Liturgia

La morte inghiottita dalla vita

DOMENICA DELLE PALME

(29 marzo 2015)

Commento al Vangelo secondo Marco (Mc 14,1 - 15, 47)

In questa Settimana Santa passiamo dalla morte alla vita. Dio ci ha afferrato e lanciato nella vita nuova. Gesù è stato annientato fino alla morte sulla Croce e per questo Dio lo ha esaltato.

Con vero tratto di genio la liturgia delle Palme ci presenta due vangeli: l’entrata di Gesù a Gerusalemme e il Vangelo della passione di Cristo da cui sorge la luce della festa delle Palme. Gesù non è “Colui che viene nel nome del Signore”, il Figlio di David che viene a Gerusalemme? Non è il condannato a morte senza altro motivo che quello di essere il Re d’Israele?

Alla luce di questa festa riconosciamo che la croce è il suo trono, la corona non è d’oro ma di spine. Egli è veramente Re non alla maniera mortale degli uomini, ma alla maniera vivificante dell’Amore che è Dio.

La questione centrale che si pone la liturgia è quella del sommo sacerdote “Sei tu il Messia, il Figlio di Dio benedetto?” (Mc 14,61), “Si,- risponde la folla di Gerusalemme, rami in mano - Egli è il Messia il Figlio di David.” Ma Gesù risponde a Pilato in maniera più enigmatica : “Sei tu re?  Sei tu che lo dici?” Poi Gesù cessa di rispondere per cui Pilato, forte del suo potere “resta stupito”.

Isaia aveva detto che Dio non può che benedire  il giusto e proteggere la sua sofferenza. Ma allora cosa ne è di Giobbe e di tutti gli anonimi sofferenti della terra? Isaia riconosce allora la figura del Messia come il servo sofferente “che presenta il dorso ai flagellatori e la faccia a coloro che gli strappano la barba”.L’uomo non può salvare se stesso dal male di cui la figura più evidente è la violenza distruttrice. Come il silenzio di Gesù ,il servo sofferente di Isaia rinvia all’enigma del Messia che ci obbliga ad una confessione di fede.

L’enigma del Messia. Il Messia non è un re che libera dal male il suo popolo in maniera esteriore e magica. Gesù svolge la sua missione riconoscendosi nella figura del Figlio dell’uomo che è venuto per servire e non per essere servito e donare la sua vita in riscatto di molti.” E’ la scelta che Gesù fa nella sua passione rispondendo al Sommo Sacerdote “Io sono il Cristo e voi vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo” Il titolo di “Figlio dell’uomo” che Daniele dacriveva nella pienezza della sua potenza è assunto da Gesù nella pienezza della sua debolezza e della sua umiliazione.

La Croce è veramente il trono. Il cartiglio indica che Lui è “il re dei Giudei”. Ma sappiamo ,nella fede , che la sua regalità non è alla maniera del mondo, ma una regalità di servizio e di amore che sola può salvare gli uomini dal fascino del male e della violenza. Questa realtà è espressa per la prima volta da un pagano, il centurione, “veramente quest’uomo era il Figlio di Dio”

La luce dell’amore illumina la passione; fuoco vivo sotto la cenere del mondo scatenato a distruggere e a dare la morte.

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L’ORA DI CRISTO

V Domenica di Quaresima

(22 Marzo 2015)

Commento al Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,20-23)

L’attenzione del vangelo di questa domenica è tutta concentrata sui sentimenti , le angosce di Gesù e il suo abbandono filiale al Padre nei giorni che precedono la Passione. Ci guida San Giovanni, attento alla psicologia di Cristo, a penetrare il cuore del Maestro.

E’ giunta l’ora. Gesù ha spesso evocato quest’ora. Ne ha parlato alla Madre a Cana, alla Samaritana al pozzo. Parlare dell’ora è consacrare la vocazione fondamentale di un essere umano. Non è così anche della donna che soffre i dolori del parto  ma lo fa volentieri perché è il compimento della sua femminilità? Quella è la sua ora. L’arrivo dei greci che vogliono vedere Gesù significa che è l’ora in cui la salvezza non è soltanto riservata al popolo eletto ma si estende a tutte le nazioni, fino ai confini del mondo. E’ l’ora dell’angoscia e della gloria, dello spogliamento e dell’esaltazione: due componenti inseparabili. Nonostante ne avesse parlato a più riprese gli apostoli non capirono niente finche non venne lo Spirito della Pentecoste a spiegare tutto. Dopo l’ora di Cristo tutte le nostre ore sono l’ora buona per viverla intensamente alla sua sequela e anche  dopo l’abbandono ricostruire il rapporto con Lui.

