Liturgia

TUTTI ALLA TAVOLA DI DIO – XX Domenica del T.O.

Mi hanno raccontato che in una chiesa di Roma fu visto entrare un giovane dello Sri-Lanka che pregava con grande raccoglimento. Finita la preghiera un parrocchiano gli si avvicinò e cominciò una conversazione amichevole durante la quale seppe che non era cristiano: "professo un'altra religione". "Perché allora sei venuto in chiesa?". "Perché nella vostra nazione non ci sono luoghi di preghiera della mia religione. Ma il tuo Dio e il mio Dio è lo stesso, soltanto noi li preghiamo in maniera differente. Son venuto in questa chiesa per pregare il nostro Dio!":Non ho detto questo per dire che tutte le religioni sono uguali: si può in effetti chiamare Dio in maniera più o meno corretta.

Certamente il mondo è pieno di cercatori di Dio che si rivolgono a Lui ciascuno nella propria lingua o cultura, ciascuno con i suoi problemi e la sua speranza. La Cananea che abborda Gesù per chiedere la guarigione della figlia è originaria della regione di Tiro e di Sidone, l'attuale Libano. I Cananei erano considerati dai Giudei degli emarginati e dei pagani e c'era l'abitudine di trattarli come cani. Malgrado questo la Cananea da prova di ardimento ed è pronta a far di tutto per salvare sua figlia

Il suo grido è una preghiera di fede che stupisce sulla bocca di una donna straniera alla fede d'Israele e ignorante della vera identità di Gesù. Lo invoca come Messia "Figlio di David" e come "Salvatore",titoli divini. Con una umiltà straordinaria fa valere timidamente il suo diritto ad approfittare "delle briciole che cadono dalla tavola". Crede che Dio è universale nel suo amore. Stupito da questa fede semplice e autentica, Gesù esaudisce la sua domanda. Domandava le briciole: Gesù la fa sedere a tavola.

Evidentemente questo testo di Matteo si rivolgeva ai giudei convertiti. Che non erano ben accolti, sospettati. Questa situazione si ripete ancor oggi verso questi "pagani " che bussano alla porta della chiesa. Sono stranieri, membri di altre religioni, miscredenti , marginali della fede, superstiziosi. Battezzati che non hanno avuto alcun contatto con la fede in Cristo, indifferenti...., Tutti coloro che si avvicinano per vedere, ascoltare, dialogare, pregare, trovare conforto. Come li accogliamo noi nelle comunità cristiane? Sono presenti nelle nostre assemblee per i Battesimi, matrimoni, funerali , più attenti di quanto non si pensi. Pregano segretamente e son animati da un spirito di fraternità nei confronti degli altri. Fanno parte della grande famiglia di Dio: Lo Spirito non conosce frontiere e agisce nella vita di questi uomini di buona volontà. Senza rinnegare Cristo, unico Mediatore dell'uomo, la nostra Chiesa Conciliare deve essere all'ascolto di questi "semi del Verbo" presenti in ogni uomo.

In questa accoglienza della Cananea da parte di Gesù non si vede una contestazione di quello che si chiama "razzismo ordinario"e che si esprime in tanti modi di parlare e di agire? Si può anche essere trattai da stranieri nel proprio paese come dice il Salmo 69,9 "Sono uno straniero per i miei fratelli". Individui e gruppi sono marginalizzati, gli è rifiutato l'accesso al lavoro, alla sicurezza, alla dignità. Più che mai i cristiani devono restare vigilanti discepoli di colui che è fratello universale e devono portare la specifica testimonianza che "Gesù Cristo è il Signore di tutti gli uomini".

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SOLO SUL MONTE A PREGARE XIX Domenica del T.O.

La preghiera di Gesù. I Vangeli ricordano ogni volta che sta per avvenire qualcosa di importante la preghiera di Gesù. Nel Vangelo di questa domenica la preghiera è legata alla morte del Battista e, attraverso questa "vittoria sul male," alla prospettiva stessa della morte di Gesù. In certo senso ricorda il Getsemani. Il ricordo del deserto ci richiama le tentazioni.

Ricordiamo: il popolo che manca di pane vuole delle prove tangibili della presenza di Dio con lui. Con la moltiplicazione dei pani, Gesù significa che darà la propria vita. Questa preghiera di Gesù in piena notte rappresenta il cuore della lotta della luce con le tenebre.

