Liturgia

I N R I = GESU’ NAZZARENO RE DEI GIUDEI

Sembrerebbe un controsenso chiamare Gesù Re. A parte  il fatto che il termine è passato di moda  e sostituito da quello di Presidente, ma lo stesso Gesù ha rifiutato più volte questo titolo e indicando quelli che ci comandano li ha trattati in maniera tuttaltro che lusinghiera “ e  si fa fanno chiamare benefattori” e di Erode “quella volpe”. Se cerchiamo poi nell’Antico Testamento troviamo nella risposta che Dio da a Samuele tutti gli inconvenienti della regalità primo tra tutti “metterà la decima sui vostri greggi (vi farà pagare le tasse) e voi diventerete suoi schiavi. (1Sam 8).

Una volta Gesù si è dichiarato Re e lo ha fatto nella situazione peggiore, quando avrebbe pagato cara la sua affermazione. Era davanti a Pilato che  gli chiese”Tu sei il Re dei Giudei? Tu lo dici : io sono Re”. Dichiararsi  re in quelle condizioni era chiaro che si trattava di un re diverso da quelli del mondo. I soldati lo presero, lo spogliarono , gli misero sulle spalle uno straccio rosso, gli misero una corona di spine in testa e una canna in mano e inginocchiandosi beffardamente davanti a lui lo chiamavano re. Proprio così. Gesù è re proprio in questo modo, senza far paura a nessuno, senza imporsi se non con la legge dell’amore. Soltanto sulla Croce volle che ci fosse scritto che era Re. Gesù vuol regnare soltanto su coloro che lo amano. L’unica legge del suo Regno è l’amore.

Ma è possibile un regno così? Senza potere coercitivo, senza polizia , senza prigioni? Non è forse un’utopia? Abbiamo un’immagine perfetta in famiglia quando nasce un bambino. Chi comanda? Lui, il più piccolo è capace di condizionare tutti. Si dorme quando vuole lui, si esce quando vuole lui, una sua indisposizione fa cambiare programma a tutti Perché è il centro dell’amore.

Un sacerdote gravemente malato mi chiedeva cosa ci stesse a fare al mondo. A suscitare amore, fu la mia  risposta e  lui stesso dovette riconoscere che nella vita non aveva mai visto attorno a se tanta gente che gli chiedeva anche di confessarsi come  da quando era ormai all’impotenza assoluta di operare se non di soffrire e pregare. Gesù si è dichiarato Re soltanto quando era chiaro che non voleva dominare nessuno.

Ogni cristiano il giorno del battesimo diventa re e non dovrà abdicare mai alla sua regalità diventando schiavo di altri. L’unico suo re sarà Cristo perché la sua regalità non umilia ma esalta :”servire Dio è regnare”. Dovrà soprattutto regnare sulle sue passioni sottomettendole alla sua volontà perché non lo riducano in schiavitù :la schiavitù della droga del sesso, del denaro, della carriera. I cristiani sono un popolo regale ,ecco perché il cristianesimo è contro ogni forma di dittatura.L’elogio migliore che si può fare ad una persona è sicuramente quello che ha un portamento regale. La regalità dell’amore è il riconoscimento di tutti i cristiani veri.

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XXXIIIa Domenica del tempo ordinario – commento al Vangelo (Mt 25, 14-30)

La parabola dei talenti non è l’ elogio del profitt , gioia per gli imprenditori e tristezza per i sindacati. Non siamo dinanzi ad un piano di sviluppo ma ad una rivelazione in vista del ritorno del Signore. Questa storia ci sorprende a più titoli: la distribuzione diversa tra i servitori, la logica del guadagno adottata dai primi due e il trattamento riservato all’incapace  sembrano davvero poco …….evangelici. Lo scopo della parabola è quello di svegliarci con immagini forti in vista del ritorno del Signore.

Noi riceviamo un deposito favoloso da far fruttare. Un talento, all’ epoca di Cristo, corrispondeva al peso dai trenta ai sessanta chilogrammi di oro; si tratta quindi di somme inestimabili affidate gratuitamente. Nella prospettiva del suo Regno Dio ha messo tutta una vita nelle nostre mani perché la facciamo fruttificare.