Il chicco di grano. Non siamo dinanzi ad una evidenza agraria, una semplice legge della natura o un’allegoria. Siamo soltanto dinanzi al mistero di Gesù,e la legge del passaggio attraverso la morte per entrare nella vita riguarda tutti. Il distacco da una esistenza legata alla terra ha un carattere radicale. Bisogna passare attraverso la morte a se stessi e non  è piacevole. L’immagine è suggestiva: il grano di frumento si abbandona alla terra,  e sembra marcire ma è una tappa necessaria perché germogli, si rialzi dal suolo e si moltiplichi in spiga. La morte corporale non è la peggior cosa. La vera morte consiste nella sterile chiusura in se stessi. Cristo ci rivela il senso che da alla morte, non è un annientamento ma una semina. Davanti a lui si apre un passaggio da questo mondo al Padre. E’ la strada aperta anche per noi.

La croce elevata. “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me”. Cristo raramente partecipa il suo stato d’animo ma vicino alla fine la tonalità delle sue confidenze rivela il turbamento manifestato ai suoi durante la cena della sera del Giovedì Santo. L’ombra della Croce si stende già su di Lui. La lettera agli ebrei esprime mirabilmente i sentimenti di Gesù: preghiera per essere salvato dalla morte….ma sottomissione esemplare, obbedienza perfetta al Padre. L’ombra della Croce si  stende su ogni uomo, per questo Gesù , non illudendo nessuno, ci ha detto “Chi vuol venire dietro di me rinneghi  se stesso, prenda la sua croce e mi segua”

“L’ho glorificato e lo glorificherò”è la voce che ancora una volta il Padre fa sentire come al Giordano e alla Trasfigurazione. Dalla Croce piantata tra cielo e  terra il Padre è glorificato. Essa lega  la terra al cielo e la trave orizzontale  sostiene la braccia del Crocifisso aperte al dono totale di se stesso per la salvezza del mondo.

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GUARDARE PER GUARIRE

IV Domenica di Quaresima

(15 Marzo 2015)

Commento al Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

Il vangelo di questa domenica evoca un curioso fatto della Bibbia. Il popolo ebraico non sopportava il viaggio nel deserto e cominciò a mormorare contro Mosè e contro Dio. “Allora il Signore mandò serpenti brucianti che mordevano la gente e un gran numero di Israeliti morì” Mosè pregò il Signore  che gli rispose “Fatti un serpente di bronzo, mettilo su un’asta; chiunque sarà morso e lo guarderà, resterà in vita” Strana soluzione. Guarire il male con il male. Forse Dio è un omeopatico? In parte si. Praticamente per guarire non serve altro che la rappresentazione del male che subiamo o che commettiamo? Il libro della Sapienza ce ne da la spiegazione “Chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te Salvatore di tutti”(Sap. 16,7)

Come il serpente era l’immagine del male degli Israeliti, così il Crocifisso è l’immagine di tutti i mali dell’uomo. Il Crocifisso  dice all’uomo che cosa è capace di fare col suo egoismo, la sua gelosia , la sua superbia; è l’immagine di come il peccato può ridurre un uomo. “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna”. Il Cristo si fa “serpente”, diviene il contrario di ciò che egli è: il giusto prende il volto degli ingiusti, è messo al rango dei malfattori. Paolo dirà “si è fatto peccato”, “si è fatto maledizione”, “porta il peccato del mondo”.  La Croce è innalzata come uno stendardo non come una potenza perché colui che è stato crocifisso è a titolo dell’amore di Dio che ha voluto condividere la sofferenza e l’umiliazione  dell’ uomo. Per salvare l’uomo Dio non ha organizzato una rivoluzione ma si è messo dalla parte degli oppressi portando tutte le conseguenze della sopraffazione  del peccato.

 Un esempio lo abbiamo in Padre Massimiliano Kolbe che durante l’ultima guerra, nel campo di concentramento di Auschwitz si offrì volontario a morire di fame al posto di un altro. In quel luogo d’inferno nazista, l’amore si manifestò in tutta la sua luce tanto che quando ,dopo una settimana, si diffuse la notizia della ssua morte, raccontano i testimoni sopravvissuti, un sentimento di fiducia e di ottimismo si diffuse in tutto il campo “Se qualcuno è capace di andare a morire al posto di un altro c’è ancora ragione per sperare”. Massimiliano aveva spesso guardato la Croce e ne era divenuto una rappresentazione vivente. Anziché organizzare una rivolta all’interno del campo accettò fino alla fine la scelleratezza del nazismo.