Gesù cammina sulle acque. Gesù che cammina sulle acque mette sotto i suoi piedi la potenza del nulla e della morte, è il Gesù della resurrezione, è anche il popolo liberato che attraversa il mar Rosso, è anche la potenza della Parola di Dio che separa la terra dall'acqua (Genesi) come pure il ricordo del vento e del soffio. Bisogna far risuonare tutti questi testi e anche altri, come i salmi 139 e il 18 e il testo del diluvio, per sentire tutta la densità del racconto evangelico di oggi. Dinanzi alla morte del Battista Gesù afferma la potenza della Resurrezione che è quella stessa della Creazione. Ma Gesù non ha soltanto da camminare sulle acque ma anche da pregare per Pietro: "Pietro....io ho pregato perché la tua fede non venga meno...". Ma all'ora della passione, la fede di Pietro vacillerà. Il testo ripresenta perfettamente l'avventura di Pietro all'ora decisiva, quando conoscerà la vertigine del dubbio (perché ha dubitato) come Israele nel deserto. Finalmente Pietro riemergerà ma non per un proprio sforzo di fede, ma per "la mano di Dio". Cosa scrive l'evangelista? Sovrapponendo , per delle evidenti allusioni, il dramma di Israele, il dramma di Pietro, il dramma di Gesù (centrale) l'evangelista propone il camminare sulle acque in cui riassume tutta l'avventura umana. Rende attuale per la comunità cristiana per cui scrive: ecco i cristiani in preda alla persecuzione, una chiesa fragile in preda ad un avvenire aleatorio, una chiesa che, affrontata dalle forze della morte, rivivendo nella sua carne la Pasqua di Cristo, conosce la tentazione del dubbio. L'Evangelista gli dice che, come Pietro, camminerà sulle acque, anche se, provvisoriamente, ha l'impressione di annegare. Ciò che valeva per la chiesa primitiva ha valore anche per la cristianità del nostro tempo. Ci parla oggi nei problemi della chiesa attuale e in quelli personali.

Il vento impetuoso. Il tumulto del vento e il mare agitato sono la "prova". Ma anche ciò che l'accompagna nel cuore dell'uomo: la paura. Paura di Pietro, paura del popolo nel deserto, paura dei cristiani di tutti i tempi. Il vangelo descrive, una volta in più, il grande passaggio, il passaggio obbligato dalla paura alla fede. Dio si trova nella calma, ma questa calma è Lui stesso, come la fede, un dono di Dio, un dono pasquale: "Io vi lascio la pace, vi dono la mia pace".

 

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SALÌ SU UN ALTO MONTE XVIII Dom. – Trasfigurazione del Signore

Il 6 Agosto si celebra la festa della Trasfigurazione del Signore. Questo episodio evangelico rappresenta una pagina importante per l'applicazione che è stata fatta di essa alla vita di ogni cristiano. Basti pensare che nel catino dell'abside di tutte le chiese orientali è raffigurata la trasfigurazione del Signore e la prima icona che ogni iconografo si impegna a dipingere deve essere la Trasfigurazione. Questo per dirci che ognuno deve aver davanti questa icona e leggere la vita in quella luce. Facciamolo oggi davanti alla splendida icona della Trasfigurazione di Raffaello conservata nei musei vaticani.