Siamo gestori dei beni che Dio affida a ciascuno secondo le sue possibilità. Non siamo dinanzi ad un egalitarismo che finirebbe per essere ingiusto ma della considerazione delle capacità di ciascuno. La parabola non sottolinea le cifre, tipico di una logica materialista e quantitativa. Nella logica del Regno di Dio a ciascuno è chiesto di fare il possibile. Se il terzo avesse prodotto un solo talento avrebbe avuto la ricompensa dei primi due. “Ti sarà chiesto secondo quanto avrai ricevuto”.

Buoni amministratori. Dio ci associa ai suoi affari, cioè al Suo Regno: ciascuno riceve la sua parte di responsabilità. Dio ci vuole partecipanti “azionari” della sua opera. Ci mette in un mondo pieno di possibilità perché siamo creatori con Lui. Non siamo proprietari del mondo ma ne siamo gestori e responsabili.

Siamo di quelli che agiscono o di quelli che sotterrano? E’ bello vedere uomini e donne che costruiscono il mondo, la Chiesa e il Regno di Dio, che si costruiscono essi stessi mettendo a profitto il dono di Dio, ma quale tristezza vedere anche tante occasioni perse, tante vite sprecate senza produrre, tanti depositi di fede e di amore sprecati e lasciati nel sonno!

Non far niente di male o non fare addirittura niente non è sinonimo di far bene.

Dio si fida di noi. Non entra nel dettaglio di come far fruttare  il capitale ma vuol vedere se i servitori hanno investito nel suo progetto e hanno creato cose nuove. Lo sguardo del Signore e le sue attese non condizionano il nostro impegno. La fiducia in Lui fa osare, rischiare, superarsi.

Siamo liberi dalla paura e stimolati dalla fiducia con cui Dio ci ha affidato la sua missione? Che cristiani siamo? Attivi o passivi? Improduttivi o fecondi? Spaventati o liberi? Che ne facciamo della nostra vita?

Produrre frutti per il Regno fa entrare nella “gioia di Dio”

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LA CHIESA DI PAPA FRANCESCO

La liturgia che è così severa nel difendere la liturgia domenicale, oggi lascia il posto al ricordo della dedicazione della chiesa di San Giovanni in Laterano a Roma. Perché tanta importanza a questa chiesa? Perché è la cattedrale di Pietro, oggi la Cattedrale di Papa Francesco.  Essa ha una storia. E’ sorta nel V secolo accanto al Battistero costruito sulla casa di Costantino. Lì generazioni di pagani, di giudei convertiti , di bambini e di adulti hanno ricevuto la loro prima iniziazione e compiuto i primi passi alla sequela di Gesù Cristo. Questo ruolo di accoglienza e di formazione dei primi cristiani nella capitale dell’Impero romano sembra aver montato la testa a questa chiesa che è la vera Cattedrale di Roma. Il Vaticano non esisteva ancora, la basilica di San Pietro ancora non c’era. Per questo motivo la Cattedrale di Roma ha fatto scolpire sul frontale della sua facciata la scritta  “Madre e capo di tutte le chiese di Roma e del mondo” Questa frase un po’ aggressiva e contestata dalle altre chiese (Greci, russi, egiziani e luterani, calvinisti, anglicani) ha per  i cattolici un significato particolare : lì è la cattedra di  Pietro ed evoca l’unità di tutte le chiese , che se anche non riconoscono una unità gerarchica è una unità nella dottrina e nell’amore.

La festa di un tempio però ci richiama anche un’altra verità: il vero tempio siamo noi e lo siamo quando offriamo il sacrificio a Dio della nostra vita. La differenza tra i cristiani e i giudei è tutta qui: nell’antico testamento si pensava che era il tempio a fare il sacrificio. Uccidere un animale fuori dal tempio non era fare un sacrificio, solo quando la stessa cosa si faceva dentro i recinti del tempio secondo i riti stabiliti era sacrificio a Dio.