“Dio ha mandato suo Figlio nel mondo non per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” Non è Dio che giudica, è l’uomo che sceglie le tenebre o la luce. Giudicare significa scegliere. La salvezza dell’uomo è il Crocifisso, Dio volendo diventare uomo ha accettato tutta la condizione umana fino alle ultime conseguenze. Vuoi vedere di che cosa è capace l’uomo? Guarda il Crocifisso. Vuoi sapere che cosa è stato capace di fare Dio per salvarti? Guarda il Crocifisso.

“Chi opera la verità viene alla luce” Gesù viene a salvarci però dobbiamo accettare  di lasciarci guardare lucidamente.  Abbiamo paura che una luce abbagliante penetri  dentro di noi per farci conoscere  quello che veramente siamo?  E’ facile accusare i farisei della crocifissione di Cristo ma io quanta responsabilità ho delle sofferenze degli altri?  Quanta gente ho crocifisso con le mie parole, le mie azioni? Lasciati guardare fisso dal Crocifisso morente sulla Croce per riconoscere il male  che è in te e sarà facile stupirti che nello stesso tempo ti offre il suo perdono.

Dal Crocifisso si staccarono dei raggi di luce che colpirono Francesco d’Assisi e Padre Pio. E’ la risposta del Crocifisso a chi lo contempla con amore : rendere partecipi delle sue sofferenze per la salvare il mondo. E’ il desiderio che avremo quando saremo veri amici di Cristo.

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IL VERO TEMPIO

III Domenica di Quaresima

(08 Marzo 2015)

Commento al Vangelo  secondo Giovanni  (Gv 2,13-25)

Il Gesto di Gesù che caccia in malo modo dal tempio i cambiavalute e i venditori, sicuramente muniti dell’autorizzazione del clero, stupisce un poco. Gesù mite e umile di cuore cosa voleva dirci con quel gesto? Sicuramente non ce l’aveva con quella povera gente. D’altra parte il tempio era il centro religioso del Popolo d’Israele , venivano da tutti i paesi ed era logico che ci fossero degli uffici del cambio per la moneta e dei negozi per acquistare gli animali per il sacrificio. Il gesto di Gesù aveva un significato molto più vasto della liberazione del tempio dalle cose da mercato. Questo gesto è stato molto abusato e certamente non mancherà chi lo applica ai preti che si fanno pagare i sacramenti ma Gesù voleva dire di più : voleva dire addirittura che il tempio stesso e la sua funzione era finita, tutto era cambiato : il nuovo tempio è il corpo e il sacrificio non più agnelli e buoi ma la persona stessa dell’offerente, l’uomo stesso. “Non hai voluto ne sacrificio ne offerte allora ho detto :ecco io vengo per fare la tua volontà”. Il luogo della celebrazione dell’Alleanza con Dio è la nostra vita umana dove Dio ci ha raggiunti. Non si tratta di costruire un tempio di pietra per accogliere la presenza di Dio, ma di partire dalla presenza di Dio nel cuore del credente per costruire una vita che divenga tempio di Dio.

Si tratta di rispondere alla grazia e crescere spiritualmente perché la nostra vita, il nostro essere e tutta la nostra persona corrispondano al dono che Dio ci ha fatto. San Pietro ci esorta a rendere un culto che sia veramente spirituale “Stringendovi a Lui , pietra viva, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo”(1 Pt 2,4)

In questo tempo di quaresima Gesù ci rivolge l’invito pressante :”Non fate della casa di mio Padre, cioè del vostro corpo, della vostra vita, un luogo di mercato”. Facciamo entrare Gesù nel cuore, nella vita. Il mio cuore assomiglia ad una meravigliosa chiesa romanica in cui c’è un solo altare oppure ce ne sono tanti elevati a tutte le mie devozioni personali, cioè ai miei capricci, ai miei vizi ben coltivati  e alle mie passioni ben nutrite? Il mio cuore assomiglia più ad una chiesa o ai mercati generali dove è tutto un gridare di venditori che cercano di accalappiare i passanti per affibbiargli la loro merce? Nel mio cuore c’è silenzio per ascoltare Dio che  parla o assomiglia ad una discoteca in cui i decibel son talmente alti da stordire e proibire ogni ascolto.

In che modo fai della tua vita un culto di lode alla gloria di Dio? Come rispetti la tua vita umana come luogo sacro della presenza di Dio? Vieni Signore Gesù e, senza complimenti, dimmi ciò di cui mi devo liberare. Vieni e fai pulito come le nostre mamme pulivano la casa per la benedizione pasquale.