"Li condusse in disparte, soli, su un alto monte". Il nostro itinerario spirituale prevede sempre una separazione, in solitudine, e in salita, esige una scelta da parte del Signore e la nostra risposta pur sapendo che la strada non è in discesa. "Mentre Gesù pregava si trasfigurò". Il luogo privilegiato della nostra configurazione a Cristo è la preghiera. Dice San Bernardo che mentre siamo in preghiera lo Spirito Santo ci configura a Cristo, opera questo originale lifting che è la riproduzione in noi di quella immagine di Dio su cui siamo stati creati. "Le sue vesti divennero candide come la neve": Lo splendore di Cristo ci rivela la vera bellezza del Cristiano fatta di luce e di candore "Apparvero Mosè ed Elia". Gesù in preghiera dialoga con la legge (Mosé) e i profeti (Elia) dell'Antico testamento insegnandoci così a pregare con la Bibbia e a trovare Lui in ogni pagina dell'Antico Testamento. "E' bello per noi stare qui". L'espressione di Pietro esprime la gioia che ogni persona prova nell'incontro con Cristo. Quelle spirituali sono le vere gioie , quelle che il mondo non può dare. "Questi è il Figlio mio prediletto...ascoltatelo". In tutto il Vangelo si sente soltanto due volte la voce del Padre che dice sempre la stessa cosa. "Videro Gesù solo". Questa affermazione che letteralmente esprime la sparizione della visione di Mosè ed Elia ha anche il significato spirituale che una volta incontrato Gesù, fatta l'esperienza di Lui, non può interessarci altro. E' la pienezza della vita cristiana. Mentre sul Tabor avveniva la Trasfigurazione ai piedi del monte: gli apostoli erano nei guai non riuscendo ad operare la guarigione di un giovane epilettico.

Il messaggio di oggi è chiaro, come ce lo hanno proposto anche i Padri della Chiesa in particolare Origene. Siamo tutti invitati da Gesù a salire sul monte della vita cristiana: separarsi, salire e seguirlo. Pregare e seguire Gesù sono i due mezzi per la nostra trasfigurazione: incontrare Gesù, diventare belli della bellezza di Dio, diventare vangelo. Godere della gioia spirituale che viene da Dio per fissare il nostro sguardo soltanto su Gesù.

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ISPIRARE LE NOSTRE SCELTE E LE NOSTRE AZIONI – XVII Dom. del T.O.

Le due parabole del Vangelo di questa domenica, quella del tesoro nascosto e della perla preziosa nascondono delle chiare differenze nella persona del cercatore. Nella prima il tesoro era invisibile, nella seconda, la perla era visibile a tutti. Anche lo stesso motivo del loro comportamento è diverso. Per il primo è la Gioia "E' per lui una grande gioia". Per il secondo il motivo è il valore della perla.

Le parabole sono caratteristiche dell'insegnamento di Gesù. Nascondono un mistero, postulano un chiarimento, una interpretazione. Aprono uno spazio all'interpretazione. Uno spazio aperto dove il plurale è possibile. La verità non è inclusa in delle definizioni: è apertura di senso. Chi sono queste due persone che cercano? Cosa rappresenta il tesoro e la perla? Ha un senso la differenza tra le due parabole?

Scopritore e cercatore. "Vende tutto quello che ha" fa eco all'ammirazione di Gesù davanti alla vedova che mette " tutto quello che aveva per vivere" nelle casse del tempio. In quella vedova Gesù vede se stesso che dona tutta la sua vita. Allora il cercatore del tesoro e il compratore della perla à Gesù che dona tutta la sua vita per acquistare quel tesoro e la perla preziosa che siamo noi. "Perché tu sei prezioso ai miei occhi e ti amo" (Is 43,4) Qui Dio si rivela scopritore e cercatore. Sorpreso dall'incontro e stupito di vederci. Nei due casi innamorato della nostra bellezza ci considera preziosi ai suoi occhi. Sulla croce, dove dona tutto, manifesta fino alla fine il folle desiderio di mostrarci il vero volto di Dio che può vincere le nostre resistenze. E' preoccupato che la nostra paura di Dio possa di nuovo allontanarci.

Interpretata così, questa parabola, può aiutarci ad accogliere meglio noi stessi: siamo un tesoro, una perla preziosa ai suoi occhi. Allora perché non orientare in nostro sguardo con quello di Dio? Mi accolgo come Lui mi accoglie, mi vedo come Lui mi vede. Può aiutarci ad accoglierci meglio il pensiero che Dio è in cerca della nostra amicizia offrendoci la Sua col prezzo provato della croce.

Questo cercatore siamo anche noi stessi nella varietà dei nostri itinerari di fede. Senza cercare abbiamo trovato un tesoro, cercando abbiamo scoperto la perla preziosa. Così tesoro e perla sono l'immagine della bellezza di Dio. Ai nostri occhi ha un prezzo al punto da dover vendere. Ma Dio compra? Evidentemente no. Ma vendere, qui, si può comprendere come un'assoluta confidenza. Scommettere su di Lui, far di Lui la ragione della nostra vita, delle nostre decisioni, della nostra opzione fondamentale. Dio è come un tesoro, come una perla per colui che lo ha scoperto, che lo ha cercato e lo ha compreso perché è Amore.