Per noi ciò che costituisce il tempio è il sacrificio. La Basilica del Laterano è stata costruita perché vi si celebri la Messa e non avrebbe senso se non vi fosse mai celebrata. Il sacrificio della nostra vita fa di noi un tempio e insieme offerta gradita a Dio come scrive San Paolo “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rom 12,1)

Celebrare la festa della Chiesa di Papa Francesco è anche l’occasione per verificare la vera fede cristiana. E’ l’occasione per ringraziare Dio di avercelo concesso come capo della Sua Chiesa, per la sua fede semplice e cristallina, per la sua vita evangelica e per l’amore con cui ha orientato la chiesa verso la sequela di Cristo come unico valore che  qualifica ogni cristiano.

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LA VITA TRASFORMATA – 01 Novembre 2014 – TUTTI I SANTI

Un giorno per parlare della morte ma parlarne serenamente. Oggi la morte invece è vissuta come una violenza, un’ingiustizia. Per l’individualismo trionfante  la morte è diventata intollerabile. Basta pensare che l’uomo , abituato a progettare tutto, ogni anno passa su quel giorno e su quell’ora e non se ne accorge. La cosa è davvero intollerabile. Gesù ci ha detto addirittura che verrà quando meno ce l’aspettiamo, anche perché  pensiamo di rinviare sempre più il suo arrivo.

La chiesa oggi ci convoca per ricordarci che la vita sorpassa  la nostra umanità. Arriverà la morte ma noi continuiamo a vivere. Oggi è il giorno di prendere coscienza di ciò che ogni domenica diciamo alla Messa :”Credo nella vita eterna” cioè credo che la vita è eterna. Dopo la resurrezione di Gesù crediamo che la morte ha cambiato senso : non è più una fine, ma è divenuta un passaggio, una Pasqua verso la vita di Dio nella Comunione dei Santi. L’uomo non è come un fiore o un cavallo che una volta morto è finito nel nulla, l’uomo continua a vivere perché “la sua vita non è tolta ma trasformata”. Ci è difficile immaginarci la resurrezione, lo era anche per San Paolo, è un mistero (1Cor 15,51)  ma abbiamo la certezza che la nostra vita non  si riduce alla vita terrestre ma sorpassa la nostra umanità.

La domenica alla Messa diciamo anche un’altra cosa “Credo nella comunione dei santi” Vuol dire che tra noi è coloro che ci hanno preceduto non c’è separazione ma comunione, il paradiso non è lontano, il paradiso è vicino e tra noi e loro c’è rapporto. Non possiamo  contattarli via e-mail o col cellulare, come facevamo quando erano quaggiù, ma contattarli attraverso la preghiera che ci unisce , condividere con loro i nostri problemi che già conoscono perchè ne parlino direttamente alla Madonna e a Dio.

Monica, la mamma di Sant’Agostino ammalò gravemente mentre si trovava in Italia e il figlio desiderava che morisse nella sua patria o almeno che vi fosse sepolta. Lei disse al figlio “Non temere lascia pure il mio corpo lontano dalla mia patria perché nessuno è lontano da Dio e non c’è pericolo che non lo sappia riconoscere al momento della resurrezione”.

Oggi è anche il giorno dello scambio dei doni: noi preghiamo per loro, perché se ancora non avessero raggiunto Dio ma le loro anime fossero ancora in Purgatorio “a farsi belle” lo raggiungano anche per le nostre preghiere e loro pregano per noi, ci aiutano. Ricordo che dopo aver fatto il funerale alla mamma di un giovane , figlio unico, venne in sacrestia a ringraziarmi  ma anche a precisare che avevo detto una cosa inesatta “riposi in pace”. Posso assicurarle che mia madre in Paradiso non lascerà in pace nessuno ma a quest’ora avrà già parlato a tutti di me. E Santa Tersa di  Gesù Bambino ventiquattrenne, dovendo morire  si chiedeva che cosa avrebbe fatto in paradiso  per  tutta l’eternità. Ci dice che si sarebbe impegnata a far del bene sulla terra. Da questa è nata l’icona di Santa Teresa che sparge petali di rose. Ecco cosa fanno in Paradiso. Ecco cosa faremo in Paradiso.

