione di Dio". Dio non è impassibile! Ce lo ha mostrato in Gesù Cristo. Il padrone della Vigna evangelica non reagisce meno violentemente dinanzi al tradimento degli operai. Questa reazione ha due tratti significativi: - Il ripetere dell'invio dei servi e soprattutto l'invio del Figlio esprime luminosamente la pazienza di Dio attraverso tutta la storia biblica. Con la successione dei profeti fino a mandare Gesù, crocifisso "fuori della vigna" sul Golgota, fuori delle mura di Gerusalemme-. - Il trasferimento della vigna ad altri. Il testo di Matteo la dice lunga sul dibattito esistente al momento della redazione del vangelo di Matteo tra le comunità giudaiche che si ritenevano "proprietà di Dio" e i cristiani che si ritenevano i nuovi depositari della fiducia di Dio. Alla luce della storia i cristiani hanno sempre prodotto i frutti attesi? Hanno sempre portato al Padrone i frutti della vigna? La questione è da porsi all'inizio del terzo millennio. Guardandosi indietro ai duemila anni di cristianesimo insieme alle favolose "raccolte di santità" e di evangelizzazione del mondo dobbiamo anche costatare dei frutti amari di divisioni e di spettacoli di violenze. Qual è l'attuale situazione? L'affievolimento della fede e dei valori cristiani della vitalità missionaria ci interpella. Dio "che non abbandona mai" non potrà affidare "La sua vigna ad altri"? Non siamo forse l'oggetto della pazienza di Dio?

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