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LA VERA CURA DI BELLEZZA

II Domenica di Quaresima

(01 Marzo 2015)

Commento al Vangelo  secondo Marco (Mc 9,2-10)

Dopo la prima tappa di preparazione alla Pasqua in cui la chiesa ci ha invitato a guardare a noi stessi, e a riconoscerci tentati come Gesù nel deserto , nella seconda tappa  ci presenta l’ideale a cui guardare, la meta da raggiungere : la trasfigurazione . Ogni cristiano deve aver sempre dinanzi questa scena per sapere qual è il suo ideale. Nel catino dell’abside di tutte le chiese orientali è rappresentata la trasfigurazione, per ogni iconografo è di obbligo cimentarsi per prima cosa nel rappresentare la trasfigurazione e anche in San Pietro a Roma, nella Gloria del Bernini, dove adesso c’è la vetrata della Colomba Divina ,era prevista una grande trasfigurazione  in  bronzo dorato che non fu eseguita per mancanza di fondi . Saliamo quindi anche noi sul monte Tabor per contemplare Cristo trasfigurato , ideale a cui dobbiamo guardare.

La parola trasfigurazione tradotta dal latino richiama soltanto il cambiamento del volto ed è capitato anche a noi di vedere un volto illuminato da un bel sorriso fino a dirlo trasfigurato . Per Gesù invece  non limitiamoci al volto ma consideriamo tutta la sua persona  anche perché il testo insiste sul cambiamento anche delle vesti che brillavano di una bianchezza senza pari. Allora più che considerare  la parola dal latino “trasfigurazione”è meglio considerare quella greca”metamorfosi” che fa pensare ad una trasformazione di tutto il corpo , San Paolo infatti dirà “Il Signore Gesù che trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo simile al suo corpo glorioso”. Ecco la sorte del nostro corpo : diventare simile al  Suo . In Lui contempliamo quello che saremo , luminosi e belli come Lui.

La prospettiva è esaltante soprattutto per chi non sa rassegnarsi ad essere brutto, ad invecchiare e  a diventare cadente, ma questo sappiamo che avverrà alla fine quando risorgeremo con Lui, quando il nostro corpo materiale seminato nella terra risorgerà spirituale, ma adesso? Adesso possiamo anticipare questa cura di bellezza facendo di noi una parabola di quello che saremo nel Regno quando saranno rinnovate tutte le cose e noi con loro . La cura di bellezza cristiana, la nostra metamorfosi, avviene attraverso il Vangelo: mentre si guarda  Gesù e ci si impegna ad imitare Lui attuando il Vangelo , direbbe San Bernardo, lo Spirito Santo ci configura ad immagine di Cristo. Avviene così questo lifting  che anticipa già in terra la bellezza a cui siamo destinati. Diventare Vangelo, ecco la cura di bellezza a cui ci invita la Chiesa in questa seconda tappa del nostro cammino verso la Pasqua. Fermiamoci un momento e verifichiamo la nostra metamorfosi in atto. Qual è la dimensione della mia vita che parla di Vangelo, per capirsi, la parte più bella di me? Quella che fa dire a chi mi avvicina : è bello stare con lui, ci starei sempre.

Questo brano della  trasfigurazione  termina  “non videro altro che Gesù”. Ovviamente si riferisce al fatto che Mosè ed Elia erano spariti ma credo che dopo l’esperienza della Trasfigurazione lo sguardo degli apostoli non si staccasse più da Lui. Desideriamo che avvenga anche per noi  “non vedere altro che Gesù”  e vedere in Lui tutte le cose.

L’idea poi che Gesù possa condurre qualcuno dei suoi discepoli in un luogo in cui ritrovarsi solo con Lui, per contemplarlo, per ascoltarlo e  lasciarci  sedurre  non è il desiderio di ciascuno in questo tempo di quaresima?

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Siamo tentati

I Domenica di Quaresima

(22 Febbraio 2015)

Commento al Vangelo secondo Marco (Mc 1,12-15)