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 26 Ottobre 2014

LA LEGGE

Si ritiene che la riforma delle leggi sia la soluzione di molti problemi dello stato e anche della chiesa. Può essere una cosa utile ma assolutizzata è sicuramente un’illusione.  Dio diede una legge al suo popolo: i dieci comandamenti. E’ stata  fatta una ricerca  per sapere se ci fosse una legge comune a tutte le religioni anche in vista di una morale comune : è risultato che tutte le religioni hanno questi quattro comandamenti : non uccidere, non rubare, non dire il falso e la custodia della propria sessualità. Anche  Gesù ha dato una legge ai suoi seguaci, la legge fatta di un solo comandamento, di un solo precetto in due articoli: amare Dio e il prossimo .

Alla domanda retorica dei farisei che chiedono a Gesù sulla legge risponde su un altro registro ; rispettoso della legge , egli è venuto “non ad abolirla ma a portarla a compimento”, propone la perfezione della legge  “Tu amerai”. La legge di Dio non ha senso se no non è compresa come l’espressione del suo amore, non porta da nessuna parte se non conduce ad amare. Il Vangelo non invita il discepolo di Cristo ad un atteggiamento legalista tra il permesso e il proibito, per una pratica minimalista e rassicurante. Quando uno agisce con amore e per amore non fa i conti. Amare supera se stesso e sorpassa senza limiti, lontano dai calcoli giuridici. “Ama e fai quel che vuoi “scriveva maliziosamente Sant’Agostino. Lungi dall’incoraggiare il libertinaggio voleva dire che chi ama è fuori dai legami della legge e vola nella libertà totale, il campo del dono di se è aperto verso l’infinito.

Ma un problema: è possibile comandare l’amore? Si, nella misura che si scopre di essere stati amati . Per questo Dio si aspetta il nostro amore. Il primo comandamento, come tutti gli altri della Bibbia non arrivano improvvisamente ma son sempre preceduti da un prologo storico  del tipo “ Io, Dio , ti ho fatto uscire dalla schiavitù dell’Egitto” Ciò significa che il primo passo della fede non è  “amare Dio” ma riconoscere di essere amati da Dio”. Questo perché Dio ci precede nell’amore, ci ama per primo. E’ importante seguire quest’ordine : l’amore efficace di Dio per noi, il ritorno del nostro amore verso di Lui, la messa in opera di questo amore in tutte le nostre relazioni. Se si turba quest’ordine si cade nel moralismo che è il contrario della legge di Dio.

Per continuare nella preghiera

Come sento Dio presente nella mia vita: come un Padre o come un carabiniere?

Questa settimana misurerò lo spessore di amore con cui compio le mie azioni soprattutto nel rapporto con gli altri. Non basta l’educazione, con l’osservanza perfetta dell’etichetta si  poteva uccidere una persona : il duello

Non basta essere soddisfatti di essere obbediente alla lettera della legge di Cristo. Rischiamo di essere estranei al  suo spirito “ignorare ciò che c’è di più importante nella legge : la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23)

 

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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – LE TASSE SI DEVONO PAGARE ?

Ecco la domanda che i  sadducei fecero a Gesù e a cui non rispose perché sapeva che ,ipocriti quali erano, se avesse risposto di no lo avrebbero accusato di incitamento all’ evasione fiscale e se avesse risposto di si avrebbe perso le simpatie di chi non le voleva pagare però Gesù non perse un’occasione come quella per fare un discorso molto più serio  che oggi fa anche a noi.