E' più abituale leggere la parabola in questo secondo senso. Considerare Dio come un tesoro per noi talmente prezioso da ispirare le nostre scelte, le nostre decisioni, le nostre parole. "Vendi tutto ciò che hai" non riguarda unicamente le grandi decisioni della vita ma anche quelle piccole che, a poco a poco, costruiscono le grandi.

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POPOLO DI POVERI, POPOLO DI SPERANZA – XVI Domenica del T.O.

La tentazione dello scoraggiamento. Dinanzi alla proliferazione del male nel mondo, all'esperienza della povertà dei mezzi, all'apparente inefficacia del vangelo e della chiesa sommersa dall'indifferenza, dall'ateismo pratico, il successo delle altre religioni o sette, non siamo forse presi dallo scoraggiamento e tentati seriamente contro la speranza?

La lunga pazienza dell'amore. Attraverso la parabola de buon grano e della zizzania Gesù ci difende dalle nostre intolleranze e ci invita ad entrare nelle lunghe pazienze dell'amore che sono uno dei segreti del cuore di Dio. Non si tratta di essere ciechi o addirittura complici col male del mondo. Il vero amore è sempre lucido ed esigente. Gesù non capitola mai davanti al male. Ai peccatori dice :"Va e non peccare più". La sua maniera di amarci è di invitarci a crescere. Verrà l'ora della mietitura, del giudizio finale e dovremo comparire in piedi davanti a Dio. E allora non si gioca con l'amore, soprattutto quando si tratta dell'amore esigente di Dio. Ma se il Signore non è complice non è neppure distratto e non giudica prima dell'ora. Eccoci invitati a non giudicare mai prima dell'ora con interventi intempestivi. Davanti allo stato attuale del mondo impariamo a rispettare ciò che P. Teilhard chiamava "il lento lavoro di Dio", la sua infinita pazienza, la sua misericordia che non dispera mai di nessuna delle sue creature.

Attenzione ai germi di speranza. L'occhio di Dio è soprattutto attento a tutti i germi di bene di verità, di bontà e di amore presenti in ogni epoca ed in ogni vita. Il cuore di ogni uomo è abitato da Dio ed è un abisso più grande del suo comportamento. Se è vero che nella vita c'è un miscuglio di bene e di male la parabola del granello di senape apre una grande speranza. Con l'aiuto dello Spirito ogni vita è in crescita. Un essere ha sempre più avvenire che passato. "Amare è sperare per sempre nell'altro". Osiamo dire che se il credente è un uomo terribilmente lucido, colpito come tutti i suoi fratelli dalla sofferenza e dalla morte rimane sempre un uomo di fiducia e di pace come San Giovanni, la Vergine Maria e tanti altri santi noti e meno noti.

Con i suoi poveri Dio fa le meraviglie. Con le parabole del fermento e del grano di senape siamo invitati a scoprire la vera fecondità del Vangelo, delle sue vie, della chiesa. Nelle nostre società in cui l'impatto è dato all'avere, al reddito e all'efficacia rischiamo di scoraggiarci per il poco impatto del Vangelo e della Chiesa. Siamo così tentati di ricorrere ai mezzi tecnici superficiali del mondo che sembrano produrre effetti immediati ma che tradiscono l'attesa segreta e profonda dei cuori che cercano Dio. Senza negare il dovere di portare frutti dobbiamo riscoprire che la potenza e il successo non sono i criteri sicuri per misurare il valore delle vie de Regno. I veri momenti della vita non fanno rumore ma passano attraverso la banalità e la debolezza del quotidiano. Non si è mai contemporanei dell'invisibile è soltanto molto dopo che ci accorgiamo che è avvenuto qualcosa. La storia della Chiesa, scriveva Giovanni Paolo II ai malati, è piena di vite la cui importanza sociale resta nascosta ma che trovano la forza di sorridere vivendo il martirio quotidiano. Un giorno vedremo il ruolo decisivo che queste vite hanno giocato nello sviluppo della storia del mondo.