Col realismo  del Vangelo la Chiesa ci introduce nella quaresima portandoci a fare una scoperta: siamo nella tentazione. Si. Una scoperta perché non è facile riconoscere che certe scelte le facciamo perché orientati da qualcuno che la sa più lunga di noi, il demonio. L’esperienza della vita pubblica di Gesù comincia con le sue tentazioni per insegnarci  che il terreno in cui ci muoviamo è minato, c’è la presenza di uno che fa di tutto per non farsi notare. Gesù aveva ricevuto il battesimo nel Giordano e anche il demonio aveva sentito “Questo è il Figlio mio prediletto”. Il demonio non poteva tollerare Dio presente nel mondo nella persona di Gesù . Che Dio faccia Dio in cielo con i suoi angeli, al mondo ci penso io. La presenza di Cristo era come un cavallo di Troia attraverso il quale Dio  veniva per sottrarre al demonio il suo  dominio. Allora ecco che il demonio tenta Gesù sul tema che lo preoccupa di più: la sua povertà, infatti è facendosi  povero che Dio viene  nel  mondo “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce” cosa che il demonio non può fare. “Se tu fossi davvero il Figlio di Dio diresti a queste pietre di diventare pane” Il demonio non tollera Dio che ha fame, e Gesù risponde che nonostante che abbia fame Dio è mio Padre. Le altre tre tentazioni sono sulla stessa linea, anzi tutte le tentazioni sono così. “Dio vi vuole imbrogliare, non vuole che diventiate come lui per questo vi ha proibito di mangiare del frutto” disse il demonio ai progenitori. Non ebbero fiducia in Dio e fu il peccato.“Se Dio fosse con noi, non vivremmo in questa precarietà “dicevano a Mosè gli ebrei nel deserto e fu la ribellione, la mancanza di fiducia in Dio. “Se Dio fosse con te, le cose ti andrebbero meglio”è la tentazione continua. “Se Dio fosse davvero Padre, o peggio ancora se veramente esistesse, non permetterebbe che questa mamma muoia lasciando orfani i figli,  che quel marito abbandoni la moglie fedele, che un bambino soffra per una terribile malattia” Sono le tentazioni di ogni giorno. Le tentazioni sono sempre tentazioni contro la fede e Dio le permette non per metterci alla prova come si prova un  ponte caricandolo di pesanti camion carichi di sabbia per vedere se regge, ma perché possiamo confermare sempre la nostra fede in Lui. Credere in Lui anche quando le cose non vanno bene avere fiducia in Lui nonostante tutto.

Giobbe è modello di come si vince la tentazione del demonio; fu tentato privandolo di tutto per vedere se si ribellava a Dio e continuò ad aver fiducia anche finito  in un letamaio.  Gesù è il vero Giobbe che ci insegna la totale fiducia in Dio anche  morente sulla croce. Non si crede in Dio per i suoi doni ma per la sua Parola.

Il primo esercizio quaresimale è quello di individuare bene quali sono le nostre tentazioni. Non è un esercizio semplice ma interessante per fare la verità su noi stessi,c’è infatti il pericolo di considerare le tentazioni come tendenze naturali addirittura positive, tanta è l’astuzia del tentatore che ci circuisce “cercando di divorarci”. Quali le mie personali e intime tentazioni? Se le proiettassimo su uno schermo ci sarebbe da scappare dalla vergogna pensando che  cosa saremmo capaci di fare se il pudore e l’aiuto di Dio non ci  aiutassero a vincerle. Quali le tentazioni della mia famiglia? Quali le tentazioni a cui è sottoposta la società di oggi  per la quale credo che una delle tentazioni principali sia quella di rinnovare le strutture anziché rinnovare l’uomo.

Da non dimenticare che ogni tentazione , in ultima analisi, è una tentazione  contro la fede, Per questo la chiesa ci prepara alla Pasqua attraverso quaranta giorni cominciando  proprio  con l’aiutarci a far chiarezza su questo argomento perché la notte di Pasqua ,celebrando l’anniversario del nostro Battesimo,  rinnoveremo  proprio la fede dicendo ancora una volta “io credo”nonostante tutto perché “questa è la vittoria che vince il mondo : la nostra fede”.

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Gesù e il lebbroso

VI Domenica del Tempo Ordinario (15 Febbraio 2015)

commento al al Vangelo secondo Marco (Mc1,40-45)