Intanto prendiamo l’euro in tutti i tagli  e vediamo l’immagine che c’è sopra. Meno male che non c’è ne Giorgio ne Matteo ne Anghela, ma c’è un ponte e una finestra che simboleggiano l’Europa. Cos’è quel denaro che abbiamo in mano? Giovanni Papini lo definì “lo sterco del diavolo” ma i perfidi fiorentini commentarono “peccato che soffra di stitichezza”. E’ carta e, molto , carta straccia perché ad essa non corrisponde un valore oro. Ma per chi lo ha in mano e lo deve versare all’ erario è  spesso frutto di sudore, di lavoro, di grandi sacrifici e se pensa che molto di quel denaro andrà non soltanto in strade e ospedali ma a foraggiare stipendi da favola  a mantenere cose inutili  e molti verranno addirittura rubati , la domanda rivolta a Gesù diventa davvero incalzante “Ma i cristiani devono davvero pagare le tasse? Non pagare le tasse è peccato?” Gesù non risponde alla domanda ma prende in mano la moneta e dice”Di chi è quest’immagine? Di chi è quest’iscrizione?” Gesù sottintende “Ad immagine di chi siete stati creati? Gesù non vuol regolare il problema delle imposte ma  ricordarci che non si può servire a due padroni : Dio o  mammona. Scegli. Non guardare solo l’euro ma guarda la tua immagine, sei immagine di Dio e a Lui devi tutto. Il denaro è solo una dimensione della  vita ciò che conta è l’uomo. L’uomo immagine di Dio è creativo, vivo, pieno di speranza portatore di  fiducia, lavoro e allora anche il denaro avrà un valore altrimenti sarà carta straccia. La dignità dell’uomo deriva  dalla  immagine di Dio non dal conto in banca o dal denaro che, se  non è frutto di onesto lavoro e di fatica,  è sicuramente rubato. La vera ricchezza dell’uomo è la rettitudine della sua coscienza, la famiglia che si è saputo creare, i figli che ha saputo educare, le opere di bene che ha compiuto a proprio livello.      E’ questo che vuole Dio è questo che devi restituire a Dio . Tutto è dono suo e la  sua esigenza coinvolge tutto il vissuto umano perché Dio stesso ti confermi la sua fiducia,  ti affidi responsabilità  maggiori e ti ricolmi di doni  più grandi : le tasse che paghi a Dio te le restituisce investendo su di te autentici capitali.

Per continuare nella preghiera

Ricordati che porti l’immagine di Dio, che la tua famiglia è l’immagine della Trinità.

Sei una moneta che porta l’effigie di Dio e che Dio ti spende per il bene dei fratelli.

Non dimenticare mai che l’uomo non è fatto ad immagine del denaro ma ad immagine di Dio

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XXVIII domenica del Tempo Ordinario

VANGELO - Mt 22, 1-14 ANDIAMO A NOZZE

Oggi  il vangelo ci racconta di una festa di nozze.  Ne parla diverse volte perché  rivela il messaggio fondamentale della rivelazione  eppure, in tutti i casi c’è una anomalia : c’è il padre dello sposo che paga la festa , il figlio che si sposa, gli invitati e manca sempre la sposa. Questo è proprio il messaggio fondamentale : la sposa è l’umanità che il Padre  vuol dare in sposa a Suo Figlio. Il rapporto che Dio vuol stabilire con l’uomo è del genere nuziale , non si contenta di essere amico o fratello dell’uomo  ma addirittura sposo. Lutero ha un’espressione bellissima “ Quando Dio e l’uomo si scambiano la fede tutto quello che è di Dio diventa dell’uomo e tutto quello che è dell’uomo diventa di Dio”. Questo è il piano di Dio : celebrare le nozze con l’umanità.

Così si spiega l’insistenza del Padre del Re  che vuole ad ogni costo celebrare le nozze. Dio è costante, offre la sua misericordia a tutti . Non è un Dio di umore, di suscettibilità, di rancore. Il banchetto è pronto, le nozze saranno celebrate . Dio vuole la salvezza del mondo : il mondo sarà salvato ! Se fallisce un piano ne mette in atto un altro. Dio è fedele. La costanza di Dio, la sua fedeltà sono una sicurezza per i peccatori incalliti e per la nostra debolezza. Sono le parole di Gesù che ci invitano: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi e io vi ristorerò”.

Alla fine, dopo il rifiuto degli invitati arrivano proprio quelli che il Padre desidera per suo Figlio ,quelli “ai crocicchi delle strade,… tutti quelli che trovate …e raccolsero buoni e cattivi”. Direbbe Papa Francesco quelli delle periferie della società , tutti, perché ogni uomo è invitato alle nozze col Figlio di  Dio.