C'è un paradosso nei discepoli del Vangelo che deve illuminare la loro vita e dare ad essi una dimensione prodigiosa. Sono " piccolo gregge" ma anche "sale della terra e luce del mondo". Uomini e donne fragili, con mani vuote ma abitati dalla forza trasformante dello Spirito Santo per diventare per i propri contemporanei vere Icone dell'Amore di Dio.

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USCÌ A SEMINARE – XV Domenica del T.O.

Ai tempi di Gesù la strada si distingueva difficilmente dai campi coltivati. Il seminatore sapeva bene che parte del seme sarebbe andato perduto perchè esposto agli uccelli o caduto tra i rovi. Gettava un seme molto abbondante. La parabola raccontata da Gesù è una testimonianza della generosità di Dio e della fiducia nel messaggio. La Chiesa si interessa al terreno che riceve il seme, all’ atteggiamento dell’uomo, ad una germinazione rapida, difficile o addirittura impossibile a seconda dell’accoglienza offerta alla Parola.

Tra le tre letture di questa domenica c’è una feconda relazione .

La prima lettura parla della salvezza offerta a tutti i popoli e la fecondità della Parola di Dio è paragonata alla neve e alla pioggia che scendono dal cielo  e non  vi ritornano se non dopo aver fatto germinare le piante della terra. Il salmo evoca con gioia la raccolta abbondante e le colline che gridano con esultanza. La lettera ai Romani  ci ricorda che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gioia futura e anche la creazione salvata dall’amore di Dio condividerà il destino di tutta l’umanità. Così siamo preparati a ricevere il vangelo del seminatore.

L’evangelista ci presenta la bella scena di Gesù che predica in riva al mare  e riunisce le parabole del seminatore, del lievito, del granello di senape, della perla preziosa e della rete gettata in mare. Siamo rassicurati che, nonostante tutto, il regno di Dio si costruisce. Il Cristo semina largamente:  non dispera di nessun essere umano. Indirizza il suo messaggio redentore a tutti e corre il rischio di  perdere il seme, sui sentieri pietrosi dell’incredulità, in mezzo alle spine del male soffocante. E’ l’ora della semina. Questa fu l’intenzione di Gesù: dar fiducia agli uditori. Nutrire la speranza. Verrà il tempo della raccolta. Il Regno di Dio è in mezzo a noi, a portata di mano.

Spesso i cristiani sono invitati a interrogarsi a quale genere di terreno appartengano e quindi, a secondo della educazione cristiana che hanno ricevuto si colpevolizzano se hanno ricevuto una educazione rigida mentre se hanno ricevuto una educazione lassista si richiamano ad una maggiore padronanza di se. Il pentimento , a livello spirituale, è il dispiacere di aver mancato ad un Dio che ci ama.

La parabola del seminatore ci dà una preziosa lezione. Comincia con le parole “uscì per seminare”. Impossibile evangelizzare senza uscire da se stesso, dalla sua routine, dalla propria maniera abituale di guardare, di giudicare, di comprendere. Da diversi decenni la trasmissione dell’eredità cristiana da una generazione all’altra è in panne. Dagli anni ’90 la Parola di Cristo “Se tu vuoi vieni…” insieme alla  parola “proporre” è diventata chiave per chi deve evangelizzare. E’ senz’altro un progresso anche se il rapporto tra chi propone e chi riceve crea un dislivello non facilmente superato.  Il catechista afferma spesso che è più quello che ha ricevuto di quello che ha dato. Con uno sguardo nuovo,  in colui che non è abitato a formule fisse e sicure, può sorgere una espressione, un tratto, una riflessione che toccano il cuore e lo spirito del testimone ammirato. Lo Spirito Santo lavora nel cuore degli uomini e lavora in terre non fresche in cui sembra che la fede non debba germinare.

Se vogliamo annunciare il Vangelo ai nostri fratelli conviene uscire dai nostri criteri di efficacia, di interessarci a loro senza preconcetti, gratuitamente, in uno spirito di reciprocità.

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LA VERA FELICITÀ XIV Domenica del T.O.

Ieri , come oggi, alcuni hanno la fede , altri no. Gesù ci vede un aspetto della logica del Padre. Credere non è il risultato di una conclusione scientifica, le persone colte non hanno alcun vantaggio. Coloro il cui cuore è retto, trasparente, capace di aver fiducia nella Parola del Signore hanno maggior possibilità di diventare credenti.