E’ un malato sfigurato dalla più terribile malattia che lo porta alla putrefazione prima di morire e lo fa vivere tra la sporcizia e un odore fetido , in assenza di ogni contatto umano, un malato dagli abiti logori e con in mano un campanello e che camminando grida “impuro, impuro”, un uomo allontanato da tutti, compresi e soprattutto i sacerdoti, ecco chi si avvicina al gruppo di Gesù ed agli apostoli. Era impossibile curare quella malattia ma gli si poteva dare una legge e il Levitico l’aveva prevista : il lebbroso sarà separato dalla comunità perché la sua malattia può essere contagiosa e perché è un segno della maledizione di Dio. Malato orribile a vedersi e impuro fisicamente, verosimilmente peccatore e impuro spiritualmente. Il lebbroso del Vangelo è un morto vivente agli occhi del mondo , della società e della religione. Questa creatura osa avvicinarsi a Gesù, gli cade in ginocchi davanti e gli rivolge la parola “Se tu vuoi puoi guarirmi” Gesù stupisce tutti e fa di più. Una volta di più trasgredisce la legge giudaica di allontanarsi dal malato impuro e intoccabile, si avvicina a lui, lo tocca con la sua mano realizzando nello stesso momento la purificazione spirituale e la guarigione. Come in alcune religioni d’oriente ci sono alcuni che fanno parte della casta degli “intoccabili”, un muro viene a cadere: il Figlio di Dio ha toccato l’intoccabile e contemporaneamente l’ha purificato,riabilitato, risocializzato e guarito…. Qualche parola di commento tra le numerose riflessioni che questo testo può ispirare. Neppure oggi manca la lebbra corporale, psicologica, sociale o morale. E tocca l’uomo dal più povero al più ricco, in tutti i continenti. C’è qualcuno che trattiamo come lebbroso, insieme al quale non desideriamo farci vedere per timore di essere contagiati, qualcuno segnato a dito, qualcuno di cui vergognarsi? E se quel lebbroso fossi proprio io ho il coraggio di gridare a Gesù “Se tu vuoi puoi guarirmi” anziché abbandonarmi alla disperazione o fingere di essere sano? L’umiltà del lebbroso del vangelo ci parla del tipo di relazione da stabilire con Cristo. Il cristiano è senza dubbio l’uomo del rispetto della legge ma è anche l’uomo della trasgressione e spesso la legge non si evolve che attraverso la trasgressione. Se Gesù non avesse toccato il malato sarebbe rimasto lebbroso. Se i medici del medio evo non avessero praticato le autopsie i loro successori di trapianti d’organi, i medici contemporanei, la biochimica e tutto il progresso medico non ci sarebbe stato. San Paolo ci insegna che non siamo giustificati dalla legge ma dalla carità. Se la legge è contro la carità non è buona. Tutte le volte che Gesù opera prodigi di guarigioni impone di non divulgare la cosa perché teme che il prodigio materialmente realizzato occulti la riconciliazione spirituale o la conversione che l’accompagna di cui la guarigione è un segno. Quali sono i nostri prodigi? Le nostre riuscite materiali e finanziarie, i nostri successi sociali o più profondamente la certezza di essere amati da un Dio sul quale possiamo contare e per il quale guarire da tutte le nostre miserie? Gesù pagherà il prezzo di quest’amore che guarisce e che purifica il corpo e l’anima sulla croce dove, come profetizza Isaia “ Disprezzato e abbandonato dagli uomini,uomo di dolore, familiare con la sofferenza,pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato” (Is 53,3-4) Un grande spirituale del nostro tempo ha potuto offrirci questa bella conclusione.”La compassione di Gesù non è a fior di pelle, è un coinvolgimento profondo di tutto il suo essere. Non c’è vera compassione senza passione: chi veramente compatisce soffre realmente. La compassione è una comunione nella sofferenza. La sofferenza di Gesù è anche la sofferenza del Padre. Non è possibile se i figli soffrono e con loro il Figlio eterno fatto uomo, il Padre resti impassibile. La guarigione del lebbroso orienta in questo senso la nostra meditazione. Non posso credere che Gesù non soffra quando il povero è malato e che anche il Padre non soffra come Gesù” Viviamo nella gioia di saperci guariti dalla sofferenza e dalla misericordia di Gesù