La bellezza della festa viene rovinata dallo scontro tra il re e  un tale che non indossava l’abito nuziale. Tutti si erano preoccupati di vestirsi decentemente dando prova di accogliere volentieri l’invito, non certo tutti avevano abiti firmati, ma avevano manifestato la buona volontà. Uno di loro  si era presentato senza abito adatto alla circostanza . Col  gesto di rifiuto da parte del Re il Signore vuol dirci che la sua generosità deve essere formalmente accolta, non basta lui che offre ma da parte nostra ci vuole  formale accoglienza che faccia spazio alla sua proposta di amore. Per sposarsi bisogna essere in due e tutti e due devono essere consenzienti.

Dio è Colui che invita a nozze, alle nozze della vita, attenzione a noi non dimenticare l’appuntamento , tenerci pronti sempre perché ogni circostanza è un’occasione da parte di Dio per farci una dichiarazione di amore.

Per continuare con la preghiera

Tutta l’attenzione della chiesa in questi giorni è centrata sul Sinodo dei Vescovi che sono riuniti  col Papa a trattare sulla famiglia.

Ogni famiglia è il modello di come Dio vuol rapportarsi all’uomo . Dio mi ama come quella mamma e quel padre si amano e amano la loro famiglia . Ogni famiglia ha il dovere di testimoniare questo amore.

Attenzione  a tutte le dichiarazioni di amore che Dio mi manda e tenermi sempre pronto per accettare l’invito a nozze con Lui. Tenete sempre acceso il cellulare dell’anima.

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5 Ottobre 2014 – DOMENICA XXVII DELL’ANNO

I profeti non sono degli indovini ma uomini che, pieni dello Spirito , leggono la storia alla luce di Dio, come la vede Dio. Spesso parlano per immagini, per esempi perché chi vuol capire capisca.

Questa domenica ci parlano due profeti  lontani  l’uno dall’altro  oltre settecento anni   per dire la stessa cosa sul popolo d’Israele e lo fanno raccontandoci la stessa storia, usando la stessa immagine, sono Isaia e Gesù ed usano l’immagine della vigna. In fondo parlano a noi,parlano di noi.

Isaia parla di una vigna che il padrone accudisce con gran cura, gli da tutto ciò che può  e attende ovviamente dei frutti  ma i frutti non vengono, invece di uva produce uva selvatica. Due cose interessanti: il padrone è all’origine dei frutti ma è la vigna che deve produrli. Il padrone  insiste sui frutti. L’azione di Dio è fecondità, la vocazione dell’uomo è portare frutto in alleanza con la parola creatrice.

Gesù non ridice Isaia, non ricopia identica la storia ma la sviluppa  rivelandone il profondo significato. Nel racconto di Gesù appaiono dei personaggi che non sono in Isaia:i vignaiuoli.  L’opera di Dio è affidata agli uomini e anche se questi uomini la sterilizzano Dio non abbandona il suo progetto che realizzerà contro tutto e contro tutti.  Gesù denuncia la violenza che viene usata contro gli inviati di Dio che vengono a raccoglier i frutti. I profeti  non vengono contro l’uomo ma in favore dell’uomo. Sanno che Dio vuole frutti e allora stimolano l’uomo a produrli. Invece  i profeti vengono malmenati e il Figlio ucciso. La conclusione sembrerebbe che la vigna e i vignaioli vengano distrutti, invece  la meraviglia è nel  fatto che la vigna e i frutti vengono salvati.

Ma qual è il frutto che il Padrone attende dalla vigna? L’Amore.  Proprio perché Gesù denuncia la violenza e proclama l’amore il profeta Gesù scatena contro se stesso la violenza. E’ tutta la storia di Cristo.  Gli uomini portano al parossismo il male che è in loro uccidendo il Figlio. E’ così dimostrato che la violenza umana in ultima analisi se la prende con Dio stesso. Uccidere l’uomo è cercare di uccidere Dio. Uccidere l’amore  è distruggere la vita, frutto dell’amore che è un altro nome dell’amore.