La vera felicità è il futuro dei cristiani. Gesù si presenta come una guida piena di compassione. La fede non toglie la sofferenza, non è una droga. Credere è accogliere una luce che conforta, beneficiare di un amore che viene dall'alto. Sapere da dove si viene e dove si va. Le persone troppo sicure delle loro capacità intellettuali rischiano di non interessarsi di questa luce che viene da Cristo, non hanno bisogno di Lui. Al contrario quelli che soffrono cercano speranza e forza e si aprono più spontaneamente a Dio. Questo è il privilegio degli umili, afferma Gesù, che conosce perfettamente la sapienza del Padre. Lungi dall'umiliare l'essere umano la fede alleggerisce il peso dell'esistenza. Come maestro pieno di attenzione verso i suoi discepoli Cristo fa scoprire l'essenziale delle regole della vita liberandola anche da tutte le complicazioni religiose.

Rifiutando le suggestioni di Dio, l'essere umano rischia di sbagliare. San Paolo mette in guardia contro il rischio di giudicare secondo la carne, cioè secondo i propri criteri, mentre chi aderisce a Cristo e da allo Spirito Santo il diritto di governare accetta di essere immagine di Dio per divenire simile a Cristo. Da questo l'esortazione di Paolo ai cristiani di tutti i tempi: vivete alla luce e sotto la forza dei pensieri di Gesù. Se prendete per argento i valori promossi dal conformismo e dalla pubblicità rischiate di lasciarvi trascinare in una direzione che vi degrada e vi conduce fino alla morte spirituale.

Le vere guide dell'umanità non sono quelle che momentaneamente brillano. Cinquecento anni prima di Cristo il profeta Zaccaria cercava già di opporsi alle idee correnti (1 Lettura). In un momento di difficoltà reale per il popolo, i Persi erano là e costituivano un grave pericolo per quel piccolo popolo, annuncia da parte di Dio un Re che sarà non un guerriero ma un pacificatore pieno di umiltà. Gli evangelisti richiamano questo annuncio introducendo la narrazione dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme il giorno delle palme.

Le tre letture di questa domenica si oppongono alla visione del mondo. La pace rimpiazzerà lo spirito di guerra, la dolcezza esteriore radicata in una potente forza interiore disarmerà le violenze, l'umile considerazione di se esorcizerà l'esaltazione di se stesso. Un mondo nuovo si profila all'orizzonte senza data. Nascerà dallo Spirito del Signore e sarà conforme al suo disegno. Gli onori terrestri non faranno gloria: i grandi saranno obbligati a rinunciare ai loro troni, i ricchi si troveranno le mani vuote mentre i poveri saranno colmati.

E noi in tutto questo? Le Parole di questa domenica ci ricordano le frasi di Maria nel suo Magnificat. Sono annunci meravigliosi e a noi il piacere di orientarci in questa direzione. La felicità e la gioia accompagneranno i valori del cuore e non il successo pubblicitario. Il vuoto interiore del cuore della gente considerata potente apparirà a tutti. Sarà così, per la vuotezza delle culture fondate sull'orgoglio, la pubblicità, le preoccupazioni esclusivamente consumistiche. Molti riconosceranno che nelle loro scelte si sono sbagliati pesantemente. S'imporrà l'idea che il tempo passa e che bisogna cambiar senso, scegliere i valori del Regno di Dio proclamati dai profeti e da Cristo.

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AMARE DI PIÙ – XII Domenica del T.O.

Amare Gesù "più" che sua madre, suo padre, i propri figli..... Questo "più" turba, scandalizza. L'amore come può essere quantificato, paragonato? Come capire se l'amore per Cristo è arrivato a livelli accettabili? Nella Bibbia un dettaglio non è messo per distrarre l'attenzione ma per centrarla sull'essenziale. Nell'espressione "amare di più" l'attenzione non è sul "più" ma "sull'amare".