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Come Giobbe

Oggi la chiesa ci propone un brano del libro di Giobbe, un libro che ogni uomo dovrebbe leggere perché vi sono contestati alcuni principi del comune modo di pensare : il giusto è ricompensato con la salute e la felicità e il cattivo punito con la povertà e la malattia. La risposta del libro di Giobbe è duplice : 1)L’uomo non può capire la condotta di Dio: deve aver fiducia in lui anche nell’apparente ingiustizia.2) Non esiste un uomo veramente giusto: non c’è che un solo giusto,Dio. E’ interessante ascoltare queste risposte perché è comune il modo di pensare che Dio sia la causa, per misteriose ragioni, delle nostre disgrazie e malattie. Quanti sono gli uomini che rimproverano a Dio le proprie disgrazie? Ci si immagina che Dio telecomandi tutti gli avvenimenti e gli uomini, quando invece rimette tutto alla nostra libertà. Nel vangelo Gesù si manifesta contro la malattia e la sofferenza. E’ il Dio della vita non il Dio della morte: la prima risposta è la confidenza malgrado tutto. Gesù fa splendere questa confidenza nel momento della sua estrema debolezza umana, quando abbandonato da tutti , nella solitudine totale sulla croce dice “Padre nelle tue mani affido l’anima mia” Uno solo è giusto, ma è difficile uscire dall’ idea che il giusto è ricompensato e il cattivo punito. Nella passione di Cristo il giusto, il solo giusto tocca il fondo dell’umiliazione umana, è una umiliazione gratuita, liberamente assunta. Era necessario perché l’amore fosse manifestato. Dio ha voluto essere come l’uomo fino in fondo alla sua condizione umana. Di un colpo la giustizia è soppiantata,superata, sorpassata: non era giusto che il Cristo subisse questo. Usciamo dal regime della giustizia per entrare nel regime dell’amore e felicemente ci restiamo. Con la guarigione della suocera di Pietro che si mette a servire, col cacciare i demoni con cui stupisce le folle Dio ha voluto dimostrare che è nemico del male dell’uomo e che è venuto a instaurare un mondo in cui la malattia e il dolore non esisteranno più ma non vuole errori su chi è il Cristo , per questo Gesù non vuole che nessuno lo dice prima della Pasqua perché soltanto allora lo comprenderanno. Essere Cristo è dare la vita perché Dio è colui che si dona in favore dell’uomo. Dio potrà donare la sua vita nella gioia ; Egli lo fa nel dolore e nella morte perché è là che si trova l’uomo ed è là che l’uomo ha bisogno che gli si doni la vita. Il dono della vita diventa resurrezione. Il vero Giobbe è Gesù che ha portato su di se con pazienza tutti i dolori della vita per insegnare a noi,altrettanti Giobbe, come si vive tra le sofferenze e le prove sostenuti dall’ assoluta fiducia in Dio . Attenzione ! E’ nelle prove che, come Giobbe, il demonio ci tenta e dice “Se Dio ti amasse davvero non ti farebbe trovare in questo stato “ Cristo ci ha insegnato la risposta “Nonostante questa sofferenza non viene meno la mia totale fiducia in Dio”.

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PROFETARE , GUARIRE ,STUPIRE.

Oggi entriamo nella sinagoga di Cafarnao, è sabato, proprio come quando la domenica andiamo alla Messa, e troviamo Gesù che si mette ad insegnare e lo fa con autorità non come un libro stampato, guarisce un indemoniato e suscita ammirazione in tutti i presenti per la dottrina nuova che insegnava . Guardiamo con attenzione Gesù, ci accorgeremo che  quello che avvenne a Cafarnao  avviene nella nostra parrocchia alla Messa domenicale. Guardare Gesù per renderci conto che dobbiamo riprodurre la sua Presenza. Ogni cristiano  infatti è  chiamato a profetare, guarire e stupire

Profetare. Dio non parla mai direttamente all’uomo ma lo fa sempre per interposta persona e colui che parla in nome suo si chiama profeta. Col battesimo siamo diventati tutti profeti: Dio vuol servirsi di noi per raggiungere i fratelli . Per far questo è necessario essere autorevoli, cioè non riferire quello che hanno detto gli altri come fanno i teologi e gli scribi ma perché  la Parola di Cristo è stata personalmente ascoltata e, passatemi il termine, metabolizzata. Il profeta non  parla per sentito dire ma perché  ha sperimentato che quello che dice è la verità. La differenza che c’è tra il maestro e il profeta è tutta qui: il primo dice cose che personalmente non lo riguardano se non in parte, il secondo  dice cose che hanno impastato la sua vita, sono la ragione della sua esistenza. Come Gesù è la parola incarnata, il profeta è colui che per primo incarna la Parola e l’annuncia con la propria voce.

Guarire. Guarire nel linguaggio evangelico significa allontanare il demonio, guarire dal demonio. E’ il classico potere del discepolo “nel mio nome caccerete i demoni”. Non si tratta di fare esorcismi ma di cacciare il demonio che non si fa riconoscere ma  si nasconde in tutte le sue opere che sono opere di male. Il cristiano riconosce dov’è il demonio e violentemente lo caccia. Ogni volta che viene compromessa l’onestà della persona con furti, tradimenti, infedeltà è il demonio all’opera  e deve trovare nel cristiano un nemico che lo riconosce e lo combatte. Ogni volta che è compromessa la famiglia l’atteggiamento del cristiano non può esser quella di mormorare o farci sopra dell’umorismo ma di intervenire  dolcemente ma coraggiosamente. Dinanzi a chi sa approfittare del proprio ruolo  per un guadagno disonesto il cristiano sa che non è un furbo ma  un ladro. Il cristiano non può essere ne un alleato e neppure un simpatizzante del demonio ma un suo autentico nemico.