“ Il padrone darà la vigna ad altri vignaioli” dicono i farisei. Ma Gesù ribatte “La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra angolare”. Cioè i nuovi vignaiuoli saranno coloro che sono stati vittima della  violenza (rigettati).  Su di essi sarà costruito l’edificio del Regno. In Gesù, il giusto crocifisso su cui si sono scaricate tutte le assurdità della cattiveria umana senza alcuna giustificazione.  Lui è la “ Vite vera” su cui saranno innestati tutti coloro che credono in Lui e  insieme a Lui creeranno un popolo nuovo la cui legge,contraria alla violenza ,è l’amore.

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Per andare avanti con la preghiera.

Io, la mia famiglia, la mia parrocchia  sono la vigna piantata, coltivata e potata  dal Signore.

Il Signore mi ha mandato, ci ha mandato tanti suoi servi  per stimolarci all lavoro e alla produzione. Come li ho trattati?  Accolti?  Ripudiati? Forse maltrattati ?

Qual è l’attuale stato della mia vigna?

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10 agosto – DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO A

VANGELO

Dal vangelo secondo Matteo (14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’ altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Incontrare il Mistero

 Due forze, apparentemente inconciliabili, dominano questa domenica di vacanze estive: la tempesta ed il silenzio. Si tratta di due racconti altamente simbolici che si illuminano a vicenda e che parlano del mistero di Dio mescolando questi due temi.

Quando il profeta Elia giunge al monte Oreb, per rinforzare l’Alleanza del suo popolo con Dio, si aspettava di incontralo nel tuono e nel fulmine, come era successo ai tempi di Mosè. Ma Dio nel suo mistero insondabile non corrisponde all’immagine che se ne era fatta il profeta: Dio infatti si manifesterà nella brezza silenziosa del giorno.

Dopo questo incontro nel silenzio però, il profeta verrà spinto di nuovo verso i rumori ed il caos della vita, in mezzo al suo popolo. Anche là dovrà riconosce la presenza di Dio ed additarla agli altri.

Il lungo cammino  nel deserto e l’incontro con Dio non erano altro che una tappa nel camino di scoperta della multiforme presenza di Dio nella vita dell’umanità.

Anche Pietro affronta il tumulto dei flutti, ma la paura fa svanire la sua fede e ben presto comincia ad affondare. Gesù gli tende la mano.  Quando finalmente sono sulla barca i vento improvvisamente cessa e si fa una grande silenzio sulle onde e sul mare.

Siamo di fronte ad un secondo racconto, ricco degli stessi simbolismi. Gesù che cammina sul mare manifesta il suo divino potere sulle potenze della morte.

Infatti il mare, nella Bibbia, rappresenta il mondo del caos, delle potenze infernali, della morte. Camminare sul mare significa dunque la vittoria sulla morte, cioè la risurrezione di Cristo. Matteo sottolinea che si tratta di una vera risurrezione e non dell'apparizione di un fantasma.

Di fronte a questa rivelazione del mistero di Dio i Cristo, Pietro rappresenta il discepolo credente, guidato però da una fede incompleta. Egli ha fiducia nel Signore, tanto che si getta nell'acqua per andare incontro a Gesù. Ma non appena ritiene che questo sia possibile per la sua forza e le sue capacità ben presto affonda.  Forse c'è qui anche un avvertimento ai responsabili della Chiesa; il loro potere sulla morte è incerto; solo il Cristo risorto lo possiede e lo può comunicare a loro. Dopo aver focalizzato il suo racconto unicamente su Gesù e Pietro, Matteo lo estende ora a tutti i credenti che sono nella barca della Chiesa. Essi si prostrarono davanti a Gesù. Si tratta evidentemente di un gesto ben poco verosimilesu una barca da pesca in pieno mare. E’ piuttosto un gesto liturgico, che ricompare anche a conclusione del vangelo di Matteo (Mt 28,17). Con esso l’evangelista intende dimostrare in che modo i discepoli hanno espresso la loro fede nel Figlio di Dio. Tanta solennità si spiega bene perché è la prima volta, in Matteo, che gli uomini rivolgono a Gesù una simile professione di fede, prima il titolo era stato usato soltanto dai demoni. Con questa professione di fede giunge finalmente la pace sul lago, segno di una pace e di un appagamento ben più prezioso nei cuori degli uomini.