Non partiamo da noi stessi e da ciò che noi pensiamo di sapere. Gesù non è un nuovo arrivato che dobbiamo gratificare con un piccolo supplemento affettivo nel cerchio delle nostre relazione già consolidate. Il registro è tutto un altro: se cerchi di amare in verità, avrai certamente compreso che la sorgente dell'amore non sei te stesso. L'amore non è una secrezione personale di cui tu puoi aumentare la produzione a volontà a secondo di chi hai da amare. L'amore è una realtà misteriosa la cui sorgente è al di fuori di te. Dove è questa sorgente? Chi è? E' il Padre. E chi accoglie Gesù Cristo accoglie il Padre. Chi accoglie Gesù Cristo riconosce che l'amore e la vita vengono dal Padre e ci giungono attraverso il suo Figlio Gesù. L'amore non è un mio affare. E' una realtà che viene dall'altro, da domandare, da chiedere e da ricevere come Gesù la riceve e con Lui anche noi attraverso di Lui. Lasciarci investire da questo amore del Padre, avere questo radicamento nel Figlio che riceve tutto dal Padre è ciò che si intende quando il Vangelo dice "amare più il Cristo". E' allora che l'uomo si mette davvero ad amare i suoi, li irriga del suo amore perché lo fa con l'amore che viene dal Padre.

Capire cos'è l'amore è la più importante scoperta di un cristiano. L'amore non è un sentimento nè scaturisce da un sentimento , altrimenti sarebbe assurdo parlare di amore dei nemici. I nemici si odiano, non si amano. Come abbiamo ricevuto la vita, che non ci siamo data, riceviamo l'amore per poterlo donare ai fratelli. E la via per ricevere da Dio questo amore è unirsi a Gesù Cristo che non è egoista tenendo per se il nostro amore ma ci mette in contatto col Padre, sorgente dell'amore che ci rende capaci di amare tutti e sempre riempiendoci del suo amore che è lo Spirito Santo. Scrive Gugliemo da St. Thierry "Tutto ciò che non è amore per Cristo è concupiscenza" ed ha perfettamente ragione. Neppure l'amore della madre è sempre puro e disinteressato, basta pensare agli aborti. Neppure l'amore per i genitori è puro: basta pensare a cosa avviene in vista dei testamenti. Solo l'amore per Cristo ci rende capaci di amare mettendoci in contatto diretto con la sorgente dell'amore del Padre che ci rende capaci di fare il miracolo cristiano dell'amore: amare i propri nemici. Solo l'amore crea e i fratelli hanno bisogno di essere amati non di essere assistiti. In caso contrario è assistenza sociale non carità.

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NON ABBIATE PAURA! – XII Domenica del T.O.

"Non abbiate paura!" Furono le prime parole che il neo eletto Papa Giovanni Paolo II rivolse ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per la sua intronizzazione il 22 ottobre 1978. Uscite dalla bocca di un Papa polacco, il cui paese faceva parte del blocco comunista, esprimevano la fermezza delle proprie convinzioni cristiane e il desiderio di dialogo con chi non le condivideva. Soprattutto penetrarono nel cuore di coloro che lo ascoltavano volendolo liberare da ogni forma di inquietudine e di paura.

La lista delle cose che fanno paura è particolare e dipende molto dalla propria storia personale. Credo che l'insieme delle nostre paure possa essere raggruppato, oserei dire, in due categorie. Abbiamo paura di non essere amati e abbiamo paura di amare......... L'amore in qualche maniera ci fa paura. E la sofferenza, che coincide soprattutto con la mancanza di generosità nell'amore, ci fa ugualmente paura.

La paura di non essere amati. La conosciamo tutti per l'esperienza della nostra solitudine. Nella coppia più unita, nella comunità più fraternamente coerente talvolta si nasconde il dubbio della solidità dell'amore che riceviamo. Conosciamo i nostri limiti e le nostre debolezze e crediamo che possano essere di ostacolo all'amore degli altri nei nostri confronti. Bisogna aver l'umiltà di ammettere che la ricchezza della generosità degli altri non dipende fatalmente dai meriti che possediamo. Si può essere oggetto di amore senza esserne degni. Ciò che è vero per la nostra avventura individuale lo è ancor più per il nostro rapporto con Dio. Il popolo dei credenti è amato da Dio pur essendo un popolo di peccatori. E proprio perché è un popolo di peccatori ha bisogno di essere salvato. San Paolo ci dice: "Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte..... molto di più la grazia di Dio si è riversata in abbondanza su tutti." (Rom 5,11-15) Non possiamo dunque aver paura del nostro Dio e non aspettare da Lui che la punizione.