Stupire. “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità” Il vangelo vissuto rende sempre le persone autorevoli e l’autorità del Vangelo è l’unica reale non fasulla. Quando si avvicina una persona evangelica si percepisce un influsso straordinario su di noi. Ricordo gli incontri avuti con Papa Wojtyla, con Madre Teresa, con Fr. Roger, con Piccola sorella Magdelene, e con altre persone  meno note ma che mi hanno fatto uomo e cristiano col loro personale contatto. Ciascuno deve la propria  fede a qualche testimone, magari umile come i propri genitori, che anche senza parlare  è stato  autorevoli per lui. Questo è il compito del cristiano: “rendere una dottrina nuova” insegnata con l’autorità del vissuto, una dottrina scritta con i colori della vita.

Il mondo si cambia così: annunciando  la verità del Vangelo  con l’autorità della propria vita, lottando coraggiosamente contro il male e riuscire a stupire continuamente per la novità di una proposta evangelica che non invecchia mai ma che si rinnova di giorno in giorno.

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III Domenica del Tempo Ordinario – 25 Gennaio 2015

CONVERTITEVI (Mc 1, 14-20)

Fin dall’ inizio è stato difficile riconoscere nel cristianesimo una religione nuova, in effetti le religioni  si basavano su dei mezzi per rendersi graditi alla divinità e ottenere favori. Per il Cristianesimo il vero culto è rispondere a Dio che ci invita a condividere la propria vita con Lui. Possiamo dire: il cristianesimo  non è una religione è una sequela, la sequela di Cristo. Cristo  viene incontro all’uomo per insegnargli a vivere diversamente, così il  cristianesimo appare subito come una scuola di vita, come l’apprendistato di un nuovo modo di agire. I riti non sono qualcosa per aver presa su Dio  ma un mezzo per lasciarci  prendere da lui.

La prima parola che Gesù ci dice è : “convertitevi”.  Si  tratta di passare da un mondo ad un altro. Lasciandoci condurre dalla liturgia di questa III domenica , significa, seguendo l’invito di Giona agli abitanti di Ninive, passare da una condotta cattiva ad una condotta che piace a Dio; nel salmo si chiedi al Signore di farci conoscere i suoi  sentieri dopo un periodo di rivolta e di peccato; San Paolo esorta i Corinti ad aver chiaro come passano le cose di questo mondo e nel vangelo Gesù  dice che il Regno di Dio è vicino per cui si devono lasciare le abituali occupazioni per seguire Lui.

Bisogna riscoprire il dinamismo del Vangelo che vuol rendere nuove tutte le cose. Nessuno ama il vecchio, magari l’antico ma il vecchio no, e il Vangelo ci introduce in quella novità continua che progressivamente trasforma tutto . La trasformazione evangelica non è esteriore e superficiale ma profonda, ed è questa di cui ha bisogno l’uomo per vivere sempre in novità di vita.

Non finiremo mai di convincerci  che non c’è rinnovamento del mondo, delle sue strutture e della sua civilizzazione attraverso l’amore senza la conversione delle persone e del loro cuore. Davanti al male, all’ingiustizie , alle violenze è impellente il rischio di fuggire alle proprie responsabilità, d’alienare la propria dignità, la propria libertà accusando gli altri, la società. Bisogna, al contrario, riconoscerci poveri, peccatori e nello stesso tempo oggetto dell’infinita misericordia di Dio. Non possiamo dimenticare che ogni persona  può scegliere liberamente le proprie responsabilità e  che senso dare alla propria vita; sarà così chiaro che l’unico modo per agire efficacemente su gli altri è di cominciare da se stessi.

Convertirsi esige di entrare nella propria vita personale, familiare e professionale,felice o provata ,con una certa libertà di cuore e ascoltando la voce del Signore che ci dice “Convertiti” eliminare tutto quello che a Lui non piace per fare spazio al nuovo stile di vita: lo stile evangelico.

Il Regno di Dio ci mette dinanzi ad una scelta personale. Nessuno può decidere per noi e questa decisione per Cristo è da rinnovarsi ogni giorno. Quando avvicinandoci alla Comunione diciamo Amen! Al Corpo di Cristo che viene in noi, gli diciamo : “Si Signore, voglio seguirti” Questo è il senso della nostra Comunione: adesione all’amore e all’azione di Cristo, impegno a camminare al suo seguito con la volontà di tradurre con i nostri atti  la presenza del Regno di Dio.

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