Con immagini vive e potenti ci viene detto che in Gesù è possibile incontrare Dio a sua potenza. Chi lo accoglie nella sua vita accoglie anche il silenzio e la pace. In mezzo alla confusione ed ai rumori delle vita di oggi l’uomo di fede, nella calma del cuore, continua l’attraente avventura di incontrare il Signore.

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3 Agosto – DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO A

VANGELO Dal vangelo secondo Matteo (14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Beati gli invitati alla mensa del Signore.

 

La prima cosa che colpisce immancabilmente l’attenzione di fronte al racconto della moltiplicazione dei pani è l’aspetto meraviglioso di questo miracolo. Matteo sembra sottolinearlo indicando alla fine “erano circa  cinquemila  uomini,  senza  contare le donne e i bambini”. Ma la lettura del vangelo dovrebbe averci insegnato che Gesù non fa mai qualcosa solo per stupire, per il gusto del meraviglioso, o per mostrare la sua divinità “a suon di miracoli”. In questo vangelo il confronto è in definitiva tra gli apostoli a Gesù. I discepoli vorrebbero mangiare a tavoli separati: uno per Gesù ed i dodici con i cinque pani ed i due pesci, e gli altri per la folla, che deve andare nei villaggi a procurarsi da mangiare. Gesù invece vuol invitare tutti alla sua mensa e non si lascia spaventare dalle apparenti difficoltà del progetto: è troppo importante il valore che vuol comunicare per farsi fermare da problemi logistici! Ma perché dare tanta importanza da un semplice pasto? Nella nostra cultura occidentale la tavola è difficilmente condivisibile con tutti. E’ riservata alla famiglia, agli amici, alle persone particolari, che vengono accettate nella propria intimità. L’uso orientale di considerare l’invito del visitatore occasionale come una cosa non solo doverosa, ma quasi automatica, ci appare strano. Paura che ci manchi il necessario? O soprattutto che una tavola poco ricca ci faccia sfigurare? Erano i timori anche degli apostoli, ma Gesù dimostra con il suo miracolo che queste cose non debbono fermarci, c’è un valore più grande da ricercare. A volte il timore dell’invito è più profondo. Mangiare assieme è dono di una parte della propria vita. Ciò è possibile e spontaneo solo con persone accettate e familiari. Anche i discepoli forse non erano estranei a questo sentimento. Estendere troppo la comunione di vita e di mensa che solo loro avevano con Gesù poteva significare perdere un privilegio. Quante volte le nostre famiglie, i gruppi o le intere comunità cristiane si dimostrano ammalate di questo pericoloso virus: la chiusura all’accoglienza. Gesù rigetta con forza questa tentazione. Spezza le barriere che il mondo o anche i suoi discepoli erano tentati di costruire. Barriere addirittura religiose! Al tempo di Gesù un buon ebreo, per non contaminarsi ritualmente, non si sarebbe mai seduto a tavola con un pubblicano, un peccatore riconosciuto o un pagano. Gesù va invece verso tutti, chiede di condividere generosamente quello che si ha. Così fa sorgere il nuovo mondo annunciato ed atteso dai profeti. A questo punto giunge il miracolo, come un segno divino di conferma e di gradimento. Non si tratta di togliere la fame per un giorno a tanti che il giorno seguente avrebbero avuto di nuovo il problema del cibo, ma di offrire un segno chiaro di ciò che Dio vuole da noi. E’ molto più religiosa una tavola condivisa, che la purezza di chi si separa non solo dal peccato, ma anche da suo fratello peccatore. In questo nuovo mondo tutti vengono saziati con il pane, ma ancor più con l’amore. Il regno di Dio è esattamente il rovescio di una umanità dove predomina il principio: “Ognuno per sé”.

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