La paura di soffrire e di non saper amare. Le paure normali della sofferenza sono: la paura del rischio fisico, morale e soprattutto, direbbe Freud, la paura della morte; mentre noi sappiamo che non si tratta che di un passaggio alla luce e alla vita eterna. San Paolo non ha avuto paura di essere perseguitato.

Noi spesso soffriamo perché non sappiamo veramente amare, cioè con generosità. La rinuncia e il sacrificio sono le vere forze dell'amore.

Soltanto il Signore può liberarci da questo perché Egli ha sofferto, perché ha amato. Che Lui sia la nostra sicurezza più profonda.

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CORPUS DOMINI

Gesù è passato facendo del bene e annunciando la buona novella che Dio è amore e che viene a stabilire il suo regno; à morto nella condizioni che sappiamo; è risuscitato; ha inviato la Spirito Santo che è anche lo Spirito del Padre. Tutto questo culmina nell'Eucarestia. Si ricapitola in questo sacramento che ci permette di appropriarci oggi "Qui e ora", tutto ciò che Cristo è stato, tutto ciò che è e anche tutto ciò che sarà quando il suo corpo, che siamo noi riuniti sarà compiuto.

In ciò che abbiamo detto e che non è che l'enunciazione del Credo c'è un punto centrale :"La Pasqua". Tutto converge verso la Pasqua e parte da essa. E' per questo che l'Eucarestia, che ci mette in presenza della Pasqua ci fa entrare nel suo itinerario: è il sacramento centrale. Gli altri sacramenti non fanno che particolareggiare ciò che c'è nell'Eucarestia.

Mangiare e bere. Un fatto da sottolineare è che la Bibbia gira tutta intorno al mangiare e bere. Comincia con la Genesi e termina con l'Apocalisse con "L'acqua viva" e la "porzione dell'albero della vita". Tra le due la tentazione il peccato che sono espresse in termine di nutrimento (Genesi 3, Esodo 16 e anche le tentazione di Gesù) e il dono della carne e del sangue del nostro Vangelo. Questa insistenza sul nutrimento non deve sorprendere perché corrisponde al problema "di che cosa viviamo?". Di più il problema del nutrimento esprime tutto il rapporto dell'uomo con la natura e anche il rapporto degli uomini tra di loro. Ci si batte per la fertilità della terra e per aver da mangiare e ci si unisce in società per spartirsi i beni di consumo e ci si riunisce attorno ad una tavola per esprimere l'amicizia e la pace. Col mangiare e il bere ci si riferisce ai bisogni primordiali e da essi si va verso la comunione tra gli uomini. Tutto questo è il substrato del sacramento.

Violenza e comunione. Gli uomini si battono per il nutrimento. L'immagine della comunione attorno alla stessa tavola potrebbe farci credere che questa violenza si assente dall'Eucarestia. Non è così perché il Corpo che ci viene donato è certamente al di la della violenza perché è il Corpo della resurrezione, ma è passato attraverso la violenza: il corpo del risorto è lo stesso del corpo del Crocifisso. L'Eucarestia è riconciliazione, dunque violenza superata e sorpassata. Il corpo che noi riceviamo è quello che abbiamo trafitto e che, ora, accogliamo riconoscendo il nostro peccato ("Ecco l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo") e l'abolizione del nostro peccato, che è la divisione (il contrario della comunione). Il sacramento ci ha fatto attraversare il dramma umano tutto intero e ci fa possedere la sua conclusione beata. Per questo é Ringraziamento. Bisogna anticipare nella fede il nostro comune ingresso nel Regno che è l'universo riconciliato.

L'ultima parola della rivelazione è che Dio stesso si dona in nutrimento, che è il vero pane degli uomini. Il Cristo è il pane del lungo cammino che attraverso i deserti della sete e della fame ci conduce verso lo stesso Dio. E' tutto un popolo che cammina verso l'unità dell'unico Dio. La seconda lettura ci dice , che , moltitudine, partecipiamo ad un solo pane e diventiamo un solo corpo. "Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane". Eccoci dunque costruiti insieme ad immagine della Trinità. Questa è la ragione del nostro ringraziamento.

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